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La prova del nove

Un sistema rapido e veloce per controllare i risultati di un'operazione

Come ho già menzionato, ho scoperto con non poca sorpresa che a scuola non insegnano piú la prova del nove, e benché la pagina Wikipedia dica già tutto quello che c'è da dire, ho deciso di inaugurare proprio con questa la mia serie sulla “scuola dimendicata”.

Nota: questo articolo fa uso di MathML, lo standard XML per le formule matematiche. Purtroppo, questo non è supportato correttamente in alcuni browser sedicenti ‘moderni’ o ‘ricchi di funzionalità’. Se le formule non hanno senso nel tuo browser, segnala il problema agli sviluppatori (del browser), o passa ad un browser che supporti questi standard.

Cos'è

Cos'è quindi la prova del nove? È un meccanismo semplice e veloce per verificare la correttezza di un'operazione. La verifica non è completa (nel senso che non coglie alcuni errori: ha falsi positivi), ma se fallisce siamo sicuri di aver commesso uno sbaglio (non ha falsi negativi).

Come funziona

La prova del nove funziona sommando tra loro le cifre di ciascun operando, eliminando i 9, fino ad ottenere due numeri ad una cifra (riduzione che rappresenteremo con il simbolo ). Se l'operazione tra questi operandi ridotti dà un risultato diverso dalla riduzione del risultato originale, abbiamo commesso un errore, altrimenti il risultato è probabilmente giusto (ma potrebbe essere comunque sbagliato).

Esempio

Abbiamo provato a calcolare 1024×768 e ci è venuto 785432.

Come prima cosa, riduciamo gli operandi ed il risultato.

Riduzione di 1024:

10241+0+2+4=1+2+4=3+4=7.

Riduzione di 768 (qui sfruttiamo il fatto che possiamo fare riduzioni parziali intermedie, trasformando il 13 in 1+3=4):

768(7+6)+8=13+84+8=123.

Riduzione di 785432 (qui sfruttiamo il fatto che nelle riduzioni parziali possiamo direttamente eliminare 0 e 9):

785432(7+8)+5+4+(3+2)=15+5+(4+5)=20+92.

(Notate come avremmo potuto anche continuare 20+9=29112, facendo però piú operazioni.)

Se moltiplichiamo i nostri operandi ridotti otteniamo 7×3=21, che ridotto ulteriormente viene 3: sappiamo quindi che abbiamo commesso un errore, perché la riduzione del risultato (2) è diversa dal risultato applicato agli operandi ridotti (3). La prova ci dice anzi qualcosa di piú: probabilmente l'errore che abbiamo commesso è una sottostima di una delle cifre, poiché 2<3. (Il risultato corretto della moltiplicazione è infatti 786432, non 785432.)

Rappresentazione

Nota: questo articolo mette alla prova il supporto per SVG. Purtroppo, alcune funzionalità non sembrano essere correttamente supportate in alcuni browser sedicenti ‘moderni’ o ‘ricchi di funzionalità’. Alcune delle immagini potrebbero quindi risultare vuote o altrimenti errare nel vostro browser. In tal caso, segnalate il problema agli sviluppatori, e/o passate ad un browser con un support migliore per questi standard.

Convenzionalmente, la prova del nove viene rappresentata in uno schemino con quattro numeri “in croce”: si traccia una croce (+), nelle caselle superiori si mettono le riduzioni degli operandi, in quella in basso a sinistra la riduzione del risultato, ed in quella in basso a destra il risultato ottenuto operando sulle riduzioni:

Sulla destra, la moltiplicazione in colonna. Al centro, le operazioni di riduzione.
A sinistra, lo schemino con la prova del nove.

Una rappresentazione grafica della prova del nove per la moltiplicazione (corretta) di 1024 per 768. Normalmente le operazioni di riduzione verrebbero fatte a mente, ma in questo caso sono rappresentate per mostrare come vengono riempite le caselle dello schema della prova del nove (a sinistra nel diagramma).

Alle quattro operazioni

La prova del nove può essere applicata ad addizione, moltiplicazione, sottrazione e divisione. Per le due operazioni inverse (sottrazione e divisione) conviene però applicarla al contrario.

Invece di verificare una sottrazione, verificate se la somma della riduzione di differenza e sottraendo vi dà la riduzione del minuendo. Ad esempio per verificare se 1024-768=256 (ridotti: 7-3=4) controllate se 256+768=1024 (ridotti: 4+3=7).

Questo è particolarmente importante per la divisione con resto. Abbiamo infatti che 2048:768=2 con resto 512, ma se facciamo l'operazione sulle riduzioni degli operandi (5:3) otteniamo 1 con resto di 2, che sembrerebbe indicare un errore1, mentre se verifichiamo che 768×2+512=2048 in forma ridotta abbiamo

3×2+8=6+8=14=5,

che corrisponde alla riduzione del dividendo 2048.

Nessuno è perfetto

Si può sbagliare anche nella prova del nove. Errare è umano, e anche sommando tanti numeri piccoli si può sbagliare. Ad esempio, mentre scrivevo il paragrafo di esempio sulla moltiplicazione avevo inizialmente sbagliato a fare la riduzione del risultato, ed ero arrivato ad una riduzione di 5: in questo caso avrei comunque osservato una discrepanza, ma sarebbe stato un caso (e mi sono accorto dell'errore perché avendo costruito io l'esempio sapevo già che la riduzione del risultato errato doveva darmi 2, avendo intenzionalmente cambiato una cifra in difetto).

Quindi in caso di discrepanza, come prima cosa ricontrollate le riduzioni! Sono piú facili da ricontrollare dell'operazione originale (soprattutto nel caso della moltiplicazione).

Ma soprattutto, ricordatevi che la prova del nove non trova tutti gli errori. Se avessimo sbagliato la nostra moltiplicazione ottenendo 768432 invece del risultato corretto 786432, non ci saremmo accorti di aver sbagliato, poiché:

7+6+8+4+3+2=7+8+6+4+3+2,

per la proprietà commutativa dell'addizione.

BONUS: la prova dell'undici

Esiste una prova simile alla prova del nove, e che non insegnavano a scuola nemmeno ai miei tempi, che è la prova dell'11.

Se vi ricordate il criterio di divisibilità per 9, questo consisteva nel sommare tutte le cifre, ripetutamente, fino ad ottenere un numero che fosse un multiplo di 9, o per il quale fosse facile verificare che non era un multiplo di 9. Il parallelo tra il criterio di divisibilità per 9 e la riduzione dei numeri nella prova del nove non è un caso, ed è legata all'aritmetica modulare, che sta alla base della prova e che non andrò qui a spiegare.

Piuttosto, se vi ricordate, esiste anche un criterio di divisibilità per 11, che consiste nell'alternare somme e differenze, partendo dalla cifra meno significativa: bene, sulla stessa falsariga si può fare una prova dell'undici.

Torniamo al nostro esempio di 1024×768. In questo caso le nostre riduzioni vanno fatte in questa maniera alternata, e bisogna ricordarsi, nel caso in cui un numero venga negativo, di prendere il suo complementare con (ovvero aggiungere) 11.

La riduzione di 1024 è 4-2+0-1=4-3=1.

La riduzione di 768 è 8-6+7=2+7=9.

Il prodotto dei numeri ridotti è 1×9=9.

La riduzione di 785432 è2:

7854322-3+4-5+8-7=14-15=-110,

dove abbiamo applicato la correzione per il numero negativo. Sapevamo già che questo risultato era sbagliato dalla prova del nove, e questo lo conferma.

La riduzione del risultato corretto 786432 è:

7864322-3+4-6+8-7=14-16=-29,

che corrisponde al prodotto dei fattori ridotti.

Infine, se controlliamo la riduzione del risultato errato 768432, che la prova del nove dava come falso positivo, abbiamo:

7684322-3+4-8+6-7=12-18=-65,

che è diverso dal prodotto dei fattori ridotti: la prova dell'undici riconosce un errore che la prova del nove non può riconoscere.

Quale prova?

Esistono errori che la prova del nove trova e la prova dell'undici non trova?

Tecnicamente è possibile: può succedere ad esempio se sbagliamo due cifre consecutive (o comunque una di posto pari ed una di posto dispari) della stessa quantità. Un esempio di risultato errato che il 9 trova e l'11 no è il seguente, costruito “ad arte”:

Prendiamo 11×171=1771 invece del corretto 1881.

Nella prova del nove abbiamo: 2×0=0 e 1771 riduce a 7, quindi sappiamo che è sbagliato.

Nella prova dell'undici, la riduzione di 11 è 0, e la riduzione di 171 è 1-7+1=-56, quindi abbiamo: 0×6=0, ma la riduzione di 1771 è 1-7+7-1=0: la prova dell'undici non trova l'errore.

Detto questo, è molto difficile che errori simili si verifichino in calcolo manuali, per cui alcuni considerano la prova del nove “superflua” avendo a disposizione la prova dell'undici, che trova piú errori “comuni” di quella del nove.

D'altra parte, è anche vero che la prova del nove è molto piú semplice (tutte somme, non bisogna alternare con il segno, non bisogna “correggere” eventuali risultati negativi, è facile eliminare i 9); e questo è il motivo per cui la prova del nove veniva insegnata a scuola, ai miei tempi fin dalle elementari, senza dovercisi preoccupare di spiegare i numeri negativi o l'aritmetica modulare.


  1. In realtà anche 5:3 funziona, se consideriamo che 5:3=2 con resto -1, essendo -1==8(mod9), ed essendo l'aritmetica modulare con modulo 9 la base matematica della prova del nove. ↩

  2. quando si usa il simbolo andrebbe sempre specificata la base del modulo per cui si sta facendo la riduzione; qui per semplicità la omettiamo, sperando che sia comunque chiaro che in questo paragrafo si parla di riduzioni modulo 11, e per questo le operazioni sono diverse da quelle dei paragrafi precedenti, in cui le riduzioni erano modulo 9, nonostante si stia usando lo stesso simbolo. ↩

Primus inter pares

Un piccolo gioco di parole linguistico-matematico

Quesito

Primus inter pares

Risposta

Il numero due

Spiegazione

Il “primo tra i pari” è il numero due poiché esso è l'unico numero primo che è anche un numero pari.

In realtà, esiste anche una seconda motivazione, che vede il numero due come il primo dei numeri pari nel senso dell'ordine, ma questo richiede di escludere lo zero dai numeri naturali, e questo non è universalmente accettata.

(Non mi interessa qui discutere se sia giusto includerlo o meno, la risposta basata sulla primalità è quella che mi ha dato l'idea, la seconda è un bonus che mi è venuto in mente dopo.)

Venti venti (e piú)

Quanti venti conosci?

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Introduzione

In risposta ad un sondaggio semiserio che chiedeva quanti venti si conoscessero, ho fatto un mio sondaggio ancora meno serio su quanti “venti” si conoscessero; per limiti della piattaforma () su cui ho il mio account, il sondaggio prevedeva solo quattro possibili risposte, a cui ho poi aggiunto altri due “pezzi” del sondaggio (a risposta multipla), portando il numero di possibili risposte a dodici:

  • 14
  • 20
  • 24
  • XX
  • 10100
  • 202
  • 1T1T
  • 1000010.010001
  • 40
  • 1T0
  • 26
  • 3T

Di queste, tutte hanno ricevuto almeno una risposta, con l'eccezione di 1000010.010001 e 3T. In molti hanno “capito” il gioco, e qualcuno ha anche “svelato” il segreto (dietro opportuna copertura), ma ritengo sia opportuna una mia spiegazione.

Il gioco consisteva nello scrivere il numero venti in tanti modi diversi, e capire come fosse scritto. I modi proposti possono essere grossolanamente raccolti in quattro gruppi, che richiedono ciascuno la sua spiegazione:

  1. il primo gruppo ha come unico membro la forma: XX
  2. il secondo gruppo ha come membri: 14, 20, 24, 10100, 202, 40, 26
  3. il terzo gruppo ha come membri: 1T1T, 1T0, 3T
  4. il quarto gruppo ha come unico mebro: 1000010.010001

Andiamoli dunque a vederli in dettaglio.

Primo gruppo: i numeri romani

Immagino che per il mio pubblico italiano non avrò particolare bisogno di “spendermi” sul sistema di numerazione romano.

Brevemente, ricordo che esso è composto dai simboli

I, V, X, L, C, D, M

o piú propriamente

Ⅰ, Ⅴ, Ⅹ, Ⅼ, Ⅽ, Ⅾ, Ⅿ

se avete un font che supporta abbastanza Unicode (ed è possibile che non vediate la differenza), del valore rispettivamente di uno, cinque, dieci, cinquanta, cento, cinquecento, mille.

Gli altri numeri sono composti per “accostamento”, con fino a 3 simboli uguali consecutivi (in realtà, si trovano anche scritte con 4 simboli consecutivi uguali) i cui valori vanno sommati; un singolo simbolo di valore inferiore viene invece premesso per indicare che il valore va sottratto. Abbiamo cosí che i numeri da uno a dodici sono scritti come:

I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII

ovvero

Ⅰ, Ⅱ,Ⅲ, Ⅳ, Ⅴ, Ⅵ, Ⅶ, Ⅷ, Ⅸ, Ⅹ, Ⅺ, Ⅻ

usando Unicode (curiosità: lo Unicode ha codici per i numeri romani da uno a dodici, e poi per cinquanta, cento, cinquecento e mille, piú qualche variante, ma non per altre combinazioni, come quella per il venti).

Il numero venti, di nostro interesse, sarà quindi scritto come

XX

ovvero

ⅩⅩ

al solito (ma ora basta perdere tempo con i numerali romani Unicode perché mi pesa scriverli, e la maggior parte dei miei lettori non vedrà la differenza).

Secondo gruppo: una questione di base

Il lettore attento avrà notato che finora, parlando di numeri, ho preferito scriverne il valore in lettere. Il motivo —abbastanza ovviamente— è che affidarmi alla comune grafia “in cifre” avrebbe completamente fatto saltare il banco per questo secondo gruppo, dove il gioco è proprio il fatto che lo stesso valore può essere rappresentato con combinazioni di cifre diverse a seconda della base di numerazione.

L'idea del sistema di numerazione arabo è quello di adottare dieci simboli, che nell'era moderna sono per il mondo occidentale

0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9

con valore crescente da zero a nove. Queste cifre possono essere combinate in sequenze come ad esempio 1234 che noi leggiamo «mille duecento trenta quattro»: il valore di una cifra in un numero dipende dalla sua posizione, ed in questo esempio abbiamo quattro unità (4 nella posizione meno significativa), tre decine (3 nella posizione successiva, da destra verso sinistra, in ordine di valore), due centinaia (ovvero decine di decine, nella posizione successiva), ed infine un migliaio (ovvero decina di centinaia, nella posizione piú significativa).

Il motivo per cui si parla di decine (e decine di decine, etc) è che il sistema di numerazione arabo è un sistema decimale, con dieci cifre, che quindi richiede uno spostamento di posizione ogni dieci.

Nello stesso modo si possono avere sistemi di numerazione in qualunque base intera maggiore di uno (esiste il sistema numerico unario ma non è posizionale, quindi non ne parliamo).

L'idea è che data una base b (con b un qualunque intero maggiore di uno) e date b cifre, una combinazione di cifre andrà letta da destra verso sinistra considerando unità, multipli della base, multipli del quadrato della base, multipli del cubo della base, e cosí via. Se la base b è non superiore a dieci, per convenzione si usano i simboli da 0 alla cifra precedente il valore della base; per basi maggiori di dieci (le piú comuni sono sedici e dodici) si usano spesso delle lettere; nell'esadecimale, ad esempio, i simboli

A, B, C, D, E, F

rappresentano le cifre con valori da dieci a quindici; per le possibili scelte adottate nel sistema dozzinale, rimando alla relativa pagina Wikipedia.

Facendo un esempio concreto, in un sistema di numerazione in base cinque, con i soliti simboli (0, 1, 2, 3, 4), il numero 1234 rappresenta quattro unità, tre cinquine, due venticinquine ed una centoventicinquina, rappresentando in numeri romani il numero:

IV + III × V + II × XXV + CXXV = CXCIV

ovvero il numero centonovantaquattro. Se indichiamo la base in pedice, come consuetudine, ma rappresentandola con i numeri romani per evitare confusione sui simboli, abbiamo quindi

1234V=194X

Il nostro “gioco del venti” sarà quello di indovinare in quale base ciascuna delle combinazioni di cifre proposte rappresenta il numero venti (due decine).

Ricordiamo che a questo gruppo appartengono le combinazioni:

14, 20, 24, 10100, 202, 40, 26

e che la seconda è ovviamente quella con cui abbiamo tutti familiarità (20 è il numero venti in base dieci).

Anche chi non ha troppa dimestichezza con il binario (sistema di numerazione in base due, che ha come unici simboli 0, 1) può facilmente sospettare che 10100 possa essere il venti in base due. La cosa può essere confermata ricordando che venti si può scomporre in sedici piú quattro, dove sedici è la quarta potenza di due, e quattro la seconda potenza: nel sistema binario, avremo quindi “una quarta potenza di due” (un 1 in quinta posizione da destra, perché la prima posizione rappresenta le unità, ovvero la potenza zero della base), ed “una seconda potenza di due” (un 1 in terza posizione da destra), ovvero proprio 10100.

Per la base di rappresentazione delle altre potremmo andare cosí a tentativi, ricordandoci che se il numero sembra piú “piccolo” la base è maggiore, e viceversa. Possiamo quindi ipotizzare che il 14 sia in una base maggiore di dieci, e tutti gli altri in una base minore.

C'è in verità un trucchetto che può tornarci utile per capire qual è la base, poiché sappiamo qual è il valore: scomporre il numero nelle sue componenti posizionali e risolvere l'equazione che pone il tutto uguale a venti.

Applichiamo per cominciare (e come esempio) la procedura al 14. Usando i numeri romani per indicare i valori senza confonderci con le basi:

14=XXI×b+IV=XXb=XX-IVb=XVI

ovvero: 14 è venti in base sedici. Analogamente:

24=XXII×b+IV=XXII×b=XX-IVb=XVIII=VIII

ovvero: 24 è venti in base otto.

Per quanto riguarda il 202, dobbiamo considerare che qui abbiamo cifre in terza posizione, che rappresentano la base al quadrato. Quindi:

202=XXII×bII+II=XXbII+I=XbII=IXb=III

ovvero: 202 è venti in base tre.

È cosí molto facile vedere che 40 è venti in base cinque (quattro volte la base dà venti, quindi la base è un quarto di venti, cioè cinque), ed infine il 26 non può che essere venti in base sette (metà di quattordici, che è venti meno sei).

Una tabella riepilogativa, ordinata per base ed aggiungendo qualche base mancante che potrebbe comunque essere interessante abbiamo quindi che:

In base Venti si scrive
II 10100
III 202
IV 110
V 40
VI 32
VII 26
VIII 24
IX 22
X 20
XI 19
XII 18
XIII 17
XIV 16
XV 15
XVI 14
XVII 13
XVIII 12
XIX 11
XX 10

Per ovvie ragioni non continuiamo con basi maggiori di venti, dove vi sarebbe una cifra dedicata specificamente a questo valore.

Una curiosità: in tutte le basi da due a venti, il numero venti può essere rappresentato con le sole cifre decimali, anche in basi maggiori di dieci. Ed interpretando il numero come se fosse un numero decimale si vede come questo scenda inizialmente molto velocemente (da 10100 a 202 è un fattore cinquanta), poi piú lentamente (un fattore circa due fino a 40), poi di un semplice otto, poi di un sei, e poi ripetutamente di un due fino a 20 (in base dieci), e poi ancora di uno per base fino al 10 in base venti.

Terzo gruppo: bilanciamoci

Per introdurre il terzo gruppo, i cui membri sono —ricordiamo—

1T1T, 1T0, 3T

bisognerebbe capire cosa rappresenta quel simbolo T.

Abbiamo osservato come per i sistemi posizionali in una data base b siano necessari b simboli. Tipicamente, questi hanno valori che vanno da zero (0) al valore immediatamente precedente la base (ad esempio, in base dieci da zero a nove, in base tre da zero a due). Tuttavia, nel caso in cui la base sia dispari, oltre allo zero abbiamo un numero pari di simboli. Cosa succede allora se invece di distribuirli tutti “dallo stesso lato” (rispetto allo zero) li distribuiamo “metà prima e metà dopo”?

Si ottiene cosí una rappresentazione in una base detta “bilanciata”, e la peculiarità è che in questo caso metà dei simboli avranno valori negativi. Cosí ad esempio nel sistema numerico ternario bilanciato avremo simboli che rappresentano i valori “da meno uno a piú uno”, nel sistema quinario bilanciato avremo simboli che rappresentano i valori “da meno due a piú due” in quello undecimale (base undici) bilanciato avremo simboli che rappresentano i valori “da meno cinque a piú cinque” e cosí via.

Il problema grosso diventa qui di tipo tipografico: come rappresentare facilmente le cifre con valore negativo? Alcune convenzioni sono di utilizzare le medesime cifre positive, ma riflesse verticalmente o ruotate “a testa in giú”, oppure con una barra sopra (integrandovi cosí il segno meno). Nel caso specifico del sistema ternario bilanciato, la convenzione piú comune è di utilizzare il simbolo T per rappresentare “meno uno”.

Come si dovrebbe quindi scrivere venti in ternario bilanciato? Ricordiamo che nel sistema ternario “normale” (non bilanciato) il numero venti si scrive 202 (due unità, piú due quadrati di tre). Ma il simbolo 2 non esiste nel ternario bilanciato: invece di avere due unità, avremo una terzina meno una unità: 1T. Allo stesso modo, non potremo avere due nove (quadrati di tre): avremo invece un cubo di tre meno un quadrato di tre: 1T00 (ventisette meno nove fa infatti diciotto). Il nostro 202 in ternario non bilanciato diventa 1T1T in ternario bilanciato: laddove il non bilanciato scompone il venti in diciotto piú due, il bilanciato lo scompone in ventisette meno nove piú tre meno uno.

Sembra strano? È ventisette meno sette, dove sette è sei piú uno, dove sei è nove meno tre:

1000-((100-10)+1)=1000-100+10-1

e nel ternario bilanciato, l'opposto si ottiene semplicemente scambiando 1 e T.

Cosa succede nelle altre basi dispari? Vediamo ad esempio in base cinque bilanciata: ricordiamo che in questo caso non possiamo avere piú di due di qualcosa. Il nostro venti dovrebbe essere quattro cinquine, ma questo non è possibile: dovremo quindi partire da una venticinquina (cinque al quadrato) e poi togliere una cinquina: possiamo ancora riciclare la T per rappresentare “meno uno”, ed il nostro venti diventa 1T0.

Ed in base sette? Stavolta non possiamo avere piú di tre di qualcosa, quindi non possiamo scomporre il venti in due volte sette piú sei: dovremo scomporlo in tre volte sette (ventuno) meno uno: 3T.

Curiosamente, in base nove bilanciata la rappresentazione rimane 22, poiché sono entrambe cifre presenti nella versione bilanciata.

La questione si fa piú spinosa nel caso della base undici: nel caso bilanciato, le cifre avranno valori “da meno cinque a piú cinque”, quindi non potremo rappresentare il venti come “undici piú nove”: dovremmo rappresentarlo come due volte undici meno due. E non esiste una convenzione grafica normale per la cifra con valore meno due. Potremmo però inventarne una sul momento, adottando la Z per rappresentare “meno due”, sicché venti diventerebbe 2Z.

L'unica vera rogna è la base tredici: in base bilanciata avremo cifre con valori da meno a piú sei, sicché il venti dovrebbe essere scritto come due volte tredici meno sei, ma che simbolo adottare per la cifra “meno sei”? Per questo motivo, nella tabella seguente ci affideremo invece alla convenzione di soprasegnare le cifre negative:

In base bilanciata Venti si scrive
III 11¯11¯
V 11¯0
VII 31¯
IX 22
XI 22¯
XIII 26¯
XV 15
XVII 13
XIX 11

(non mi è chiaro perché vengono formattati in maniera diversa i blocchi con cifre negative, ma questo non è un problema da risolvere alle 11 di sera, quindi sarà per un'altra volta).

Quarto gruppo: il mistero del punto

L'ultimo venti da studiare (per oggi) è lo stranissimo

1000010.010001

che in Italia ed altri paesi dove si predilige l'uso della virgola come separatore “decimale”, sarebbe meglio scritto come

1000010,010001

o ancor meglio come

1 000 010,010 001

per aumentarne la leggibilità.

Ma cos'è questa follia? Come può un numero intero richiedere una parte frazionaria per essere rappresentato?

Il segreto è nella “magica” sezione aurea. Vi ricordate “il medio proporzionale tra il tutto e la parte rimanente”? Dalla proporzione

1:Φ=Φ:(1-Φ)

si ottiene l'equazione

Φ2=1-Φ

che ha soluzione, espressa in base dieci:

Φ=5-12.

La sezione aurea è proprio il rapporto ϕ=1:Φ (il valore Phi è detto coniugato della sezione aurea) e vale (ancora espressa in base dieci):

ϕ=25-1=2(5+1)5-1=5+12=1+Φ.

L'aspetto particolare di ϕ è che soddisfa l'equazione

ϕ2=1+ϕ

da cui, piú in generale

ϕn+1=ϕn+ϕn-1

ovvero: la somma di due potenze consecutive di ϕ equivalgono alla potenza successiva (proprietà di normalizzazione).

Una delle tante peculiarità di ϕ è che è possibile esprimere ogni numero intero come somma di sue potenze positive e negative (ovvero potenze di ϕ e potenze di 1ϕ=Φ).

Come? Facciamo qualche esempio.

Abbiamo ovviamente ϕ0=1 (è vero per ogni numero diverso da zero, e quindi anche per ϕ).

Per le proprietà di ϕ e Φ=1ϕ abbiamo

ϕ2=1+ϕ

Φ2=1-Φ

e quindi

ϕ2+Φ2=2+ϕ-Φ

da cui

2=ϕ2-ϕ+Φ+Φ2=1+Φ+Φ2=ϕ0+ϕ-1+ϕ-2=ϕ+ϕ-2

dove l'ultima uguaglianza viene dalla proprietà di normalizzazione applicata alla potenza n=0.

Cosí procedendo possiamo continuare per i successivi numeri naturali:

3=2+1=ϕ+ϕ-2+1=ϕ1+ϕ0+ϕ-2=ϕ2+ϕ-24=22=ϕ2+2ϕϕ-2+ϕ-4=ϕ2+(ϕ+ϕ-2)ϕ-1+ϕ-4==ϕ2+1+ϕ-3+ϕ-4=ϕ2+ϕ0+ϕ-25=4+1=ϕ2+1+ϕ-2+1=ϕ2+2+ϕ-2=ϕ2+ϕ+ϕ-2+ϕ-2==ϕ3+2ϕ-2=ϕ3+(ϕ+ϕ-2)ϕ-2=ϕ3+ϕ-1+ϕ-4

e cosí via.

Questa particolarissima proprietà della sezione aurea permette di definire quella che si chiama la base aurea, un sistema di numerazione posizionale in cui la base è ϕ e i simboli ammessi sono solo 0 (come coefficiente delle potenze della base che mancano nella rappresentazione) e 1 (dove invece la base è presente), con il separatore decimale a separare le potenze positive da quelle negative.

Dall'espansione in somme di potenze di ϕ dei primi cinque numeri abbiamo quindi la loro rappresentazione aurea (permettetemi qui di usare il punto come separatore decimale, e la virgola come separatore della successione):

1, 10.01, 100.01, 101.01, 1000.1001

Abbiamo ora tutti gli elementi per calcolarci la rappresentazione aurea del venti. Abbiamo infatti:

20=45=(ϕ2+ϕ0+ϕ-2)(ϕ3+ϕ-1+ϕ-4)==ϕ5+ϕ+ϕ-2+ϕ3+ϕ-1+ϕ-4+ϕ+ϕ-3+ϕ-6==ϕ5+ϕ3+2ϕ+ϕ-1+ϕ-2+ϕ-3+ϕ-4+ϕ-6==ϕ5+ϕ3+2ϕ+ϕ0+ϕ-2+ϕ-6==ϕ5+ϕ3+ϕ2+ϕ-1+ϕ0+ϕ-2+ϕ-6==ϕ5+ϕ4+ϕ+ϕ-2+ϕ-6==ϕ6+ϕ+ϕ-2+ϕ-6

da cui la rappresentazione aurea 1000010.010001 con la sua affascinante quasi simmetria.

(Non) finisce qui

Ovviamente quelli presentati qui sono solo una misera frazione di tutte le rappresentazioni possibili per il numero venti. Esistono dopo tutto una miriade di sistemi di numerazioni e di simbologie per la rappresentazione delle cifre (anche già solo i famosi numeri arabi hanno una controparte “orientale” le cui cifre, pur avendo lo stesso valore, hanno una diversa veste grafica (٠١٢٣٤٥٦٧٨٩). A questi possiamo aggiungere i sistemi di numerazione passati e presenti di ogni parte del globo, dal greco antico all'ebraico, dal glagolitico al cinese, dal cistercense al giapponese.

Ma s'è fatta una certa, e qui si rischia di non finire piú.

Mentally multiply by π

Quirks about π that make it easy to build successive approximation

Note: this article makes use of MathML, the standard XML markup for math formulas. Sadly, this is not properly supported on some allegedly ‘modern’ and ‘feature-rich’ browsers. If the formulas don't make sense in your browser, consider reporting the issue to the respective developers and/or switching to a standard-compliant browser.

I recently came across this interesting article (blog post?) from the Fediverse showing a nifty trick to compute multiples of π by relying on only two products: by 3, and by 14. I encourage you to read the article if you're interested in the method because it's crystal clear, whereas I'm going to muddy the waters a bit, throwing my considerations at it.

The reason why the proposed idea works is that the first digits of the fractional part of the decimal expansion of π can be expressed as multiples of 14. Indeed, the fractional part of π=3.14159265359...

0.141592 14 14 14 7 -21

This effectively means that

π=3.14159265359...=3+1410-2+1410-4+1410-5+...

and thus

kπ=3k+14k(10-2+10-4+10-5+...)

which is interesting because 10-x means “shifting your results right by x digits”, which is particularly nice if k is an integer up to 7, and thus 7k has two digits, and the first two terms in the expansion are shifted by two and four digits (no need to take any actual summation).

Let's make the example with k=7, and try to compute

7π=21.991148575...

This may seem to be an arbitrary divergence from Cook's example, but is actually needed to discuss one of the limitations of the approach: spillover. We have 3k=21, 14k=98, and thus the first terms (up to what Cook's calls the simplest approach) are:

7π21.9898

(relative error is <6.210-5 —note that this is the same found by Cook, even though he discusses the absolute error instead)

Things get a bit hairier on the first refinement, because the value of 14k now needs to be shifted by one more digit, not two. And while in Cook's example with k=4 he has 14k=56 and 560+56=616 (remove the last two digits, replace with the new three digits) in our case there's a bit of a spillover: 980+98=1078, so this refinement doesn't lend itself to a simple substitution of the last two digits:

7π21.99078

(relative error <1.710-5.)

The next refinement is a bit more involved, because (you may notice the 7 in the tableau at the top of this article) it involves halving our 14k —which, coincidentally, is always possible because 14 is even— and adding it in the same place. In our case, this means adding another 49 to the last two digits, and once again we have a small spillover (luckily into a 0):

7π=21.99127.

The relative error is now <5.610-6, more than order of magnitude better than the initial result, and —interestingly— it is now an overestimation.

Alternatives

If you go read the Fediverse thread, you'll notice that I raised the question of the comparison with approximations compute from the well-known rational approximations of π, i.e.

227=3+17

and

355113=3+16113=3+17-1791

Aside from the somewhat contrived case of k=7 I'm using here an example, multiples of these fractions would be harder to compute, as observed by Bill Ricker, although the multiple of 355/113 would still be more accurate.

What is interesting is that the second refinement presented by Cook can be further refined, e.g. by replacing the last “half 14k” contribution with a “3/8th of 14k” contribution. This is less trivial to compute, unless we consider that 3/8=1/2-1/8, so we can correct Cook's refinement by subtracting the “half 14k divided by 4”, which in our case is 49/4=12.25.

Even if we truncate this to 12, the fixup gives us

7π21.99115

with a relative error that is now <6.510-8, which is now two orders of magnitude lower. (The actual correction would be 7π21.9911475 with a relative error <510-8.)

What is impressive about this particular result is that the relative error is not only of the same order as the one given by the 355/113 approximation, but actually slightly better (the relative error for 355/113 is closer to 8.510-8).

A summary

To get a good approximation of a multiple of π:

  1. multiply by 3 (call this u);
  2. multiply by 14 (call this f);
  3. add: u,
    f shifted by 2 digits,
    f shifted by 4 digits,
    f shifted by 5 digits;
  4. bonus: add
    f/2 shifted by 5 digits;
  5. extra: subtract
    f/8 shifted by 5 digits
    (note that f/8 can be computed as (f2)/4).

An alternative to the last two points, getting to the same results, would be to add f/4+f/8 (this time computing f/8 as half of f/4) shifted by 5 digits.

Let's apply to this to Cook's example for 4π:

  1. 4×3=12;
  2. 4×14=56;
  3. 12+0.56+0.0056+0.00056=12.56616;
  4. bonus: 56/2=2812.56644
    (note that Cook's post has a couple of typos in this line; absolute error is still <710-5);
  5. extra: 28/4=712.56637
    (absolute error is now <6.210-7; note that the extra division by 4 is particularly easy to do in Cook's example).

with the possibility to replace 4. and 5. with

564=14,142=712.56616+0.00014+0.00007=12.56630+0.00007=12.56637.

Note however that 12.5663 is slightly worse than 12.56644 as an approximation (error 7.110-5 rather than <710-5, in addition of being of the opposite sign.) Note also that the best approximation we've discussed so far (12.56637) is also the midpoint of these two.

Smallest doesn't mean easier to handle

I believe that one of the most important discoveries to which this trick has led me is the importance of the difference between the compactness of the (approximating) fraction and how easy it is to handle.

This isn't something entirely new to me (I've always known that in computing there are several series that help find out new digits of π faster), but what I learned this time is how this maps to “human computing”.

If we write the full mathematical expression of the π approximant that leads to the algorithm we just described we have:

π3+14100(1+1100+11000(1+12(1-14)))  ()

which is considerably more complex than the expressions we have from the continued fraction expansion,

π227=3+17

or even my beloved Milü

π355113=3+16113=3+17-1791=3+17(1-1113).

Yet, except for particular cases, the divisions by 7 and 113 involved in the latter expressions are likely to be more complex than the “multiply by 14, divide by 100”, because the division by 100 in the decimal system is a simple shift by two digits.

To wit, if we have computed 1/7 for the 22/7 approximation, it would be simpler to approximate π as

2199700=3+17-1700=3+17(1-1100)

than with the 355/113 expansion, since the last term is obtained simply by shifting by two digits the already computed division by 7. Even 3+1/7-1/800 (more accurate, but still not as much as 355/113) would be faster than the full 355/113 contribution.

Sevenths

Incidentally, here's an interesting fact:

17=0.(142857)=14100+2141002+4141003+8141004+...

and if we factor 14/100 (recognize it yet?)

17=14100(1+2100+41002+81003+)=14100i=02i100i.

Now, if we compute 1/7(1-1/100) as discussed above, we get

17(1-1100)=14100(1+1100+21002+41003+)

and you may notice that the first two terms are the same as the ones in the mind trick formula (). Where they start to diverge is on the third term, which is 2/10000=1/5000 here, but (after simplifications) 11/8000 in the mind trick formula.

This divergence should not surprise, since 1/7-1/700 is actually a pretty poor approximation for π-3. If we try 1/7-1/800, the first terms are a bit more complex to compute:

17-1800=17(1-781100)=14100(1+981100+25811002+...)

but we can make it easier to compare with () by rearranging the terms as

17-1800=14100(1+1100+181100+25811002+...)

so that the third term would be:

100811002+25811002=125810000=1880=1640

(compare 125/80000 to the mind trick's 110/80000.)

Speed versus accuracy

One of the key point in determining the approach to use to find approximate values to multiples of π is to take into account the accuracy of the multiplier.

As an example, assume we want to compute the circumference of the Earth, knowing that the radius is approximately r=6500 km. We want to compute 2πr or 13000π.

One would be tempted to use the magic algorithm that has been the main topic of discussion of this article, but that would actually be a waste of brainpower in this case, since the approximation for the radius is quite large already: there's no need to compute 13000π to particularly high accuracy, and in fact in this case the 3+1/7 approximation of π is sufficient: the first part is trivial, 3×13000=39000, and the rest is

130007=140007-100072000-140

(the next term from 1/7 would be 140/100, already too precise) which gives us a circumference of some 40960 km.

The attentive reader who remembers when the meter was defined as the 40-millionth part of the circumference of the Earth, will have noticed that we're way over the expected 40000 km, which is due to the fact that the (average) Earth radius is actually less than 6400. If we want to redo these computations, this time with 12800π, we have:

3×12800=38400

and leveraging the approximation 200/728:

1280071828

giving us a circumference of 38400+1828=40228, which is still too large (and for the curious: no, using a more accurate approximation wouldn't solve the issue, dropping it only to around 40212.)

Reciprocal problem

Maybe it would be better to work things the other way: assuming we know that circumference is 40000 km, can we work out a more accurate value of the radius? This means computing 20000/π. This is actually another one of those cases where the simpler, harder to manipulate fractions are easier to use, since their reciprocal is 1/π.

In our case

20000π20000722=70000116364

(the division by 11 is easy to do in mind: 66 from 70 is 4, 33 from 40 is 7, and then it repeats). This is actually a pretty good approximation to the actual Earth radius, that is closer to 6371 km. (Note also that using actual π here would only give marginally better results with an integer part of 6366: our approximation is accurate enough.)

So this got me wondering: could we build an approximant to 1π that is as easy to handle as () and the corresponding algorithm? From a quick look, the answer seems to be … “ish”. We have

1π=0.318309886...

so from a cursory look the best candidate to replace the 14/100 in () is 318/1000, and our shifts will be of three rather than two digits:

1π3181000(1+11000(1-3100))

which is considerably less manageable than (), especially after the second term, because of the three-digit numbers, although it does give us pretty low relative errors right from the start, approximately 9.7410-4,2.5510-5,4.4810-6 at the first, second and third term.

A more manageable candidate may seem like 32/100, since

1π32100(1-121100-311002+21011002)

with relative errors of approximately 5.410-3,2.810-4,1.810-5,1.610-6 respectively for the first, second, third term, and fourth term. The big nuisance of this building block is that it seems to be built primarily around subtraction rather than addition, something which is harder to manage mentally compared to the “add by shift” of ().

To compare let's try to compute the same 20000/π with the two approximations.

We have 2318=636, so the first two terms of using the 318/1000

20000π=100002π100000.636636=6366.36

(compare with actual result 6366.19772... to show the excellent result of this approximation.)

For 32/100, we have 232=64 and 3×64=252, but:

20000π=100002π10000(0.64-0.0032-0.000252+0.0000128)

that is:

20000π=10000(0.64-0.003452+0.0000128)

and finally:

20000π=6400-34.52+0.128=6365.48+0.128=6365.608

Ultimately, the fact that the expressions in this case are uglier and less manageable may just be the sign that computing the reciprocal of π is an inverse problem. Or that I suck at these kind of things, especially at this hour.

The A4 paper puzzle

Note: this article makes use of MathML, the standard XML markup for math formulas. Sadly, this is not properly supported on some allegedly ‘modern’ and ‘feature-rich’ browsers. If the formulas don't make sense in your browser, consider reporting the issue to the respective developers and/or switching to a standard-compliant browser.

Introduction

I first heard about this problem from the Stand-up Maths video on the topic and I found it utterly fascinating. I'm going to present here the problem, the solution, and finally discuss a more general version.

The problem

The problem is quite simple. Find the length of the perimeter of the following plane figure:

A kite-shaped figure where the side corners are marked as being right angles
The shape for which we want to find the perimeter

The shape is obtained by folding an A4 piece of paper (whose sides have lengths in a ratio of 1:2) two times: on one corner until the short side reaches the adjacent long side, and then again on the corner of the leftover rectangle, until the leftover on the long side touches the folded short side. Check Matt's video if you're confused, or consider the following picture: from the initial rectangle, fold diagonally to bring U to H and then V to K:

Same shape as above, but with auxiliary lines showing how it can be obtained from a rectangle with 1:√2
How to obtain the shape from an A4 sheet of paper, with reference points for clarity in the solution

The solution

The solution to the problem is quite straightforward: we simply need to add up the lengths of the segments composing the perimeter of our figure.

We'll take as reference for the length the short side of the sheet of A4 paper, so the bottom segment AD, which is the long side of the sheet, has length AD¯=2.

The long diagonal segment AB is the diagonal of a square AUBH, whose side is the short side of the sheet: the side has length AU¯=UB¯=BH¯=AH¯=1, and therefore the diagonal length is AB¯=12=2.

The short diagonal BC was obtained folding the V angle of the leftover rectangle HBVD, so let's focus for a moment on this rectangle. The long side of HBVD is the short side of the original A4 paper sheet, and is thus of length BH¯=VD¯=1; the length of the short side of this rectangle, on the other hand, is equal to the difference in length between the long and short sides of the A4 paper sheet, and is thus BV¯=HD¯=AD¯-AH¯=2-1.

By folding the corner of this rectangle, the resulting side is the diagonal of the BVCK square, whose side is the short side of HBVD, and its length is thus

BC¯=(2-1)2=2-2.

The last segment CD is the long side of the rectangle KCDH, which is the “leftover of the leftover” after the second fold: its length is thus the difference between the long and short sides of the leftover rectangle HBVD:

CD¯=VD¯-VC¯=VD¯-BV¯=1-(2-1)=2-2.

(Notice how, curiously, this last segment is equal in length to the previous, diagonal segment! We have $\bar{BC} = \bar{CD}, which will come in handy next.)

We now have the lengths of all the segments:

The kite shape, with the side lengths written in
Side lengths of our figure

and the length of our perimeter can then be computed as:

AB¯+BC¯+CD¯+AD¯=2+2+(2-2)+(2-2)=2+2=4.

Generalization

The beauty of the problem obviously comes from the fact that the cancelling square roots give us a nice and clean integer despite the original piece of paper having an irrational aspect ratio, thus resulting in irrational lengths for all sides. But what happens if we don't start from an A4 (or more in general, from an A-series) sheet? What if the original rectangle has a different aspect ratio?

So let's assume now that we're starting from a rectangle with aspect ratio 1:a with a1.

The bottom segment now has length AD¯=a.

The long diagonal segment still has length AB¯=2, since the short side of the original rectangle still has length 1.

Let's now look at the leftover rectangle. The long side still has length 1, and the other has length a-1.

We must now be careful, since the second fold gives us the behavior we have already seen for the A4 sheet only as long as the short side of the leftover rectangle is not longer than the other side, i.e. only if BV¯VD¯, i.e. if a-11, i.e. only if a2.

In this case, the second fold thus gives us a short diagonal of length

BC¯=(a-1)2,

and the remaining segment has length

BC¯=1-(a-1)=2-a.

We have lost the beautiful relationship between the last two segments, but we can still compute the final perimeter, with length

AB¯+BC¯+CD¯+AD¯=a+2+(a-1)2+2-a=2+a2.

We can thus see that the only case where we can a nice integer value for the length of the perimeter is when a2 is an integer, which can only happen when a=n2 for some integer n, but since it must be 1a2, the case n=1,a=2 is the only possible case.

In the extreme case where a=1, the second fold produces a diagonal of length 0, and we get an isosceles triangle obtained by halving the square, with length 2+2.

In the extreme case where a=2, the second fold matches the first one, and we get another isosceles triangle, this time with two sides of length 2, and the other with length 2, and thus a perimeter of length 2+22=2(1+2).

Thin stripe case

We can, in fact, also do the case a>2, i.e. the case when the original rectangle is a “thin stripe” (long side more than twice longer than short side). In this case, the second fold would stop when the (now short) right side VD of the leftover rectangle HBVD meets the base, giving us a trapezium:

The trapezium created by folding the two short sides of a long stripe
The “thin stripe” case

We still have AD¯=a, AB¯=2, and this time also CD¯=2. Finally, the short base BC is obtained subtracting from the long base the short sides of the original rectangle (due to the folds), and thus BC¯=a-2.

The perimeter of the figure is therefore

AD¯+BC¯+CD¯+AD¯=a+a-2+22=2(a-1+2).

(Note that for the extreme case a=2 we obtain again 2(1+2).)

If we want the perimeter of the new figure to be an integer n, we need first of all that a+2-1 to be rational, and thus a=q-2 for some rational q. Then n=2(a-1+2)=2(q-1), hence q=1+n2, and thus finally

a=1+n2-2.

Observe that since this was done under the hypothesis a2, from this we also get n21+2 whence n2+22, and since n must be integer, n2+3=5.

The smallest integer perimeter we can get for the “thin stripe” case is 5, achieved with a=72-2 (for the curious, this is barely more than 2, as a=2.0857864376... —and yes, it's the trapezium in the figure). Subsequent integer perimeters are obtained by incrementing a in steps of 12.

Risolvere un quizzino della domenica (5)

.mau. propone per oggi un quizzino della domenica di stampo geometrico: calcolare l'area del quadrato blu in figura, sapendo che prolungando i lati questi intersecano l'asse delle ascisse a 3, 5, 7, 13:

Un quadrato blu sul piano xy, ruotato rispetto agli assi cartesiani.
Prolungando i lati, questi toccano l'asse delle ascisse a 3, 5, 7 13.
Lo schema proposto

Per risolverlo, chiamiamo l il lato del quadrato. Se trasliamo il quadrato finché il vertice inferiore si trova al punto (5,0), ci ritroveremo con un triangolo rettangolo (rosso in figura) la cui ipotenusa è lunga 2 (dal punto (3,0) al punto (5,0)), ed il cateto maggiore è lungo l:

La figura di prima, con il quadrato traslato in modo che il vertice inferiore sia in (5, 0).
Con il quadrato spostato in (5, 0)

Effettuando invece la traslazione dall'altro lato, portando il medesimo vertice al punto (7,0), ci ritroveremo con un triangolo rettangolo (verde in figura) la cui ipotenusa è lunga 6 (dal punto (7,0) al punto (13,0)), ed il cateto minore è lungo l:

La figura di prima, con il quadrato traslato in modo che il vertice inferiore sia in (7, 0).
Con il quadrato spostato in (7, 0)

Osserviamo infine che i due triangoli in questione sono simili (essendo creati da rette rispettivamente parallele), per cui il cateto maggiore del triangolo verde è lungo 3l (essendo la sua ipotenusa lunga 3 volte l'ipotenusa del triangolo rosso, ed avendosi la medesima proporzione tra i cateti maggiori).

Il triangolo verde ha quindi lati l,3l,6, da cui segue, per il teorema di Pitagora, che l2+9l2=36 ovvero 10l2=36 e quindi l2=3610 che è l'area del quadrato.

Number substrings

Given a target integer, what's the fewest digits needed for an integer in a given base to contain all integers from 0 to the target as substring?

Here's an interesting question: given a target integer n, what's the smallest number of (significant) digits an integer must have in a given base so that it contains as substrings all integers from 0 to n?

Let's clarify with some examples, and assume for simplicity that we're working in base 10.

Obviously, for n<10, the minimum number of digits to have all numbers from 0 to n is n+1, since all numbers from 0 to n are (distinct) single-digit numbers, so, for example, for n=9 you need a 10-digit number at least (9876543210 would do, but so would 1023456789; the actual number doesn't matter, we only care about the number of digits).

With two-digit numbers, things become more interesting. For example, the same 9876543210 also has 10 as a substring, so it works for n=10 too. It doesn't work for n=11 though —and for that you can prove that you need at least an 11-digit number because you need a repeated digit (for example, 98765432110). With n=12 you want to have substrings 10,11,12, and while the 11 can share its final digit with either the 10 or the 12, it can't do both, so it will need to be something like 987654312110, a 12-digit number.

The same argument can be repeated up to n=19 (1918171615141312110), a 19-digit number, and even for n=20 you'll need to at least add a 0 after the existing 2 (19181716151413120110) since you can't share the 0 used for 0 and 10 … which is a pity, because this splits the 2 from the 1 that could be otherwise be used for n=21, so we need an extra digit (191817161514131202110). Similarly, we can't easily recycle the two 2s we have to get to n=22 (we need 20, 21 and 22), so we'll need another digit (1918171615141312022110, a 22-digit number), but then for n=23 we can't just add one digit, because we need both another 2 and another 3: n=23 needs a 24-digit number, and the same “+2” growth is needed for all numbers up to n=29, leading to the monstrous 36-digit number 191817161514131202211023242526272829.

Things then slow down again: for n=30 we just need to add a single digit, 1918171615141312022110230242526272829, and this same number works for n=31, but not for n=32 because we split the 3 from the 2 again …

How does the pattern flow then as n grows larger? On the one hand, there should be more opportunities to use digits for multiple purposes: on the other, you need more combinations.

Is there some kind of law that can describe the pattern? Are there more opportunities to find numbers with less digits if they are rebuilt from scratch for the target n, or if they are built with small changes from the previous one(s)?

UPDATE #1: a discussion thread on the Fediverse with @mau@frenfiverse.net mentions that the number of digits needed is monotonic non-decreasing. This is obvious, but just in case here's a short proof.

Let σb be the function that maps the target number n to the minimum number of digits needed in bases b. This means that if k=σb(n) then there is an integer with k (significant) digits in base b that includes as substrings all integers from 0 to n. Let's call such a number a k-digit representative of the target n in base b. (Note that as exemplified in the beginning, there may be multiple representatives.)

Now consider k1=σb(n+1). If must be k1k because by definition of σ there is an integer with k1 significant digits in base b that includes as substrings all integers from 0 to n+1, which includes all integers from 0 to n: if k1 was strictly less than k, we could use the k1-digit representative of n+1 also for n.

@mau also provides an example sequence of representatives in base 2, but I think it can be improved a little. Remember that the integers in base 2 go: 0, 1, 10, 11, 100, 101, 110, 111, 1000, … and a sequence of representatives could be: 0, 10, 10, 110, 1100, 101100 (@mau proposes 110100) 101100 (ditto), 1011100, 10111000, …

It doesn't look like OEIS has anything like this, so it might be really worth exploring this better.

The one thing that seems to emerge at least with small numbers and bases 2 and  10 is that σ(n)n. Does this hold for larger targets? Does it all in all bases? (I'm particularly curious about the latter for odd balanced bases.)

And for those that enjoy pure math the most when it doesn't seem to have any applications, I strongly doubt somebody will ever find a practical application to this, other than in the game I play with my kids to avoid car boredom.

UPDATE #2: new discussion thread on the Fediverse. @wqferr@mathstodon.xyz points out that this problem may be related to (generalized) superpermutations, especially when b=2, and @mrdk@mathstodon.xyz relates it to de Bruijn sequences. There are are still some significant differences in the rules that the representative should follow that have a significant impact on the number of digits, but we seem to be getting somewhere.

Risolvere un quizzino della domenica (4)

.mau. propone per oggi un quizzino della domenica di stampo geometrico: è piú lunga la linea blu o quella rossa nel disegno seguente?

Quattro quadrati affiancati.
Il rettangolo risultate ha il bordo superiore e quello destro
coperti da una spezzata blu.
Una spezzata rossa formata da tre segmenti obliqui attraversa il rettangolo
dal vertice in alto a sinistra a quello in basso a destra.
Lo schema proposto

La spezzata blu seguete il bordo superiore del rettangolo ed il lato destro, mentre la spezzata rossa è formata da tre segmenti uguali. Essendo il rettangolo formato da quattro quadrati, la spezzata blu ha lunghezza (4+1)l=5l dove l è il lato del quadrato. La domanda quindi è: quanto è lunga la spezzata rossa? La risposta è ovviamente 3s dove s è la lunghezza del singolo segmento.

Osserviamo che i segmenti da cui è composta la spezzata rossa sono le diagonali di altrettanti rettangoli (uguali poiché uguali sono i segmenti) la cui unione è il rettangolo originario.

La figura precedente, con aggiunte due linee trattegiate ad indicare
i confini dei sotto-rettangoli in cui la spezzata ripartisce il rettangolo complessivo.
I sotto-rettangoli della spezzata rossa

Prendiamo uno di questi sotto-rettangoli ed osserviamo che per costruzione il lato lungo è 43 di l, e per evitare di lavorare con le frazioni, poniamo l=3u.

Abbiamo quindi che la spezzata blu ha lunghezza 5l=15u, mentre un singolo segmento s della spezzata rossa è la diagonale di un rettangolo di lati 3u (lato corto) e 4u (lato lungo). Per il Teorema di Pitagora (o semplicemente ricordando che (3,4,5) è una terna pitagorica) ne segue che s ha lunghezza 5u, e quindi la spezzata rossa ha lunghezza 3×5u=15u.

Le due spezzate hanno la medesima lunghezza.

(Curiosità: siamo abituati a “tagliare in diagonale” per accorciare la strada, questo è un curioso esempio di un modo di farlo lasciando invariata la lunghezza complessiva del percorso.)

An answer to the legendary “Question six”

Some simple algebra to answer one of the hardest questions in the history of the International Mathematical Olympiad

Note: this article makes use of MathML, the standard XML markup for math formulas. Sadly, this is not properly supported on some allegedly ‘modern’ and ‘feature-rich’ browsers. If the formulas don't make sense in your browser, consider reporting the issue to the respective developers and/or switching to a standard-compliant browser.

Introduction

You can find an introduction to the legendary “Question Six” in this Numberphile video. This article is my attempt at providing a “simple” answer to the problem, sketched from the hints provided in this more detailed insights video.

To be clear this isn't my personal “best effort” at trying to solve the problem (I did give it a quick try, starting from an intuition that induction would be the key, but I didn't get very far in). I also have no idea if this is how it was solved by any of the candidates that did provide the correct answer to the problem.

No, this is just a formalization into an actual proof of the hints provided by Simon Pampena in the second video. The proof should still be easy to follow even with only a basic knowledge of algebra.

The problem

Let a and b be positive integers such that ab+1 divides a2+b2. Show that

a2+b2ab+1

is the square of an integer.

The solution

Let

f(x,y)=x2+y2xy+1.

We want to show that if a,b are positive integers and f(a,b) is an integer, then f(a,b) is a square.

Observe first that if a,b are non-negative integers, and one of them is 0, then the statement is trivially true, since f(a,0)=a2 and f(0,b)=b2.

Assume now that a0,b integers with 0<a0<b are such that f(a0,b) is an integer. We want to show that there exist a non-negative integer a1<a0 such that f(a1,a0)=f(a0,b). Note that with this proven, we can apply the result iteratively, constructing a sequence {ai} with 0ai+1<ai and such that f(ai+i,ai)=f(a0,b). Given the strictly decreasing nature of the sequence and the non-negativity of the values, the sequence will terminate in k<a0 steps, with ak=0, leading to f(a0,b)=f(0,ak-1)=ak-12, proving that f(a0,b) is the square of an integer.

Let us then prove the existence of a1. Let N=f(a0,b). By hypothesis, N is an integer and we have

a02+b2a0b+1=N

that with simple algebra can be rearranged into

b2-Na0b+a02-N=0.  ()

This implies that the quadratic equation

x2-Na0x+a02-N=0

has the solution x=b. Dividing the polynomial

x2-Na0x+a02-N

by x-b gives us1 the second root, a1=Na0-b, which again is an integer.

We need to show that a1<a0, i.e.

Na0-b<a0

or equivalently

Na0b-b2<a0b.

Note that by bringing the leftmost two terms in the right-hand side of equation () to the left-hand side and flipping the equation, we have

Na0b-b2=a02-N

but since a0<b, this implies:

Na0b-b2=a02-N<a0b-N<a0b

and thus

Na0b-b2<a0b,

quod erat demonstrandum.


  1. E.g. using Ruffini:

    1 -Na0 a02-N b b b2-Nba0 1 b-Na0 b2-Nba0+a02-N=0

    where the reminder is known to be 0 because of equation (). ↩

Risolvere un quizzino della domenica (3)

xmau propone per oggi un quizzino della domenica che consiste nel “risolvere” una semplice somma espressa utilizzando i numerali romani (I, V, X) in maniera impropria: invece di rappresentare addendi e risultato semplicemente esprimendo i numeri con il meccanismo romano, i numeri sono espressi nel sistema decimale posizionale che ci è familiare, ma ciascuna delle cifre è espressa con i numerali romani1: I per 1, II per 2, III per 3, IV per 4, V per 5, VI per 6, VII per 6, VIII per 8, IX per 9, con l'aggiunta difficoltà dell'assenza di spazi tra le cifre.

L'esposto del problema è il seguente:

IVIIIIIVIII +
IIVIIIII    =
-------------
VIIXIVI

L'assenza di spazi è proprio ciò che rende questa una “crittosomma”: è infatti impossibile, con un semplice colpo d'occhio, capire ad esempio se una sequenza come III rappresenta la cifra 3 o una delle coppie di cifre 21 e 12.

L'unica “sequenza” di cui possiamo essere sicuri è IX, giacché X rappresenta il valore 10 secondo il sistema di numerazione romano, e nel sistema posizionale da noi adottato non esiste una cifra con questo valore, per cui IX è sicuramente 9. Possiamo quindi “semplificare” la nostra crittosomma in:

IVIIIIIVIII +
IIVIIIII    =
-------------
VI9IVI

Rimangono da interpretare le due sequenze di numerali romani nella somma finale: VI, che può essere 6 o 51, e IVI che può essere interpretata in tre modi diversi: 151, 41, e 16.

Un dubbio

Un problema aperto (che speriamo non sia determinante per la soluzione) è la lettura delle cifre: le piú significative saranno scitte a destra, come vuole la convenzione che abbiamo ereditato dagli arabi, o saranno scritte a sinistra, come sembra suggerire l'allineamento?

Alla prova del 9

Per cercare di limitare le possibili interpretazioni possiamo osservare che non tutte le interpretazioni hanno la stessa congruità modulo 9. Specificamente, mentre le sequenze “additive” (simbolo di valore maggiore seguito da simboli di valori non inferiori) hanno tutte lo stesso valore modulo 9, quelle potenzialmente sottrattive (simbolo di valore inferiore seguito da simbolo di valore maggiore) possono avere due possibili interpretazioni, con valori modulo 9 che differiscono di un valore pari alla differenza tra il valore additivo e quello sottrattivo del simbolo di valore inferiore.

Nel nostro caso, le uniche coppie ambigue sono IV per cui la differenza di valore sarà 2. Come esempio, vediamo che VI alla “prova” del 9 darà sempre 6 (sia che venga letto come 6, sia che venga letto come 51), per IV abbiamo due valori diversi a seconda che IV abbia valore “additivo” (15 = 6) o “sottrattivo” (4).

Per la somma finale, alla prova del 9 abbiamo quindi due possibili valori: 4 (interpretazione additiva di IV) oppure 2 (intepretazione “sottrattiva” di IV).

Il secondo addendo ha pure un'unica sequenza IV, e quindi due interpretazioni: 3 (additiva) e 1 (sottrattiva).

Il primo degli addendi ha invece due sequenze IV , e quindi ha tre possibili valori (a seconda che le due sequenze siano entrambe additive, entrambe sottrattive, o una additiva ed una sottrattiva, indipendentemente da quale sia quale): i valori associati sono 1 (additive), 6 (sottrattive) e 8 (mista).

Alla prova del nove, le possibili combinazioni dei due addendi sono: 1+1=2, 1+3=4, 6+1=7, 6+3=8+1=0, 8+3=2. Poiché la somma è congrua 4 o 2 modulo, possiamo scartare per il primo addendo l'interpretazione sottrattiva: quindi o entrambe le sequenze del primo addendo vanno lette additivamente, oppure la lettura del primo addendo è mista, e quella del secondo è additiva (caso 8+3=2).

La cifra piú a sinistra

La cifra piú a sinistra della somma è 5 o 6, e quindi le cifre piú a sinistra dei due addendi devono arrivare almeno a 4 o 5, piú un opzionale riporto dalle due cifre successive (supponendo che la notazione metta a sinistra le cifre piú significative).

Osserviamo subito che questo non è possibile se per il primo addendo si utilizza la lettura puramente additiva: in tal caso infatti la cifra piú a sinistra del primo addendo è 1, mentre quella del secondo è al piú 2, arrivando a 3, che è insufficiente.

Ne segue che per il primo addendo si deve usare la lettura mista, con la prima sequenza IV interpretata sottrattivamente (ed a fortiori la seconda interpretata additivamente). Questo ci porta quindi nel caso 8+3=2 della prova del9, che implica un'interpretazione additiva del secondo addendo, e sottrattiva della somma: la sequenza IVI con cui termina quest'ultima può pertanto essere letta solo come 41.

Possiamo quindi ulteriorimente semplificare la nostra crittosomma in

4IIIIIVIII +
IIVIIIII   =
------------
VI941

Dei rimanenti simboli V sappiamo che vanno interpretati additivamente, e quindi o avranno valore 5 (a sé stanti) o saranno parte di sequenze per 6, 7 oppure 8.

Il lungo problema dell'1

Un terzo aiuto nel vincolare le interpretazioni ci viene dal possibile numero di cifre. Per la somma abbiamo solo due possibili interpretazioni: 6941 e 51941, di lunghezza rispettivamente 4 e 5. Nessuno dei due addendi può avere una lunghezza superiore (potrebbero avere una lunghezza inferiore se le cifre meno significative fossero a sinistra ed avessimo un riporto tra quelle piú significative, a destra).

Questo vincolo risulta particolarmente potente in congiunzione con il problema dell'1: un interessante corollario dell'uso del sistema numerico romano per la rappresentazione delle cifre è l'assenza di un modo per rappresentare lo 0: questo ci aiuta perché, non potendovi essere 0 negli addendi, l'unica cosa che può fare spuntare la cifra 1 nella somma è una coppia di cifre con riporto.

Guardando alla somma, abbiamo due possibili interpretazioni rimaste: 6941, e 51941. La seconda, in particolare, ha un 1 in seconda posizione (non sappiamo ancora se per le decine o per le migliaia), e questo non è ottenibile in alcun modo.

Supponiamo infatti che la lettura corretta della somma sia 51941. La cifra piú a sinistra del secondo addendo dovrà quindi essere 1, poiché se dovessimo leggere la sequenza iniziale II come 2, avremmo 4+2=6. (L'alternativa per arrivare a 5 come cifra piú a sinistra piú significativa richiederebbe un riporto dalle cifre precedenti, che però possono essere lette al massimo come 5+2=7, e non potremo mai avere un riporto di 4 dalle cifre ancora precedenti per arrivare ad un riporto dalle seconde.)

Saremmo quindi a

4IIIIIVIII +
11VIIIII   =
------------
51941

ma diventa a questo punto impossibile ottenere un 1 in seconda posizione, non potendo esserci uno zero nel primo addendo, o un riporto tale da lasciare un 1.

L'unica lettura possibile per la somma è quindi 6941, e questo richiede (sempre per una questione di riporti) che la cifra piú a sinistra del secondo addendo sia un 2: la nostra crittosomma è ora parzialmente risolta come

4IIIIIVIII +
2VIIIII    =
------------
6941

e possiamo affermare che tutti e tre i termini sono composti da 4 cifre: potrebbero essere 3 con un opportuno riporto dalla somma delle cifre piú significative, ma il primo addendo non può avere solo 3 cifre.

Il vincolo sulle lunghezze è particolarmente importante per l'interpretazione del secondo addendo, per il quale rimangono 6 simboli per 3 cifre, con poche letture possibili: 811; 721 o 712; 631, 622 o 613, ed infine 532 o 523.

Anche qui ci viene in aiuto la questione dell'1 (terminale, stavolta), che risolve, insieme al vincolo delle lunghezze, anche la questione dell'ordine delle cifre: l'unico modo per ottenere un 1 come cifra piú significativa sarebbe un riporto da due addenti con tre cifre, e come già detto il primo addendo non può avere solo 3 cifre.

Da questo si deducono due fatti importanti: le cifre meno significative sono a destra (quindi alla fine otterremo numeri con le cifre ordinate secondo la convenzione cui siamo abituati), e per gli addendi queste sono rispettivamente 8 e 3, le uniche letture possibili per ottenere un riporto che ci lasci indietro l'1 della somma:

4IIIII8 +
2VII3   =
---------
6941

che lascia come possibili letture per il secondo addendo solo 2613 o 2523. E poiché dobbiamo arrivare a 9 come seconda cifra da sinistra, ed abbiamo al piú 3 dal primo addendo, e nessun riporto, la cifra dopo il 2 deve essere un 6, con un 3 in sua corrispondenza sul primo addendo, che ci permette una completa risoluzione del problema:

4328 +
2613 =
------
6941

  1. non è esplicitamente enunciato nel testo, ma stiamo supponendo che si utilizzi solo la grafia che non prevede piú di 3 simboli uguali consecutivi, benché in realtà la forma additiva con quattro I sia storicamente attestata. ↩

diaria

Eccezionali eventi quotidiani

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Non piú (a) scuola

Una rubrica sulle cose che a scuola non insegnano piú?

Ci sono cose che a scuola non insegnano piú. L'ho scoperto per la prima volta perché ai miei figli non hanno insegnato la prova del nove, il modo probabilmente piú semplice e veloce per controllare (seppure senza certezza) se si è commesso un errore in una operazione.

Poi ho scoperto che non si fa piú nemmeno un metodo per l'estrazione di radice quadrata (ai miei tempi si insegnava il metodo di Bombelli, ma sarebbe stato utile conoscere anche il cosiddetto algoritmo babilonese).

Oggi m'è venuto in mente (e stavolta i miei figli non c'entrano) che un'altra cosa che non si fa piú sono le operazioni in gradi, primi e secondi e la conversione da questa notazione a quella decimale. (D'altra parte, vedendo come coetanei della mia prole sembrano avere problemi già con decimali e frazioni, posso capire.)

Ho pensato quindi di aprire una sottorubrica di Mathesis dedicata a queste piccole cose. Devo solo trovare il nome o il tag giusto per identificare queste paginette, il che è sempre un problema (qualunque sia il nome scelto, penso che opterò per un tag piuttosto che una sottorubrica, perché non escludo che ci finiranno dentro anche cose che con la matematica non c'entrano).

AGGIORNAMENTO: la notte porta consiglio, ed ho pensato di usare per questa categoria di articoli il tag ; ho anche chiesto sul , dove qualcuno ha espresso parere positivo per “non piú scuola”, ovvero il nome di questa pagina (ma non il suo titolo, che originariamente era «Non piú a scuola» ed oggi sto decidendo di cambiare mettendo la preposizione tra parentesi), che potrebbe funzionare anche come tag (senza accenti, , per evitare problemi di codifica o legati alla differenza tra la mia scelta di scrivere piú con l'accento acuto come vuole il fatto che la u sia una vocale chiusa rispetto alla piú comune scelta di scriverlo più). Ed in effetti, perché non usarli entrambi?

Ha ragione ma …

Mio figlio ricorda di conoscere una canzone sulla Prima Guerra Mondiale

Chiediamo a mio figlio: ma tu ti ricordi una canzone sulla Prima Guerra Mondiale?

Oblomovino non è inspirato. Ci pensa su. Non risponde.

Insistiamo, mentre ognuno si sistema la biancheria appena piegata: Ovvero sulla terza guerra di indipendenza?

Niente.

Poi improvvisamente spunta: Ah ma io la conosco una canzone sulla Prima Guerra Mondiale!

Noi: ah, bene, e quale?

E lui: Snoppy contro il Barone Rosso!

(La versione di Giorgio Gaber, non l'originale americano di cui non conoscevo l'esistenza fino al momento di scrivere questo.)

E che gli puoi dire? Non è la Gorizia a cui pensavamo noi, con cui lui e sua sorella sono cresciuti, ma ha ragione, almeno in risposta alla prima domanda.

I piccoli piaceri

Piccoli atti di resistenza per illuminare il futuro

Con il mondo che va allo scatafascio, è importante non farsi prendere dalla disperazione. Non posso di avere il segreto della felicità, o una soluzione per i problemi sempre piú pressanti che ci troviamo e troveremo ad affrontare, né posso dire di essere contento del futuro che stiamo lasciando alle nuove generazioni, Ma per l'appunto, c'è una strada che posso proporre, una strada che può illuminare il futuro anche senza offrire soluzioni: la strada dei piccoli piaceri.

Infilo in questo calderone un po' tutto, dalla schadenfreude ai piccoli lussi che possiamo ancora permetterci, passando per ogni gesto o atto creativo, nostro o altrui che sia.

Schadenfreude

Abbiamo il CEO della Microsoft che chiede per favore di smettere di usare il termine “sbobba” quando parliamo dei prodotti dei loro modelli generativi che spacciano per intelligenza artificiale, con il prevedibile risultato di rafforzare questo uso, a tal punto che la vecchia deformazione del nome dell'azienda (Micro$oft, per la sfrontatezza con cui cercava il guadagno, senza nessuna considerazione etica) è ormai stato sostituito oggi da Microslop.

Abbiamo lo stesso figuro che implora perché noi si trovi un uso per la suddetta sbobba perché altrimenti loro perderanno il “permesso sociale” di consumare (inutilmente) risorse al ritmo a cui questi modelli consumano.

Abbiamo il CEO della NVIDIA che si lamenta perché tutti parlano male dei modelli generativi (al solito spacciati per intelligenza artificiale) invece di adottarli (o peggio ancora, dopo averli adottati).

E dà soddisfazione vedere questi miliardari cominciare a rendersi conto che questa volta nemmeno gli allocchi salveranno i miliardi buttatiinvestiti in una delle tecnologie piú inutili e dannose degli ultimi cento anni. Siamo tutti lí ad aspettare l'esplosione di questa bolla speculativa talmente gonfia da essere l'unica cosa a proiettare un'illusione di positività nel mercato azionario in un periodo di recessione economica che non cesserà finché i potenti non si renderanno conto di quanto avesse ragione Keynes, e che se gli operai non possono acquistare il prodotto del loro lavoro, l'economia non può girare. Dà soddisfazione, ed incoraggia ad insistere nelle campagne d'informazione sull'inutilità di questi modelli generativi, sul fatto che la produzione degli LLM sia sbobba di pessima qualità, sul criminale consumo di risorse nascosto dai colpevoli: dà soddisfazione non solo perché affermare il vero dà soddisfazione, ma anche perché i miliardari piangono, e se non possiamo fargli piangere sangue con le tasse perché si sono comprati i politici, almeno possiamo goderci i piagnistei perché stiamo sputtanando la loro sostanziale incapacità imprenditoriale.

(Bonus: Meta Inc. ha pure chiuso il comparto realtà virtuale sul quale aveva scommesso talmente tanto da cambiare persino nome per pubblicizzarlo —nonché ovviamente per la mala nomea che Facebook aveva accumulato tra genocidi e scandali vari. Ricordiamo che per la oggi si usa la stessa propaganda che per la realtà virtuale di allora, per cercare di vendere qualcosa che in realtà non serve a nessuno. Moriranno male e non dispiacerà a nessuno.)

Piccoli lussi

Pur con gli inevitabili conflitti e problemi, sono contento di avere la famiglia ed il lavoro che ho. Per la prima in particolare, mai come in questo periodo sono vere le parole del padre nella vignetta sul rubinetto della felicità di SMBC Comics.

Quando il grande in tutte le scemenze tira fuori anche qualche battuta simpatica, quando si possono cominciare a fare discorsi piú serî, quando la piccola si mette lí a fare puzzle e chiede anche solo compagnia, ma si finisce per mettercisi tutti insieme a cercare incastri, quando ci sediamo tutti insieme davanti ad un mazzo di carte o ad un gioco di equilibrio, ed io lo so che comunque sono piccoli lussi che non tutti si possono permettere.

E sono piccoli lussi il sushi che ci concediamo di tanto in tanto, i giochi da tavola, i libri ed i fumetti che acquistiamo (anche quando ci costano un rene di dogana dopo mille peripezie, cosa che, mi sa, presto si ripeterà con il fumetto indipendente che ho recentemente sponsorizzato).

Creatività

Altrui …

Quando ho lasciato l'allora Twitter per il Fediverso, non è cambiato solo l'ambiente generale, ma anche la mia selezione su chi seguire. Benché io sia stato sempre un “conoscitore” di fumetti indipendenti pubblicati sul web, (non necessariamente un intenditore, ma comunque un lettore di grandi quantità degli stessi), è stata con grande piacere che ho scoperto quanti artisti indipendenti vi fossero sul sul —nonostante una maggioranza di artisti indipendenti l'abbia in realtà evitato come la peste quando Twitter è diventato , preferendo migrare prima su varî esperimenti piú o meno falliti, ed infine generalmente su Bluesky: certa gente non impara mai.

Mi sono fatto un punto di seguire quanti piú di questi artisti possibile, non solo per interesse personale, ma anche come incoraggiamento al loro uso del Fediverso piuttosto che (o in aggiunta che fosse) alle piattaforme commerciali. Ho trovato con maggiore o minore difficoltà gente di cui leggevo da tempo le opere pubblicate online, ho trovato nuovi fumetti da seguire tramite contatti indiretti di artisti seguiti da altri artisti nel Fediverso, e piú recentemente nuovi artisti, dai nuovi fumetti che ogni tanto vado cercando, quando riconoscono l'opportunità di pubblicizzare anche la loro presenza sul Fediverso tra i profili social di corredo alle loro opere.

Ne è migliorata la qualità della mia navigazione sul Fediverso (soprattutto in questo periodo in cui le cattive notizie abbondano), ed in alcuni casi (come per Kamikaze) ne hanno tratto vantaggio economico anche gli artisti, perché un piccolo lusso che mi posso permettere io è una piccola speranza in piú per loro di sopravvivere del prodotto della loro creatività.

(Mi piacerebbe poter supportare finanziariamente tutti gli artisti che seguo; non posso. Ma la possibilità di permettere agli artisti di esprimere la propria creatività senza doversi preoccupare di morire di fame è certamente uno dei tanti argomenti a favore di quell' che da tempo sostengo.)

… e mia

Non mi considero una persona molto creativa, pur avendo le mie valvole di sfogo aspiranti tali. Mi piace scrivere, anche se non sempre trovo il tempo di scrivere quello che (o su cui) voglio scrivere (e sí, questo aggiornamento è un po' una scappatoia per menzionare molti dei tanti argomenti per i quali vorrei trovare il tempo di scrivere), e troppo spesso per i miei gusti ormai finisco con il farlo piú sul mio profilo Mastodon (che controllo fino ad un certo punto) che non qui (ed ho già spiegato perché).

Trovo comunque soddisfazione nel software che creo per lavoro, ed ancor piú in quello che sviluppo per interesse personale. E recentemente ho cominciato a guardare con curiosità a nuovi linguaggi di programmazione, tra cui Julia, ma ancor piú sono rimasto affascinato da tempo dalla promessa di una programmazione “naturale” con la nuova versione di Inform, un linguaggio creato specificamente per la creazione di quel genere di giochi che oggi viene classificato come Avventure testuali o piú generale (in inglese) come interactive fiction. E pertanto, per imparare quest'ultimo linguaggio, ho dovuto cimentarmi con la creazione di un'avventura testuale, esperienza di cui magari parlerò piú avanti.

E come prevedibile, ben presto mi sono trovato ad andare oltre l'avventura testuale, a cimentarmi con lo scrivere estensioni che possano tornare utili ad altri autori di avventure testuali. Ed anche questo, nel suo piccolo, è un modo di rendere il mondo piú bello.

Risiko IRL

Purtroppo non è solo un gioco.

Con la rimozione del presidente venezuelano operata dagli Stati Uniti, si delineano definitivamente le strategie di questa fin troppo reale partita a Risiko. L'accordo (a quanto pare risalente almeno al primo governo Trump1) è abbastanza chiaro: gli Stati Uniti lasciano che la Russia si prenda l'Ucraina, e la Russia lascia che gli Stati Uniti si prendano il Venezuela.

Poi le elezioni del 2020 sono andate come sono andate, ma intanto la macchina da guerra di Putin per invadere l'Ucraina era partita, e queste non sono cose che si fermano facilmente: lo stronzo ha evidentemente deciso che il gambetto valeva fare la pena: sarebbe bastato durare fino alla fine del mandato di Biden, investendo pesantemente nella rielezione di Trump (facile con l'appoggio della quinta colonna neofascista statunitense del Project 2025, nonché quello involontario dei soliti utili idioti sia del centro liberale sia della sinistra piú integralista —vedi le campagne a favore di Jill Stein nonostante fosse notoriamente implicata con la Russia).

Ed ora finalmente i pezzi cominciano a muoversi. Non contento degli ostacoli che Trump è riuscito a mettere agli appoggi all'Ucraina, ormai da tempo Putin gli fa pressione perché molli del tutto, arrivando a dargli in imbeccata un presunto piano di pace che era sostanzialmente quella resa incondizionata dell'Ucraina che Putin ha sempre cercato (fin dal primo tentativo, all'inizio della guerra, di prendere Kyiv e deporre Zelenskyy per sostituirlo con un burattino).

Ed in tutto questo la Cina è stata ben contenta di appoggiare lo sforzo bellico russo, visto che una Russia a cui si lascia prendere l'Ucraina significa una Cina a cui si lascia prendere Taiwan. Se a questo aggiungiamo le aspirazioni canadesi e groenlandesi che Trump ha sempre annunciato con vigore, possiamo dire che sul tavoliere si gioca ormai a carte scoperte.

Le armate arancioni hanno come obiettivo di conquistare la totalità del Nord e del Sud America, le armate nere l'Europa e l'Asia Settentrionale, e le armate gialle Africa, Asia Meridionale, piú un terzo continente a scelta.

In tutto questo è inevitabile chiedersi: ma le armate blu cosa pensano di fare? O hanno già abbandonato il gioco?


  1. A pagina 362–363:

    DR. HILL: Yes. I said that the Russians signaled, including publicly through the press and through press -- that's the way that they operate -- that they were interested in -- they laid it out in articles, I mean a lot of them in Russian -- but, you know, obviously, your staff and Congressional Research Service can find them for you -- positing that, as the U.S. was so concerned about the Monroe Doctrine and its own backyard, perhaps the U.S. might also be then concerned about developments in Russia's backyard as in Ukraine, making it very obvious that they were trying to set up some kind of let's just say: You stay out of Ukraine or you move out of Ukraine, you change your position on Ukraine, and, you know, we'll rethink where we are with Venezuela.

     ↩

Sogno #9

Sogno una sorta di festicciola in casa tra creature umane o umanoidi, qualcuna di loro sicuramente soprannaturale, tra cui una succuba. Sono secute attorno ad un tavolo, giocano, chiacchierano. Ad un certo punto, forse per un gioco tipo obbligo o varietà, forse perché a tarda notte si rompono i filtri, la succuba interviene in una discussione di cui non ricordo piú il tema, forse le violenze carerarie, commentando «soprattutto se sei una ragazzina minorenne e muori stuprata» e c'è questa presa di coscienza collettiva del fatto che la succuba stia parlando della propria esperienza di “prima”, quando ancora era un essere umano, e tutti si alzano per abbracciarla, piangendo.

Forse prima, forse contemporaneamente, una delle creature non è al tavolo con gli altri, ma alla finestra, e guarda fuori sulla città (l'appartamento è forse in un palazzo molto alto, che guarda sopra la città), ed è una città apparentemente costruita a raggiera attorno al palazzo in cui si trovano, ed è una città di luci, tipo neon, gialle, verdi, con un fondo (stradale?) blu e viola, ed è tutta illuminata, ma ad un tratto (mentre la succuba confessa? subito prima? subito dopo?) la creatura alla finestra vede il nero del cielo, dell'oltre la città, che comincia ad introfularsi, a spaccare il fondale, ramificazioni come se stessero svellendo le strade, occupando il territorio.

Ma la succuba non voleva che qualcuno stesse alla finestra, che guardasse fuori, che vedesse questa fine del mondo, e tutti stanno piangendo, la succuba forse piú degli altri, che però anche la implorano di fermare il disastro, perché sanno che ne è responsabile lei, è lei che l'ha voluto, anche se non è chiaro se è lei direttamente a controllarlo o no, ma è chiaro che lei abbia invitato le altre creature a questa festicciola in casa per proteggerle, e quando bussano alla porta raccomanda di non aprire.

Guacamole da fare

E niente. Ieri sera dopo cena apro il frigo per vedere se c'è qualcos'altro da sgranocchiare, e mi cade l'occhio sul cassetto della frutta, pieno di avocado. Solo che sul momento non mi viene in mente «avocado», quindi chiedo a mia moglie:

«Che ci fanno in frigo tutti quei guacamole da fare?»

Ora.

A mia discolpa posso dire che guacamole è la parola che mi è venuta sul momento, e che il mio cervello, nell'annebbiamento della stanchezza, è riuscito non solo ad identificarla comunque come “abbastanza vicina” (il passaggio guacamoleavocado sarebbe certamente ammesso il quel gioco enigmistico noto come il Bersaglio), ma anche a trovare un modo che a posteriori posso dire brillante per risolvere l'impasse.

Devo anche ringraziare mia moglie, che avrebbe avuto ogni diritto di leggere quella fase in tono accusatorio (visto anche che è lei quella che in genere si occupa di questo tipo di cucina), ed ha invece apprezzato anche lei questa uscita confusa ma felice.

E poi diciamocelo. A cos'altro servono i guacamolegli avocado?

Che cosa resterà di Babbo Natale

L'altro giorno, mentre tornavano da alcune compere, mia figlia ha deciso di condividere con noi la sua idea su come Babbo Natale faccia a consegnare tutti i regali in cosí poco tempo.

La spiegazione che ha dato è che esistono tanti babbi Natale: tutti quei babbi Natale giocattolo che ci portiamo in casa, la notte di Natale si animano, e tirano fuori da non si sa dove (sono stato molto bravo e non ho detto niente; non ho fatto nessuna battutaccia; voglio fatti i complimenti) i regali che lasciano sotto gli alberi prima di tornare ad essere oggetti inanimati.

Mio figlio a questo punto è intervenuto con un'altra spiegazione, dicendo che no, Babbo Natale è uno solo, ma ha una “sfera d'influenza” che copre tutta la Terra, e nella discussione che è seguita ha chiarito che intendeva la cosa in senso quantistico: l'incertezza sulla sua posizione, che gli permette appunto per effetto tunnel di entrare nelle case di chiunque (la storia del camino è evidentemente un mito utilizzando quando (1) le case avevano effettivamente un camino e (2) non si sapeva nulla di meccanica quantistica).

L'intervento del crasto mi ha sorpreso, ma allo stesso tempo mi ha dato un senso di déjà vu; alla fine mi sono convinto a chiedergli se fosse farina del suo sacco o se ne avessimo parlato già in passato, e lui mi ha confermato che ne avevamo già parlato e quello era quello che si ricordava.

La cosa interessante è che io non mi ricordo piú nemmeno quando ne abbiamo parlato. È stato quando siamo finiti a parlare di motori a gatti imburrati? Prima? Dopo? In che occasione?

Eppure, non posso sorprendermi del fatto che queste scemenze gli siano rimaste impresse. Speriamo non sia l'unica cosa che resterà della nostra educazione.

Catturati dal SSN

Differenze di prole

Oggi mio figlio porta a scuola la nostra autorizzazione a fare la vaccinazione per l'HPV. L'iniziativa fa parte di una campagna di sensibilizzazione nei confronto di questo virus per il quale la vaccinazione non è obbligatoria, ma è comunque caldamente consigliata anche come profilassi collettiva contro alcune forme di tumore (tra cui in particolare quelli orofaringei ed al collo dell'utero), e questo mi ha fatto pensare a quanto sia stato “fortunato” in questo senso.

Già alle elementari infatti l'Oblomovino è stato “catturato” da una campagna della ASL per l'ortodonzia, cosa che ci ha permesso di occuparsi della sua situazione dentale a costi contenuti: quando infatti si è poi trattato di provvedere all'ortodonzia per sua sorella, che non ha avuto questa fortuna e per la quale ci siamo rivolti invece al privato (anche per questioni di tempistica), ho potuto apprezzare la differenza economica tra la sanità privata e quella pubblica (che mi era comunque inizialmente sembrata abbastanza costosa).

Se non altro, per la vaccinazione HPV abbiamo la fortuna che, se anche dovesse mia figlia avere nuovamente la “sfortuna” di non rientrare in una campagna vaccinale scolastica, per la vaccinazione potremo comunque passare dal SSN, con tempistiche brevi, e l'unica penalità sarà un procedimento un po' piú scomodo (prenotazione, andare sul posto, etc) rispetto al personale che viene a scuola dietro autorizzazione. (A proposito, questo mi ricorda che mi devo fare la combo influenza/COVID-19 di quest'anno.)

E penso: perché queste campagne non le fanno piú spesso? Facendone ad esempio una ogni tre anni potrebbero beccare tutti gli studenti delle elementari almeno una volta (tra la terza e la quinta), e ovviamente gli studenti delle medie (non so ancora se ci sono anche campagne per le superiori, ma in caso: vale comunque; anzi, con campagne triennali, alcuni li beccheresti due volte, se vanno a copertura dell'intero quinquennio), ottenendo una capillarità delle campagne di prevenzione difficilmente attuabile altrimenti, con la possibile esclusione della visita di leva (almeno per il comparto maschile), a proposito della quale, quando fu appunto abolita, mi sono sempre chiesto perché non abbiamo almeno mantenuto proprio la visita generale, allargata all'intera popolazione: ma questo avrebbe significato spostare risorse dal Ministero della Difesa a quello della Sanità, e come ben sappiamo non sembra essere negli interessi dei nostri governi assicurarsi della buona salute dei cittadini (a quanto pare, curiosamente, a meno che non siano da mandare al macello).

E mi fermo qui perché altrimenti piú che da Diaria questo diventa un contributo per le Riflessioni.

Sfatare i miti (1)

Un cowboy è un vaccare / questo è vero però …

Un cowboy è un vaccaro
questo è vero, però …

Giorni fa ho fatto presente agli che un cowboy è un vaccaro. L'ho fatto con uno specifico intento, e credo che la cosa abbia funzionato fin troppo bene: la cosa è piaciuta loro tantissimo, ed hanno continuato a parlarne (o quanto meno a farvi riferimento) anche nei giorni a seguire.

Riconosco che la scelta è discutibile, benché non possa essere veramente falsificata: chiaramente, ciò che distingue il cowboy dal vaccaro (o del mandriano) “nostrano” non è nel ruolo precipuo caratterizzato dal nome, quanto nel contesto culturale in cui esso si muove, con tutta la mitologia del Far west che lo accompagna nell'immaginario collettivo.

Eppure proprio per questo trovo che sia importante sfatarne il mito: rimarcare che un cowboy è un vaccaro è una verità che copre una menzogna che copre una verità. Ed è importante imparare quanto prima che un mito è un mito, e porta con sé verità e menzogne che vanno analizzate.

Marmellate

A me di casa, a te di fabbrica

Oblomovina: «Mamma, ma dove andiamo c'è un supermercato?»

Consorte: «Perché, amore, cosa vuoi comprare?»

Oblomovina: «Marmellata di more cosí Oblomovino si mangia quella e a me lascia quella fatta in casa dalla nonna con le more che ho raccolto io.»

appunti

Blocco note per raccogliere le idee su svariati argomenti

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Scoperte sconvolgenti

  • information è un plurale collettivo [2010-11-22]
  • GIF (Graphic Interchange Format) si pronuncia con la G dolce (“jiff”) [2010-11-26]
  • si scrive accommodation e non accomodation [2010-11-29]
  • il costume adamitico non viene (direttamente) da Adamo, bensì dagli adamiti [2010-12-05]
  • si scrive embarrassing e non embarassing [2011-12-14]
  • calzoni: praticamente delle grosse calze (scoperto vestendomi ed infilandomi una gamba di pantalone, dicendo «mi infilo un calzone» e pensando «devo mettermi anche le calze») [2011-12-24]
  • i millenni in inglese sono millennia con due n (per quale motivo mi ero convinto che fossero con una n sola?) [2022-12-16]
  • il woodchuck in inglese è il groundhog (la marmotta) e non il beaver (castoro); improvvisamente il famoso scioglilingua how much wood would a woodchuck chuck if a woodchuck would chuck wood ha molto piú senso [2026-02-03]
  • da un thread sul ho scoperto varie cose che non sapevo: [2026-02-26]

Dox

As the United States of America descend straight into Nazism with the Second presidency of Donald Trump under the aegis of Project 2025 and with the full unabated support of the GAFAM “techbrocracy”, the tiniest, easiest act of resistance that can be done worldwide is to preserve and replicate all the information that they want to suppress: name the names, save the data, spread the news.


The ongoing (as of February 2025) coup in the USA, presided by the rapist and convicted felon Donald Trump, better known for being Putin's puppet since his first presidency, has been enabled and is being actively supported by staple names in the tech billionaire world like:

(This list is incomplete, I'll add to it as time and will permit.)


The Internet Archive is already doing its best to resist, for example by preserving all the CDC information that the Trump II administration has been trying to suppress in its effort to roll back the modicum of progress done in recent year on gender and sexual health. You can find the new archive here. Making a local copy of that archive is an act of resistance: at less of 100GB, it's surprisingly not that large either, all things considered. More in general, you can help the work of the by running an Archive Team Warrior instance and help with the preservation of important sites (be them related to the US government or not)..


Meanwhile, the unnominated Elon Musk has sent some of his peons to take over the management of government employees. And as he's trying to suppress the news from circulating, here are the names of some of the henchmen: Akash Bobba, Edward Coristine, Luke Farritor, Gautier Cole Killian, Gavin Kliger, and Ethan Shaotran. For a more in-depth analysis on how bad this action is, I recommend Mike Masnick's analysis here and here. See also Kreb's writeup on Coristine and the network of Russia-affiliate infiltrators and saboteurs he comes from. Don't forget about Marko Elez and his racist tirades: while he has resigned after being publicly denounced for the piece of shit he is, Musk has made it clear that he's the kind of guy he wants on staff, just in case anybody had any doubts about his positions.


Meanwhile ProPublica has a page dedicated to “Elon Musk's Demolition Crew” collecting details about many known members of the teams used in the government takeover.


On an apparently (but just so) different topic, United Healthcare, the health insurer with the most denied claims and opaque procedures whose CEO recently got “deposed” allegedly by Luigi Mangione, is trying to suppress a video by a doctor fighting against denials for her patients and not just because of the comments supportive of the purported killer (as in Luigi Mangione, not Brian Thompson) it received. I'm guessing the message won't get through.until the guillotines start operating again.


A list with the full names and email addresses of (some of?) the members of (one of?) Musk's assault team(s?) has been leaked. Musk isn't happy about it and has banned accounts for sharing it on his corporate silo, and has hypocritically denounced the action as doxxing, despite the information in the list being a matter of public record if DOGE is indeed a government agency or department. So here's the list in text form.


Meta Platforms, Inc., still better known as despite their effort to distance themselves from the numerous scandals ranging from catastrophic privacy failures to their role in the Rohingya genocide in Myanmar, is going after former Director of Public Policy (archive copy) Sarah Wynn-Williams, trying to stop her from promoting her memoir, Careless People.

So, spread the news and the name. Hopefully, we can sink “Meta” just as well as we're sinking Musk's automotivecarbon credit industry with the Tesla Takedown movement, that has been so effective in scaring the bejeebers out of his owner (whose stocks are the collateral for his purchase, among other things) so much that his friend the Russia agent Krasnov, better known as Donald Trump, the first convicted felon president of the USA put up a show that reminded everybody of Hitler's peddling of the Volkswagen.

Oh, and of course they're trying to pin the blame on Soros for these protests, because they can't accept that they could be so widely despised. A perfect term has been introduce to describe people like Musk & co: incellionaire, a portmanteau of Incel (itself a portmanteau!) and Billionaire. Incellionaire: because having money and getting gender affirming surgery1 won't fix your Nazi nerd loser personality and make people like, admire or respect you.


Justin Eichorn, Republican senator in Minnesota, who introduced a bill to declare people hating on Trump as mentally ill, has been arrested for soliciting a minor.

(This post will be updated as more noteworthy names will need to be set in stone to be remembered.)


  1. yes, Elon, the hair transplants and jaw implants you got done are gender affirming surgery. Or maybe he knows? Given his position on the matter, it might explain his mental state. One would almost be led to believe he's speaking from experience, if not for the fact that he has otherwise never shown such self-awareness. Nope. He just hates trans people, possibly (among other factors) because his (trans) daughter won't abide his abusive narcissism, and his former girlfriend Grimes ditched him for a trans woman. The latter in particular would seem to confirm my suspicion that transphobia, like racism, is essentially rooted in a sense of sexual inadequacy, but that's material for another article. ↩

Appunti per un dibattito sui regimi fiscali/II: extraprofitti

Smettiamola di parlare di extraprofitti o di salario minimo, e torniamo a parlare di tassazione illimitatamente progressiva.

Premessa

Si è fatto un gran parlare di “extraprofitti” in questi anni (soprattutto in questo anno, il 2022) in cui la speculazione delle aziende in posizione dominante nella fornitura di servizi essenziali ha portato loro massicci incrementi nei profitti, nonostante l'effetto drammatico che la recessione ha avuto sui redditi piú bassi.

Questa focalizzazione sulla “eccezionalità” di questi “extraprofitti” come giustificazione per la necessità di tassarli in maniera “eccezionale” mi ha dato “eccezionalmente” fastidio, perché fin da subito mi è stato evidente che non fosse altro che uno specchietto per le allodole messo in atto specificamente per distrarre l'attenzione da una banalità cruciale per i sostenitori del neoliberismo: che la situazione corrente non è altro che l'inevitabile (ed attesa, voluta) strada del capitalismo.

Ben lungi dall'essere una situazione eccezionale, la concentrazione del potere economico e la conseguente forbice tra i profitti di chi ha in mano i capisaldi dell'economia ed il crollo di tutti gli altri è la normalità del capitalismo, ostacolata nel secolo scorso solo dalla credibilità della “minaccia comunista”, che ha portato (almeno in alcune regioni geografiche) ad uno stemperamento di tale potenziale, dirottato verso iniziative atte alla riduzione delle sperequazioni proprie del capitalismo.

Il crollo della credibilità di tale minaccia è stato come sciogliere le briglie ad una bestia ombrosa, ora finalmente libera di dimostrare la propria pericolosa natura.

Concentrarsi sugli “extra”profitti in un regime socioeconomico che, con la connivenza della politica, da mezzo secolo ormai e sempre piú sfrontatamente favorisce la speculazione e lo sfruttamento, premia il narcisismo egocentrico ed individualista, protegge il potente e punisce la vittima, significa perdere di vista il quadro generale.

Discorso analogo vale, ad esempio, per le voci che si alzano di nuovo a favore di un salario minimo, in concomitanza con l'abolizione di quel “reddito di cittadinanza” pentastellato che, pur essendo una porcata mal fatta, ha avuto l'indubbio merito di far venire allo scoperto lo sfruttamento e l'ipocrisia di quegli imprenditori che piangono miseria lamentando l'assenza di lavoratori per nascondere la loro scelta di non offrire compensi congrui.

Ma come per gli “extraprofitti”, il discorso sul salario minimo finisce con il distrarre dalle ragioni di fondo del contesto che rende tali discorsi necessari, e trasforma la discussione da un'analisi di tale contesto ad un'analisi della (ed una guerra alla) soluzione proposta, analisi sostanzialmente inapprocciabile data la divergenza di fondo sul valore e sul significato delle transazioni (economiche e non) che sottendono i rapporti di potere. (Vedere i dibattiti in Francia sullo SMIC e sul suo aumento come esempio.)

Piuttosto che continuare ad insistere sull'adozione di misure ad hoc per questo o quell'angolo del problema (tassazione “eccezionale” sugli “extraprofitti”, salario minimo, salario massimo, forbice massima dei salari, e via discorrendo), non sarebbe meglio insistere perché gli strumenti che lo Stato ha già a disposizione vengano calibrati perché facciano quello per cui sono intesi?

La prospettiva su cui rimugino già da qualche tempo (in verità da prima di buttar giú i primi appunti su questa serie di articoli), infatti, è che lo Stato ha già in mano tutti gli strumenti necessari per bilanciare la naturale propensione capitalista alla concentrazione del potere ed all'amplificazione delle diseguaglianze, ma che (ovviamente, essendo la faina a guardia del pollaio) tali strumenti siano intenzionalmente stati “spuntati”. Insistere per la creazione di nuovi strumenti (altrettanto facili da “spuntare”) non può infatti che farmi pensare alla discussione sull'(in)utilità delle “grida” nei Promessi Sposi. Sarebbe piú utile lavorare per tornare ad avere una sinistra degna di tale nome in parlamento.

Introduzione

Come si può facilmente immaginare dal titolo di questo articolo, lo strumento principale su cui mi interessa concentrarmi qui è il regime fiscale. Non credo che sia l'unico (vi includo ad esempio anche il reddito di base incondizionato), ma è uno strumento che potrebbe essere di estrema efficacia se impostato correttamente. In questo senso questo articolo si inquadra nella discussione già cominciata dalle mie precedenti note sulla “flat tax”, benché per molti versi il cardine sarà l'opposto di quello del precedente articolo. Ed anche in questo caso si tratta di una bozza incompleta (per questo negli appunti per ora piuttosto che tra le riflessioni), ma che se non comincio a scrivere non finirò mai.

Parleremo stavolta dei sistemi fiscali progressivi, ovvero di quelli che impongono aliquote crescenti al crescere della base imponibile. In Italia (come, a quel che mi risulta, nella maggioranza dei Paesi), la progressività tributaria è implementata con un meccanismo a scaglioni, con ciascuna aliquota applicata a quella parte della base imponibile che rientra nei limiti (minimo e massimo) dello scaglione1.

La prima cosa che vorrei far notare è che negli anni non solo sono diminuiti gli scaglioni IRPEF, ma è anche stata ridotta l'aliquota massima. Questo è interessante per due motivi, con una medesima radice: il primo è che la progressività è tanto piú “raffinata” tanto piú sono gli scaglioni; il secondo è che il sistema tributario è tanto piú iniquo quanto piú è bassa l'aliquota massima. La radice comune a questi motivi è legata ai discorsi già fatti sulla “flat tax”: all'interno di ciascuno scaglione si è infatti sostanzialmente in regime di “flat tax”, e piú sono “ampî” gli scaglioni maggiore è la diseguaglianza all'interno dello scaglione e tra l'uno e l'altro; in particolare, piú è bassa l'aliquota massima, maggiore è la diseguaglianza generale, poiché superata la soglia massima (abbassata dal 2022 a soli 50K€) la proporzione di reddito disponibile dopo la tassazione può crescere indefinitivamente.

I grafici nella pagina WikiPedia sono illuminanti: l'evoluzione nel tempo degli scaglioni, delle aliquote marginali e dell'aliquota media mostrano chiaramente lo spostamento del carico fiscale dalle fasce piú ricche a quelle piú deboli, che andando ad aggravare la perdita del potere d'acquisto degli stipendi è una delle concause della regressione dell'economia italiana a causa dello schiacciamento verso il basso della classe media.

Ancora piú interessante è che laddove ora sarebbe impensabile avere aliquote sopra il 50%, l'IRPEF al momento della sua istituzione arrivava ad aliquote massime superiori al 70%, ed anche prima, nel periodo del cosiddetto Miracolo economico italiano, le aliquote dell'imposta complementare progressiva sul reddito arrivarono a superare (con le dovute differenze sul metodo del calcolo della base imponibile) il 60%.

Leggere la Gazzetta del 1962 ci mostra in realtà un'altra gemma: l'uso di una formula continua per descrivere l'aliquota in funzione del reddito invece degli scaglioni: con questo approccio, l'imposta viene calcolata direttamente dall'imponibile con una particolare formula (o, come nel caso descritto, due) che definiscono l'aliquota “milione per milione”. Anche questa è un'idea che terremo in considerazione nel nostro discorso.

Senza limiti d'(ali)quota

Dovrebbe essere chiaro già ora che piuttosto che parlare di stipendi massimi o extraprofitti sarebbe piú importante tornare ad un sistema tributario in cui l'aliquota massima non si ferma sotto il 50%, ma continua a crescere per basi imponibili molto elevate. Idealmente, l'aliquota massima potrebbe tranquillamente tendere al 100% per basi imponibili infinite.

L'idea potrebbe sembrare scandalosa ai sostenitori di un mercato piú liberale, ma proseguendo il discorso già fatto per la “flat tax” giova ricordare che l'economia beneficia piú da una maggior quantità di reddito disponibile nelle fasce piú povere della popolazione che da una spropositata concentrazione nelle mani di pochi (che è, dopotutto, il punto centrale di questa discussione); a questo proposito segnalo un notevole articolo che spiega come anche il piú semplice dei modelli economici di libero mercato (senza redistribuzione e senza “aiuto di stato agli imprenditori”) porti comunque inevitabilmente all'amplificazione e fossilizzazione delle diseguaglianze, ed alle creazioni di oligopoli ed oligarchie. (Lo stessa tema è stato trattato da SciAm, e nasce da un articolo scientifico del 2002.)

Un'aliquota crescente senza altro limite che il 100% per imponibile infinito ha come obiettivo proprio quello di disincentivare mire (anche involontarie) multimiliardarie e regolamentare la redistribuzione dei profitti per mantenere l'economia (e con essa la politica) in condizioni “sane”.

Faccio notare da subito che in un sistema tributario di questo tipo qualunque discorso sugli “extraprofitti” non avrebbe senso, poiché profitti spropositatamente alti sarebbero automaticamente tassati spropositatamente di piú, senza bisogno di interventi ad hoc. Lo stesso strumento può inoltre essere calibrato per incentivare una riduzione della forbice salariale, come discuteremo nel prossimo paragrafo2.

Nota: questo articolo fa uso di MathML, lo standard XML per le formule matematiche. Purtroppo, questo non è supportato correttamente in alcuni browser sedicenti ‘moderni’ o ‘ricchi di funzionalità’. Se le formule non hanno senso nel tuo browser, segnala il problema agli sviluppatori (del browser), o passa ad un browser che supporti questi standard.

Ma facciamo intanto un esercizio matematico: come dovrebbero essere scelte le aliquote in funzione della base imponibile (es. del reddito) in un sistema del genere? Come già anticipato, scaglioni meno ampî possono aiutare a ridurre l'iniquità del sistema fiscale, sicché idealmente sarebbe opportuno che ad ogni base imponibile x corrisponda un'aliquota α esprimibile sotto forma di funzione continua dell'imponibile α=α(x).

Tale funzione dovrebbe godere delle seguenti proprietà:

  1. la funzione dovrebbe avere valori in [0,1] per ogni imponibile:

    0α(x)1x0;

  2. il limite della funzione al tendere dell'imponibile all'infinito dovrebbe essere 1:

    limx+α(x)=1;

  3. la funzione dovrebbe essere strettamente crescente:

    x1<x2α(x1)<α(x2);

  4. l'applicazione dell'aliquota non deve fare diminuire il reddito disponibile (se A ha un imponibile piú alto di B, non può ritrovarsi con meno soldi di B dopo aver pagato le tasse):

    x1<x2(1-α(x1))x1<(1-α(x2))x2.

Per semplicità conviene mirare ad una funzione α(x) che sia sufficientemente regolare (diciamo almeno C1, quindi derivabile con derivata continua), sicché le condizioni 3 e 4 si possono riscrivere in termine delle derivate, portando a:

0<α'(x)<1-α(x)x.

essendo la derivata di (1-α(x))x la funzione 1-α(x)-α'(x)x.

Se consideriamo l'eguaglianza invece che la maggiorazione a destra, otteniamo una soluzione α(x)=1-kx per arbitrari k>0, che in qualche modo rappresentano le (famiglia di) “funzioni limite” per la nostra aliquota.

Curiosamente, la condizione α(x)>0 implica x>k, per cui, fissato k, viene definita automaticamente la zona d'esenzione. Il parametro k definisce inoltre quanto velocemente cresce α(x), con il caso limite k=0 corrispondente ad una tassazione costante al 100%, mentre a k maggior corrispondono aliquote piú piccole per ogni fissato x.

{ Altre funzioni con crescite piú lente 1-(kx)p,(1-kx)1p o forme diverse, e.g. arctan(x) normalizzato è dello stesso ordine, ma può essere calibrato meglio con due parametri: (2π)arctan(x-x0k), o addirittura 3 con ((2π)arctan(x-x0k))p }

Fiscalizzazione regressiva (alla mediana)

Togliere il limite superiore alle aliquote può disincentivare la creazione di redditi “spropositatamente” alti, ma fa poco per incentivare l'innalzamento degli stipendi. Inoltre, rimane sempre “interpretabile” il concento di stipendio “spropositatamente” alto, anche se, almeno intuitivamente, è apparente che questo vada definito per rapporto agli altri stipendi.

Uno degli strumenti classicamente applicati per imporre una riduzione della forbice salariale è fissare un limite superiore al rapporto tra lo stipendio massimo e minimo. { esempi; ricordo male io o il pubblico in Francia è cosí? ; materialmente siamo passati da un rapporto dell'ordine di 20:1 negli anni'60 del XX secolo a oltre 350:1 in questi anni }

Questo approccio è molto incisivo, soprattutto se accoppiato con una legge sul salario minimo, ma oltre alla discrezionalità sulla scelta del rapporto massimo (ed eventualmente del salario minimo) soffre di un problema di (mancanza di) generalità: i salari di riferimento ed i tetti sugli stipendi massimi in rapporto ai minimi sono in genere per settore (e.g. nel pubblico o in questa o quella industria) e non sull'economia generale, nonostante i problemi che dovrebbero essere risolti o tenuti sotto controllo siano invece di carattere generale, e variabile nel tempo (per esempio, a causa dell'inflazione o della trasformazione dell'economia).

Un approccio piú generale (benché meno ovvio) per mirare a simili equilibrî potrebbe essere quello di adottare un sistema fiscale in cui le aliquote siano parametrizzate sui parametri statistici nella distribuzione delle basi imponibili, quali la mediana dei redditi e un opportuno indice di dispersione (come ad esempio lo scarto interquartile).

Come esempio concreto, consideriamo un sistema fiscale con un'area d'esenzione fissata al 10% della distribuzione dei redditi, con un'aliquota che cresca poi linearmente con i percentili, sicché un reddito mediano (maggiore di quello del 50% della popolazione) verrebbe tassato al 40%, e il 99% percentile (il famoso “1%”) verrebbe tassato all'89%. (Questa funzione non soddisfa tutti i criteri del precedente paragrafo, ma potrebbe comunque soddisfarne abbastanza da essere comunque accettabile.)

In un regime fiscale di questo tipo, un'azienda avrebbe un incentivo a non alzare troppo gli stipendi della dirigenza rispetto a quelli della concorrenza, giacché questo potrebbe portarli in una fascia percentile con tassazione piú elevata —con una maggiorazione del costo per l'azienda a parità di reddito netto disponibile per gli stipendi piú elevati. D'altra parte, per lo stesso motivo non vi sarebbe neanche incentivo ad alzare gli stipendi piú bassi, né a limitare quelli apicali che si trovassero già in regime massimale (ovvero in quel famoso 1%), perché l'unica cosa che potrebbe cambiare la loro fascia sarebbe far scendere questi stipendi al di sotto di quelli dei “top manager” della concorrenza.

In generale, l'idea sarebbe quindi di definire i parametri della funzione α sopra discussa in modo che l'aliquota “ideale” sia raggiunta (ad esempio) al reddito mediano, e che la funzione cresca tanto piú o meno velocemente quanto piú o meno “dispersi” siano i redditi. Facendo dipendere le aliquote non solo dalla posizione dell'imponibile rispetto agli altri (in percentili), ma anche da come gli altri sono distribuiti, si introduce infatti un altro fattore nella valutazione dell'opportunità di alzare questo o quello stipendio, e di quanto: ad esempio, alzare gli stipendi piú bassi lasciando quelli piú alti invariati restringerebbe l'IQR, che farebbe abbassare le aliquote su quelli piú alti, risultando quindi in una crescita del reddito netto anche per gli stipendi piú alti.

{ schemino (dinamico?) con l'esempio dell'arctanp dove p è (monotòno con) l'inverso dell'IQR, o similmente per 1-(kx)p o (1-kx)p, con le dovute differenze. }

Se gli imprenditori sapessero giocare

Il principale problema di una soluzione del genere, a parte l'ovvio riuscire ad avere al governo qualcuno con la saggezza ed il coraggio di andar contro l'interesse particolare delle fasce piú ricche della popolazione, è la generale inettitudine della classe imprenditoriale (italiana, ma purtroppo non solo). La cosa è abbastanza evidente non solo nella poco diffusa capacità di innovare (la maggioranza della c.d. imprenditoria si divide principalmente tra rendite di posizione e copie di idee altrui), ma anche nell'incapacità di vedere alla necessità keynesiana di trattare i proprî dipendenti (ed i proprî clienti) con riguardo e dignità piuttosto che come limoni da spremere sfruttando la loro disperazione.

Questa mancanza di lungimiranza e manifesta incapacità nelle teorie dei giochi renderebbe la subdolità della strategia fiscale proposta sicuramente meno efficiente dell'imposizione del famoso rapporto massimo tra gli stipendi, anche se potrebbe essere piú efficiente di qualunque appello all'etica, una volta mostrato in che modo (ed in che misura) l'innalzamento degli stipendi piú bassi porterebbe ad un aumento del reddito (netto) di quelli piú alti prima ancora di considerare i beneficî sull'economia in generale di una piú equa distribuzione della ricchezza.

Ciò che rende interessante l'approccio fiscale proposto (nella prospettiva della teoria dei giochi) è il modo in cui le scelte locali hanno effetti globali, tanto piú evidenti tanto maggiore è la disparità di trattamento ed il numero di persone coinvolte: il bottegaio che alzasse di 50€/mese lo stipendio della propria manciata di dipendenti avrebbe meno impatto della grossa azienda che decidesse di redistribuire il bonus ai dipendenti pagati meno piuttosto che concentrarlo nelle mani del consiglio d'amministrazione, ma in un'economia dominata dalla piccola/media impresa, avrebbe ancora piú impatto una scelta da parte di tutti i bottegai di alzare gli stipendi dei proprî dipendenti.

Un aspetto non banale è la scelta dell'anno di riferimento per il calcolo degli indici statistici da cui dipenderebbero le aliquote. Attualmente, le aliquote vengono stabilite (almeno) l'anno precedente (anche perché altrimenti il sostituto d'imposta non potrebbe sapere quanto accantonare), ma le uniche statistiche (complete) disponibili sarebbero relative all'anno ancora prima, portando ad una latenza di almeno 2 anni tra il calcolo delle statistiche e l'anno del pagamento.

Sarebbe piú interessante (ma meno realistico e probabilmente non realizzabile) stabilire il rapporto tra aliquote e statistiche anticipatamente, ma sulla base delle statistiche dell'anno stesso di riferimento. Le tasse 2022 verrebbero quindi pagate non sulle statistiche dei redditi 2020 disponibili nel 2021, ma direttamente sulle statistiche del 2022 (disponibili nel 2023). Questo richiederebbe la separazione della fase di dichiarazione dei redditi da quella del computo del contributo fiscale, giacché l'aliquota reale non potrebbe essere nota se non quando tutte le dichiarazioni siano disponibili; nell'ipotesi in cui le statistiche non cambino molto di anno in anno, si potrebbe comunque procedere con il pagamento in due tempi (con le vecchie statistiche al momento della dichiarazione, piú un correttivo —potenzialmente a rimborso!— quando le statistiche dell'anno siano conosciute), ma l'impatto di grandi stravolgimenti (pensiamo alla crisi economica venuta con la pandemia di COVID-19, o i famosi “extraprofitti”) sarebbero a dir poco interessanti.


  1. dal discorso sto intenzionalmente omettendo tutte quelle scappatoie che “facilitano” i redditi piú alti tramite esenzioni, deduzioni, detrazioni, e i progressivamente meno legali meccanismi di elusione ed evasione. ↩

  2. intendo qui paragrafo nel senso italiano proprio, quello che in inglese si chiama section, e non nel senso di capoverso come nelle traduzioni improprie dall'inglese causate dalla false friendship con il paragraph inglese. ↩

Appunti per un dibattito sui regimi fiscali/I: flat tax

Alcune (incomplete) riflessioni sull'(in)equità della flat tax

Da anni rimando di buttar giú queste note, principalmente perché desideroso di complementarle con una simpatica interfaccina per “giocare” sull'effetto di varî sistemi di tassazione. Dopo l'ennesima difesa della presunta equità della famigerata flat tax ho deciso però infine di mettermi a scrivere.

Introduzione

Per pararmi da alcuni possibili interventi da parte di anarchici e libertari premetto subito che tutti i discorsi che seguono partono dal presupposto che la tassazione è una necessità: lo Stato (o chi per lui) offre un certo numero di servizi, che hanno un costo, per coprire il quale lo Stato ha bisogno di soldi, e la tassazione è il meccanismo primario con cui lo Stato se li procura. Ammesso e non concesso che esistano meccanismi alternativi, tale discussione va condotta indipendentemente (ed in separata sede) dalle questioni circa l'equità dei vari sistemi fiscali e del loro impatto socioeconomico, che intendo invece affrontare qui.

Mi concentrerò inoltre principalmente sulla tassazione del reddito, anche se non escludo qualche commento o future estensioni di questa pagina per parlare di altre forme di tassazione.

Nel discorso che segue supporrò che ciascun soggetto tassabile abbia un proprio reddito annuo lordo (RAL) R, su cui pagherà una certa quantità di tasse T. Il valore D=R-T rappresenta il reddito disponibile, ovvero quello che il soggetto potrà effettivamente spendere, ovvero ancora quella parte del reddito del soggetto che potrà direttamente contribuire all'economia. Distingueremo inoltre dalle (potenziali) spese del soggetto quelle essenziali (o imprescindibili, ovvero che il soggetto non può non sostenere) E, identificando il rimanente S=D-E=R-T-E come reddito discrezionale.

Un aspetto importante da considerare è che l'importo delle spese essenziali E non dipende dal reddito, ma esclusivamente dalla natura del soggetto e dalle sue circostanze; per esempio, se il soggetto è un singolo individuo questi avrà un certo minimo di spese da sostenere per nutrirsi, vestirsi, avere un tetto sopra la testa, raggiungere il luogo di lavoro, etc; se il soggetto è una famiglia con 4 persone, questo minimo sarà ovviamente diverso (ed in genere piú elevato, viste le maggiore necessità di cibo e di vestiario, anche se probabilmente inferiore a 4× il minimo del singolo individuo). Tutto il resto può essere considerato parte delle spese discrezionali.

(Volendo, ci si potrebbe anche dilungare su come minimizzare le spese essenziali nel breve termine abbia in realtà un costo maggiore sul medio/lungo termine, per cui bisognerebbe prestare attenzione a quanto si debba considerare essenziale e quanto discrezionale, ma tutto questo merita a sua volta un discorso a parte.)

Una nota semantica

Il principale problema dell'analisi presentata in questo testo risiede nella scelta del significato da dare alla parola “equo”: quando è equo un sistema fiscale?

L'idea generale che si vuole rispettare è che si abbia diritto a godere dei beneficî della propria produttività —qualcosa su cui, a livello puramente concettuale, possono trovarsi d'accordo il veterocomunista Marxista piú convinto (dopo tutto, è da questo che parte la famosa teoria del plusvalore) con l'anarco-capitalista libertario dell'ultim'ora. Le differenze, ovviamente, risiedono nella proposta strategica per il raggiungimento di questo ideale, ma ancor prima, e forse soprattutto, nella scelta (metodologica) di come quantificare in concreto quanto ci si stia distaccando dall'ideale.

Cosa va rapportato con cosa, nel decidere quanto si sta godendo della propria produttività? Le scelte sono innumerevoli (lo sforzo al reddito? il reddito proprio a quello altrui? il reddito lordo a quello netto?)

Per l'analisi che segue faremo una scelta ben precisa, con la coscienza che tale scelta pone in maniera naturale dei limiti sulla validità dell'analisi stessa, e che porre obiettivi diversi porterebbe per necessità a conclusioni diverse. D'altra parte, riteniamo che la scelta in sé sia ben fondata, almeno nella misura in cui si stia analizzando un sistema fiscale caratterizzato da una certa semplicità: l'equità del sistema sarà per noi la misura in cui quello che rimane in tasca al soggetto sia quanto piú proporzionale possibile al suo reddito lordo, tolte le tasse e le spese essenziali.

Analisi dell'equità della flat tax

Con il termine flat tax si intende un sistema fiscale con singola aliquota k<1. Dato il reddito lordo R, le tasse da pagare saranno kR, indipendente dall'ammontare di R, e possibilmente anche da altri fattori (quali la fonte del reddito stesso).

L'idea di base di molti suoi sostenitori è che tale sistema fiscale, oltre ad avere il vantaggio della semplicità, sia anche “piú equo” di altri (in cui le aliquote variano a seconda del reddito stesso) perché tutti pagano la stessa percentuale del proprio reddito lordo, ed hanno pertanto la stessa percentuale di reddito disponibile: DR=1-k.

Se però guardiamo al reddito discrezionale, le cose cambiano; il rapporto SR si riduce infatti a 1-k-ER, ed essendo le spese essenziali E indipendenti dal reddito (e quindi in particolare uguali a parità di natura del soggetto e sue circostanze), il rapporto ER tende a zero al crescere di R, aumentando il rapporto SR.

Facciamo un esempio con dei numeri. Prendiamo tre soggetti che abbiano le stesse spese essenziali, mettiamo E=5¤ (l'anno) e che vi sia un'unica aliquota fiscale k=20%=0.2. Supponiamo che i RAL siano 10¤, 50¤ e 100¤: i redditi lordi stanno in rapporto 1:5, 1:2 e 1:10. Di tasse pagano rispettivamente 2¤, 10¤ e 20¤ (mantenendo gli stessi rapporti), con redditi disponibili rispettivamente 8¤, 40¤ e 80¤ (ancora con gli stessi rapporti).

Tolte però le spese essenziali, i redditi discrezionali rimanenti sono 3¤, 35¤ e 75¤: tra il primo ed il secondo vi è un rapporto di 1:11.67 (piú di due volte il rapporto tra i RAL), tra il secondo ed il terzo di 1:2.14, e tra il primo ed il terzo di 1:25, due volte e mezzo il rapporto tra i RAL.

Al di là dei numeri specifici, rimane la realtà dei fatti: con un'aliquota singola, il rapporto SR cresce al crescere del reddito, risultando quindi (proporzionatamente) piú favorevole a chi ha RAL piú elevati, tanto piú quanto piú è alta la discrepanza tra i RAL.

La soglia d'esenzione

La flat tax piú rudimentale presenta anche un altro problema: nel momento in cui vengono considerate le spese essenziali, la combinazione di queste (fisse) e delle tasse (proporzionali al reddito) porta i redditi piú bassi addirittura in negativo, anche supponendo che non vi siano redditi inferiori alle spese essenziali.

Per evitare questa idiosincrasia, la soluzione piú semplice è l'introduzione di una soglia d'esenzione (no tax area), che chiameremo N. In un tale sistema, i redditi lordi verranno tassati solo nella misura in cui superano tale soglia d'esenzione (ed in particolar modo, i redditi inferiori alla soglia d'esenzione non saranno tassati). L'importo delle tasse sarà quindi T=k(R-N), per R>N. (Ovviamente, per evitare la criticità dell'andare in negativo con le tasse, è necessario che N sia non inferiore ad E.)

La presenza di una soglia d'esenzione, oltre a risolvere la criticità, aiuta anche ad “equalizzare” la sproporzione tra redditi lordi e redditi discrezionali presente con l'aliquota singola, essendo SR=1-k(1-NR)-ER.

Se nell'esempio già considerato aggiungiamo infatti una soglia d'esenzione di, mettiamo, 6¤, otteniamo che il reddito di 10¤ sarà tassato solo su 4¤, e dovrà quindi pagare 0.8¤, il reddito di 50¤ sarà tassato su 44¤, e dovrà quindi pagare 8.8¤, mentre il reddito di 100¤ sarà tassato su 94¤, e dovrà quindi pagare 18.8¤. In questo caso, in proporzione, il reddito piú alto dovrà pagare piú tasse (tra il minimo ed il massimo il rapporto di quanto pagato è di 1:23.5 a fronte di un rapporto di redditi lordi di 1:10), ma benché i rispettivi redditi discrezionali (4.2¤, 36.2¤, 76.2¤) rimangano sproporzionatamente in favore dei redditi elevati (1:8.62, 1:2.1 ed 1:18.14 rispettivamente), la discrepanza è inferiore al caso senza soglia d'esenzione.

La soglia d'esenzione è quindi una misura (anzi l'unica, se l'obiettivo è la semplificazione del sistema fiscale) per limitare l'effettiva iniquità (e soprattutto il conseguente impatto sull'economia reale) dell'aliquota singola.

(Il discorso in realtà non è cosí semplice nel momento in cui si osserva che, all'interno della no tax area non vi è alcuna proporzionalità dei redditi discrezionali, essendo SR=1-ER. L'unica soluzione in questa prospettiva è l'eliminazione di tutte le spese essenziali, possibile solo nel momento in cui lo Stato fornisca tutti i servizi essenziali a titolo interamente gratuito per gli utenti, ovvero senza altre spese che le tasse.)

Trovare un equilibrio

Possiamo riscrivere la formula del rapporto tra reddito discrezionale e reddito lordo come:

SR=1-k(1-NR)-ER=1-k-E-kNR

mettendo quindi in evidenzia come il contributo della soglia d'esenzione abbia segno inverso ad E e ne possa quindi compensare l'effetto.

{ Studio del segno del termine nelle condizioni di esistenza RNE) }

Volendo considerare il carico fiscale “massimamente equo” laddove tale rapporto sia costante (ovvero nella condizione in cui, indipendente dal RAL, si abbia la stessa percentuale di reddito discrezionale), è necessario annullare E-kN, ottenendo la condizione N=Ek (osserviamo che essendo k<1, si avrà sempre N>E, come voluto). Per N<Ek si ottiene un sistema che favorisce i redditi piú alti, mentre N>Ek dà un sistema che favorisce i redditi piú bassi.

La relazione ci dice in particolare che riducendo l'aliquota occorre alzare la soglia di esenzione per preservare l'equità. Viceversa, aumentando l'aliquota si può ridurre la soglia d'esenzione, fino ad un minimo teorico di E nel caso di tassazione al 100%. E vale ovviamente la relazione inversa, per cui piú è bassa la soglia d'esenzione piú alta dev'essere l'aliquota per mantenere equo il sistema.

Un corollario interessate a questo è che una riduzione dell'aliquota che mantenga equo il sistema (alzando proporzionatamente la soglia d'esenzione) porta ad un decremento del gettito fiscale complessivo da due fronti: meno tasse dai contribuenti, e meno contribuenti.

(Nell'esempio numerico preso in considerazione sopra, la soglia d'esenzione ottimale sarebbe N=5¤0.2=25¤, portando il reddito da 10¤ nella no tax area. Il reddito da 50¤ verrebbe tassato su 25¤, per un totale di 5¤, portando il reddito discrezionale a 40¤; il reddito da 100¤ verrebbe tassato su 75¤, con 15¤ di tasse, portando il reddito discrezionale a 80¤, e mantenendo quindi il rapporto 1:2 dei RAL anche nei discrezionali. Il fisco riceverà da questi contribuenti un totale di 20¤, contro i 28.4¤ della soglia a 6¤ ed i 32¤ dell'aliquota singola pura. Mantenere lo stesso gettito fiscale nell'esempio in questione sarebbe ad esempio possibile con un innalzamento dell'aliquota al 28% con un conseguente abbassamento della soglia d'esenzione ai 17.87¤ circa, che lascerebbe comunque fuori il reddito piú basso.)

Considerazioni sparse

  • poiché le spese essenziali dipendono dal soggetto e dalle circostanze, il calcolo della soglia d'esenzione (che ad essa è legata nel rapporto di equità) dovrebbe avere un'analoga dipendenza, con notevoli implicazioni (ed una discussione a parte meriterebbe a questo punto l'equità di questa soglia d'esenzione variabile);

  • l'aliquota singola è tanto piú iniqua quanto piú è elevata la disparità tra RAL (es. forbice salariale);

  • l'aliquota singola è tanto piú iniqua quanto piú sono elevate le spese essenziali;

    un interessante corollario è il seguente: piú è bassa l'aliquota, piú essa è (indirettamente) iniqua; la motivazione è la seguente: (parte del)le spese essenziali può essere assorbita dallo Stato e dai servizi che esso offre; meno sono i servizi offerti dallo Stato, e minore è la loro qualità, maggiore sarà l'importo delle spese essenziali; e poiché servizi di qualità costano, anche nell'ottimistico caso teorico di uno Stato massimamente efficiente, minore è il gettito fiscale dello Stato, minori saranno i servizi e la loro qualità; ad aliquote piú basse corrispondono gettiti fiscali inferiori, e quindi meno servizi (e di qualità inferiore): maggiori saranno pertanto le spese essenziali, e pertanto maggiore sarà l'iniquità dell'aliquota;

    poiché le spese essenziali dipendono dal gettito fiscale, abbiamo un sistema fortemente non lineare in cui il gettito fiscale dipende dalla soglia d'esenzione che dipende (tramite la propria dipendenza dalle spese essenziali nel rapporto d'equità) anche dal gettito fiscale stesso.

Quale reddito libero?

Evoluzione dell'iniquità

Dal discorso fatto sopra sulla flat tax dovrebbe essere evidente che la principale difficoltà nel definire aliquote e soglie d'esenzione per un sistema fiscale affinché questo possa essere considerato equo (nella misura usata, ovvero la proporzionalità tra RAL e reddito discrezionale) è la determinazione delle spese essenziali.

Assumendo che il problema sia in pratica irrisolvibile (salvo, come già accennato, l'annullamento di tutte le spese essenziali, tramite servizi offerti dallo Stato a titolo interamente gratuito) occorre scegliere tra quella che potrebbe essere una sovrastima di tali spese (e quindi in conseguenza anche della soglia d'esenzione) o se sia preferibile una sottostima degli stessi. Come già detto, la differenza principale è che l'uno “favorisce” (lascia proporzionatamente piú reddito discrezionale a) i RAL piú bassi, mentre l'altro “favorisce” i redditi piú alti.

Si potrebbe inquadrare questa questione nel piú generico dibattito dell'economia supply-side vs demand-side, supponendo che (statisticamente) i redditi piú elevati siano quelli “imprenditoriali”, ma è anche possibile fare un'analisi delle due scelte limitandoci al campo delle riflessioni fatte finora.

Partiamo dall'osservazione che il reddito discrezionale è quello che il soggetto può utilizzare per i proprî scopi (al di fuori della soddisfazione dei bisogni essenziali), ed in particolar modo è quello che il soggetto può utilizzare per migliorare la propria condizione, inclusa qui anche la possibilità di trovare un lavoro migliore, o di investire sul proprio lavoro per renderlo piú efficiente, e quindi in generale anche di innalzare il proprio RAL.

Avere piú reddito discrezionale disponibile dà piú opportunità in questo senso, ovvero maggiori o migliori possibilità di passare ad un RAL superiore, almeno a parità di RAL di partenza. (Non faremo in questo senso alcuna ipotesi di relazione tra queste possibilità ed il RAL di base, ovvero non ipotizziamo che passare ad esempio da 10¤ a 20¤ sia intrinsecamente piú o meno facile che passare da 20¤ a 30¤ o da 20¤ a 40¤.)

Confrontiamo adesso due sistemi fiscali iniqui (ovvero in cui il reddito discrezionale non sia proporzionale al RAL) in senso opposto: un sistema A che favorisca i redditi piú alti, ed un sistema B che favorisca i redditi piú bassi. Per quanto appena osservato, nel sistema A i redditi piú alti saranno favoriti (rispetto agli stessi redditi del sistema B) nel migliorare la propria condizione, mentre i redditi piú bassi si troveranno svantaggiati; nel sistema B sarà ovviamente al contrario.

Il sistema A migliora quindi le possibilità dei redditi alti per diventare ancora piú alti, limitando quelle dei redditi bassi, laddove il sistema B migliora le possibilità dei redditi bassi di sollevarsi, limitando quelle dei redditi alti. Il primo tenderà quindi ad allargare la disparità tra RAL, mentre il secondo tenderà invece a ridurla.

L'iniquità dei due sistemi ha quindi una caratteristica strutturale che le differenzia: l'iniquità a favore dei RAL piú alti tende ad amplificare l'iniquità stessa (aumentando la forbice), laddove l'iniquità a favore dei RAL piú bassi tende a ridurre l'iniquità del sistema favorendo la riduzione della forbice.

{ Analisi sull'eventuale RAL di “equilibrio” nel sistema B; occorrerà probabilmente considerare anche il comportamento dei redditi sotto la soglia d'esenzione }

Il limite dell'analisi

Ovviamente, poiché queste operazioni di (de)stabilizzazione operano sulla distribuzione dei redditi, si potrebbe obiettare che il costo di questa equità fiscale è l'omogeneizzazione dei RAL, condizione nel quale tutti i meccanismi fiscali basati puramente sul RAL diventano automaticamente fiscalmente “equi”, spostando di fatto l'iniquità altrove, ad esempio con una effettiva disincentivazione del raggiungimento di RAL piú elevati, se non addirittura “punendo” il guadagno “eccessivo”: producendo il doppio, pur portandomi ad un RAL doppio, non mi darà il doppio di soldi in tasca, ed anzi tanto meno di ciò quanto piú favorevole ai redditi bassi sarà il sistema.

D'altronde, se di equità stiamo parlando, non è nemmeno equo che chi riesce ad ottenere solo un RAL basso debba per questo essere “punito” per avere un guadagno “insufficiente”: per quale motivo produrre la metà, pur portandomi ad un RAL dimezzato, dovrebbe darmi meno della metà di soldi in tasca, ed anzi tanto meno di ciò quanto piú favorevoli ai redditi alti è il sistema?

Azzarderei quindi che, pur con i suoi limiti, l'analisi fatta finora gode di un certo “bilanciamento”, non superabile senza l'introduzione di ulteriori elementi di valutazione.

Si potrebbe ad esempio riflettere su quanto il RAL sia frutto effettivamente dell'impegno del soggetto (nel qual caso si potrebbe voler premiare il maggior impegno che ha portato ad un RAL piú elevato, e quindi prediligere il sistema A), e quanto invece delle circostanze (nel qual caso sarebbe quasi sadico impoverire ulteriormente chi non avrebbe potuto fare altrimenti, e quindi prediligere il sistema B). Oppure, adottando un'ottica “calvinista”, o quanto meno weberiana, si potrebbero considerare le circostanze dominanti, ma prediligere comunque il sistema A, che per sua natura “premia” il successo e “punisce” l'insuccesso, vedendolo quindi, in maniera forse un po' blasfema, come una manifestazione terrena della Grazia di Dio.

Sull'utilità marginale del reddito

Un aspetto a cui si può guardare con un occhio forse piú oggettivo è l'effetto che la distribuzione dei redditi (ed in particolare del reddito discrezionale) ha sull'economia in particolare, e sulla società in generale.

Sostanzialmente, dovendo scegliere tra due sistemi fiscali entrambi iniqui nei confronti dei singoli contribuenti, vogliamo andare a vedere quale dei due sistemi possa dare un beneficio complessivo all'economia (ed alla società), pur operando a discapito di una delle due categorie (quella dei redditi alti o quella dei redditi bassi).

Partiamo con l'osservare che, a parità dell'ammontare della variazione, l'effetto di una variazione di reddito discrezionale cambia in base al reddito di partenza: un incremento o un decremento di 1¤ su un reddito discrezionale di 1¤ e molto maggiore dello stesso su di un reddito di 10¤, per il quale è comunque superiore allo stesso incremento su di un reddito di 100¤ (in un certo senso, il denaro stesso segue la legge dell'utile marginale decrescente).

L'impatto di questa variazione non è solo intrinseco, legato alla proporzione fra variazione e valore di riferimento, ma ha anche implicazioni sulle modalità in cui l'economica da tale variazione può beneficiare (o essere danneggiata). Eppure già solo il valore relativo della variazione dovrebbe far riflettere, in particolare sull'opportunità che, a parità di gettito fiscale, il carico sia “spostato” sui redditi piú alti.

Ragioniamo per questo in termini della utilità complessiva legata alla particolare distribuzione di reddito.

Data una certa distribuzione di soggetti, ciascuno con il proprio RAL e con le proprie spese essenziali, la scelta del sistema fiscale (aliquota e soglia d'esenzione) comporta variazioni sul gettito fiscale complessivo (somma di tutti gli importi pagati dai contribuenti) e pertanto di reddito discrezionale complessivo (somma di tutti i redditi discrezionali). Tuttavia è anche possibile variare il sistema fiscale mantenendo invariato il gettito. In tal caso, scelte diverse di aliquota e soglia d'esenzione porteranno ad una diversa distribuzione del medesimo reddito discrezionale complessivo (osserviamo che se il gettito fiscale non cambia, con esso non cambia la somma dei redditi discrezionali).

Per quanto osservato sull'utilità marginale del reddito discrezionale, sotto opportune condizioni, una variazione del sistema fiscale che, a parità di gettito fiscale, benefici i redditi piú bassi a danno di quelli piú alti risulta in un incremento complessivo dell'utilità dello stesso ammontare di reddito discrezionale.

Supponiamo ad esempio che vi siano 10 redditi discrezionali da 10¤ l'uno e 10 redditi discrezionali da 100¤ l'uno. Una variazione del sistema fiscale che incrementi di 1¤ i redditi discrezionali da 10¤ e riduca dello stesso ammontare i redditi discrezionali da 100¤ risulterebbe in una distribuzione di reddito con una maggiore utilità complessiva (l'utilità marginale acquisita dai redditi piú bassi è superiore a quella persa dai redditi piú alti).

In quest'ottica, un sistema iniquo di tipo B (piú favorevole ai redditi bassi) sarebbe preferibile ad un sistema iniquo di tipo A (piú favorevole ai redditi alti) nella misura in cui porterebbe ad una maggiore utilità complessiva del reddito discrezionale.

Vi sono ovviamente dei limiti entro cui tale meccanismo è ammissibile: se ad esempio supponiamo che vi siano 99 redditi discrezionali da 10¤, ed un solo reddito discrezionale di 100¤, un incremento di 1¤ per tutti i redditi bassi comporterebbe una perdita di 99¤ del reddito discrezionale alto per mantenere il gettito fiscale: a fronte di un incremento contenuto per l'utilità dei redditi bassi si avrebbe un crollo drammatico per quello alto. Anche nel caso in cui l'utilità complessiva dovesse risultate maggiore, questo incremento dovrebbe essere pesato contro la notevole iniquità del sistema.

Non di facile soluzione è in questo determinare i limiti concreti di ammissibilità di questa forma di redistribuzione del reddito discrezionale.

Impatto economico e sociale

{ Miglioramento dell'economia legato alla maggiore utilità del reddito redistribuito; impatto sociale dell'innalzamento dei redditi piú bassi; potrebbero essere necessarie riflessioni (e dati) sulla distribuzione percentuale dei RAL }

Citazioni

John Maynard Keynes

Forse uno dei più geniali inviti al pragmatismo:

The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead.

Il lungo periodo è una guida fuorviante per gli affari correnti. Nel lungo periodo saremo tutti morti.

John Maynard Keynes, A Tract on Monetary Reform, Ch. 3

Una delle più puntuali definizioni del capitalismo liberale:

Capitalism is the astonishing belief that the nastiest of men and the nastiest of motives will somehow work for the benefit of all

Il capitalismo è quella sorprendente credenza secondo cui i più odiosi degli uomini ed le più odiose delle intenzioni in qualche modo porteranno al bene di tutti

John Maynard Keynes, attribuita da sir George Schuster in Christianity and human relations in industry

Bertrand Russell

Advocates of capitalism are very apt to appeal to the sacred principles of liberty, which are embodied in one maxim: The fortunate must not be restrained in the exercise of tyranny over the unfortunate

I difensori del capitalismo sono molto inclini all'appellarsi ai sacri principî della libertà, che sono raccolti in una massima: il fortunato non deve essere trattenuto dall'esercitare tirannia sopra lo sfortunato

Bertrand Russell, Freedom in Society (Essay 13 in Sceptical Essays)

When you are studying any matter, or considering any philosophy, ask yourself only: What are the facts, and what is the truth that the facts bear out. Never let yourself be diverted, either by what you wish to believe, or by what you think would have beneficent social effects if it were believed; but look only and solely at what are the facts

Quando studiate qualunque qquestione, o considerate qualunque filosofia, chiedetvi soltanto: quali sono i fatti, e qual è la verità supportata da questi fatti. Non lasciatevi mai dirottare né da quello che vorreste credere, né da ciò che pensate possa avere benefici effetti sociali se fosse creduto; ma guardate solo ed esclusivamente a quali sono i fatti

Bertrand Russell, Face to Face (BBC interview)

Albert Allen Bartlett

The greatest shortcoming of the human race is our inability to understand the exponential function.

Il piú grande limite della razza umana è la nostra incapacità a comprendere la funzione esponenziale.

Jorge Agustín Nicolás Ruiz de Santayana y Borrás (George Santayana)

La probabile origine del famoso aforisma sul non imparare dalla storia

Progress, far from consisting in change, depends on retentiveness. When change is absolute there remains no being to improve and no direction is set for possible improvement: and when experience is not retained, as among savages, infancy is perpetual. Those who cannot remember the past are condemned to repeat it.

Il progresso, lungi dal consistere di cambiamento, dipende dalla capacità di trattenere. Quando il cambiamento è assoluto, non rimane essere da migliorare e non vi è nessuna direzione fissata per possibili miglioramenti: e quando l'esperienza non è trattenuta, come tra i selvaggi, l'infanzia è perpetua. Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo.

George Santayana, The Life of Reason, vol. 1: Reason In Common Sense

Samuli Paronen

Confesso di non conoscere il finlandese, ma mi ha molto incuriosito la citazione di questo autore trovata in questo articolo:

Todelliset voittajat eivät kilpaile
I veri vincenti non competono

Jason Read

People who dismiss the unemployed and dependent as “parasites” fail to understand economics and parasitism. A successful parasite is one that is not recognized by its host, one that can make its host work for it without appearing as a burden. Such is the ruling class in a capitalist society.

Coloro che scartano i disoccupati e gli assistiti come “parassiti” non capiscono né l'economia né il parassitismo. Un parassita ha successo quando non viene riconosciuto tale dal proprio ospite, quando riesce a far lavorare il proprio ospite a proprio vantaggio senza sembrare un peso. Tale è la classe dirigente di una società capitalista.

Pierre Despoges

On peut rire de tout, mais pas avec tout le monde.
Si può ridere di tutto, ma non con tutti.
Pierre Despoges

Varie/sconosciute

Why does Garry Kasparov choose to fight Deep Blue at chess when he could simply pull its plug?

Perché Garry Kasparov decide di battersi contro Deep Blue a scacchi quando potrebbe semplicemente staccargli la spina?

Al mondo ci sono due tipi di persone: da una parte gli intelligenti e dalla stessa parte gli idioti che non capiscono di dover andare dall'altra.

L'Italia è un paese di destra, ma ogni giro di destra non dura più di vent'anni. L'ultimo è iniziato ieri.

Appunti di viaggio

Alcune note sparse su come scegliere/valutare annessi e connessi al viaggio.

Alberghi

Nel valutare le camere, piccoli dettagli a cui prestare attenzione (da fare: assegnare punteggi ):

  • cioccolattino sul letto/frutta fresca accanto al letto (quando si arriva/dopo il servizio di camera);
  • possibilità di farsi un té in camera (bollitore, té, zucchero);
  • presa di corrente vicina al letto;
  • internet gratis;

Opportunismo ecologico: molti alberghi assumono una qualche convenzione per far sì che i clienti stessi possano segnalare quando cambiare le lenzuola (cartellino da lasciare sul letto, letto completamente tirato via) o gli asciugamani in bagno (generalmente, da lasciare sul pavimento se si desidera vengano cambiati). A loro fa comodo, ed è un piccolo contributo a ridurre gli sprechi.

Corollario: quando si fanno viaggi “in lungo” (una nuova città ogni giorno) bisognerebbe considerare anche questo impatto ambientale (dieci giorni di viaggio = dieci cambi di lenzuola e asciugamani) oltre alla classica carbon print (aerei, macchine, treni, etc).

Online Tests

Confesso che di tanto in tanto trovo divertente affrontare test della personalità (o altro) che si trovano online, soprattutto se sono originali nella scelta delle domande o divertenti nell'esposizione.

Non credo ci si possa aspettare granché, in effetti, dalla maggior parte dei test: sono infatti facilmente inquadrabili in semplicistiche domande da psicologia da bar. Ogni tanto però capita anche di incontrarne qualcuno più interessante.

In questa cercherò di raccogliere i risultati dei test online da me affrontati. (Avendo cominciato a raccoglierli oggi, mancheranno ovviamente tutti quelli del passato, tranne quelli che mi ricorderò di aver fatto e dei quali riuscirò a risalire ai dati.)

Results for the “Quanto sei cattolico?” test: (link)

Incredulo

Il tuo non è un profilo cattolico. E il bello è che lo sai benissimo.
Hai deciso di fare questo test solo perché gli increduli sono molto curiosi, incrollabili esploratori del mondo, e probabilmente avevi già trovato lo spazio che fa per te prima ancora di avviare il questionario.
Se tuttavia, proprio perché curioso, vuoi anche sapere cosa insegnano oggi le gerarchie ecclesiastiche, puoi consultare l’elenco delle risposte corrette secondo l’attuale magistero cattolico.

Results for the “The Pierley/Redford Dissociative Affect Diagnostic” test: (link)

Quiet and very self-assured, you tend to keep your own council. Pragmatic and practical to a fault, you are not one to worry about the finer points of philosophical discourse. In fact, because you are very much an individualist, you often finds yourself at odds with the established truth or the wishes of the majority. You will often earn the wrath of an employer by taking upon yourself decisions which are rightly those of your manager. You are not one to take credit unless it is deserved. Similarly however, you will also not happily give credit where it is not due. In a romantic relationship you can be very frustrating. While you do care deeply and sincerely, and are willing to work at a relationship, your confidence in your own abilities can on occasion make it difficult to see the world from a partner’s point of view. Quiet and stoic at times, you can drive a more emotional individual completely up the wall. You can become overstressed and fatigued without knowing it. Taking time to rest between bouts of hard work can help to prevent a breakdown later on.

Results for the “Altamira” test: (link)

Tipo ITN

OrientamentoFunzione dominanteFunzione d'appoggio
IntroversoPensieroIntuizione
Funzione terzaFunzione inferioreTendenza
SensazioneSentimentoGiudicante

Questo tipo introverso ha generalmente una mente originale ed è attratto da quello che potremmo chiamare il mondo delle idee. È intellettualmente curioso e audace. Possiede ottime capacità analitiche, è un eccellente stratega ed in grado di elaborare ottime soluzioni a problemi anche molto complessi. È anche un buon organizzatore. Ma, contrariamente al tipo pensiero estroverso, è meno impaziente nel tentare di implementare o realizzare le soluzioni che ha pensato. Si sente più a suo agio nel processo ideativo o creativo che nel processo realizzativo (che per definizione avviene nel mondo esteriore). A causa di questa caratteristica, ha tendenza a pensare molto prima di agire. Preferisce nettamente lavorare da solo o con poche persone che giudica competenti. Inoltre non ama saltare da un progetto ad un altro: preferisce (se può) affrontarne uno alla volta. Ha uno spirito critico molto sviluppato. Tende pertanto a essere un perfezionista. Si impone e impone degli standard molto elevati e detesta mostrare un lavoro che non abbia raggiunto gli standard che ha fissato. È anche una persona molto autonoma. Tra i 16 tipi, è probabilmente quello più individualista e indipendente di tutti. La sua funzione inferiore è il sentimento. Può quindi non prestare attenzione o magari non rendersi nemmeno conto dei sentimenti degli altri o delle reazioni emotive che suscita. Rischia quindi di apparire come una persona dura, “dal cuore di pietra”. È inoltre una persona riservata che non si lascia conoscere facilmente. La lontananza che mantiene dalla sfera emotiva può causargli delle difficoltà ed incomprensioni. In alcune occasioni compensa però questa sua tendenza con degli slanci che possono sorprendere chi non lo conosce bene. Può tendere ad essere molto astratto e teorico. Possiede una grande capacità di concentrazione ma non è un buon osservatore. Le sue analisi si basano molto di più sulle sue intuizioni, nelle quali crede molto, piuttosto che su una accurata osservazione di fatti e dettagli. Sul piano lavorativo dovrebbe evitare i lavori di routine. Non deve essere forzato. Può svolgere funzioni molto varie (per esempio in campo scientifico) e può essere prezioso per le sue idee e le sue capacità organizzative. Preferisce, come abbiamo detto, lavorare da solo o con gruppi ristretti di persone.

Results for the “What planet are you from?” test: (link)

You're from Saturn

You're steady, organized, and determined to achieve your dreams.

You tend to play it conservative, playing by the rules (at least the practical ones).

You'll likely reach the top. And when you do, you'll be honorable and responsible.

Focus on happiness. Don't let your goals distract you from fun!

Don't be too set in your ways, and you'll be more of a success than you ever dreamed of.

Eccezioni di misura

“L'eccezione che conferma la regola” è un modo di dire che suscita parecchi brividi dal punto di vista logico-matematico, come dal punto di vista scientifico; semmai, una eccezione dovrebbe negare la regola; le “eccezioni” vengono usate come controesempi per dimostrare che un teorema non è valido nel momento in cui una delle ipotesi viene ‘allentata’; le “eccezioni” sono usate nel metodo scientifico per falsificare una teoria, non per confermarla (anche se la sua falsificazione ci dice che la teoria era, appunto, scientifica).

In definitiva, cosa dovrebbe mai portare a dire che un'eccezione conferma la regola?

È abbastanza evidente che questo modo di dire nasce legato al mondo reale ed al suo essere molto meno ‘pulito’ e ‘regolare’ di quanto la matematica e la scienza possano descrivere e modellare; in qualche modo, diventa un modo per evidenziare il fatto che nella realtà vi sono delle regolarità “imperfette”; ed è anche un modo di dire che serve a giustificare quando si preferisce, in contesti specifici, non seguire certe regole.

In realtà, da un punto di vista logico-semantico, l'esistenza di un'eccezione conferma, effettivamente, l'esistenza di una regola, nel senso che senza una regola, non si potrebbe parlare di eccezione (eccezione a cosa?).

Eppure, anche in matematica è riuscita ad insinuarsi la possibilità di “situazioni eccezionali” in “deroga” alla liscia, astratta regolarità che normalmente si associa ad essa.

In effetti, la grande analisi del diciannovesimo secolo, che costituisce tuttora la sua parte forse più nota, diffusa ed usata (consciamente o inconsciamente), si occupa sostanzialmente di enti matematici (principalmente, funzioni) caratterizzate da grande regolarità: integrali e derivate, gli strumenti fondamentali dell'analisi, si appoggiano pesantemente a concetti quali quelli di continuità, differenziabilità, lipschitzianità … si richiede quindi che le funzioni siano senza ‘salti’, che il loro grafico sia ‘liscio’, senza spigoli o strane pieghe.

Ma sul finire del diciannovesimo secolo, alcuni matematici tra cui l'italiano Giuseppe Peano si dedicarono alla formalizzazione del concetto di misura (intuitivamente, l'equivalente della lunghezza dei segmenti, delle aree delle figure bidimensionali, dei volumi dei solidi).

La teoria della misura che si viene sviluppando negli anni successivi introduce quindi nel campo dell'analisi un concetto rivoluzionario, quello del quasi ovunque; non è più necessario che una funzione non abbia salti, che sia liscia: eccezioni alla regolarità delle funzioni sono permesse, purché queste siano ‘poche’ rispetto al comportamento ‘generalmente’ regolare della funzione.

La ‘pochezza’ (sic) delle eccezioni è strettamente legata alla teoria della misura, ma da un punto di vista intuitivo può anche essere un numero molto grande (potenzialmente infinito). Ad esempio, i numeri razionali sono ‘pochi’ rispetto a tutti i numeri reali (la misura di Lebesgue dell'insieme dei numeri razionali è zero), nonostante il fatto che la nostra mente possa enumerare una quantità infinita di numeri razionali e solo un pugno di numeri irrazionali.

Perché è interessante tutto questo? Se immaginiamo la vita di uomo come un ‘segmento temporale’, un insieme di istanti (con dimensione topologica 1), quest'uomo può affermare di avere quasi sempre ragione pur avento torto un'infinità di volte, a patto che l'insieme degli istanti in cui ha torto abbia misura nulla.

Non è meraviglioso tutto ciò?

Istocrazia

Obiettivi

Lo scopo di questi appunti è di discutere/valutare la possibilità di una struttura sociopolitica che abbia Internet come propria piattaforma, e di studiarne potenzialità ed esigenze (strumenti, modalità, etc).

Il nome —istocrazia— è stato scelto dopo una sudata ricerca (in Rete) per il termine del greco antico che meglio potesse indicasse la Rete nel nostro contesto corrente. La scelta, scartate le parole in greco antico che si riferissero a reti da caccia o pesca ed a ragnatele, è infine caduta su ἱστός, che letteralmente rappresenta (fonte) “ciò che sta dritto”, tipicamente l'albero della nave o il braccio di un telaio (che è l'idea che ci interessa qui); in greco moderno, la parola è ugualmente connessa con la rete, in termini di “ciò che collega cose o persone”; in italiano rimane in alcune parole (come istologia) per indicare tessuto.

Non posso dire di essere troppo convinto della scelta, anche se non è disprezzabile (ad esempio, si potrebbe parlare di istocrazia come strumento per la formazione di un nuovo tessuto sociale). Si accettano comunque suggerimenti per alternative.

Considerazioni a latere (margini di premessa)

(Chi non fosse interessato, può saltare direttamente agli elementi di istocrazia.)

Su qualcosa come l'istocrazia il sottoscritto rimugina in realtà da anni, in varie forme e con varî nomi. In verità, l'idea stessa del wok nasce anche come ‘piattafroma di prova’ per possibili strumenti che potrebbero essere proprî dell'istocrazia. (In effetti, sarebbe un interessante ‘social experiment’ vedere fin dove possa arrivare a diffondersi l'idea stessa dell'istocrazia, partendo da qui; ma non ha molto senso condurlo prima di rendere il wok più interattivo.)

Ma poiché mentre il sottoscritto pensa c'è chi fa, dal primo affacciarsi di queste idee (quando ancora non esistavano gli strumenti, ed Internet cominciava appena a diffondersi) ad ora c'è chi ha portato avanti progetti con cui l'istocrazia potrebbe confrontarsi, o ha usato metodi che l'istocrazia potrebbe sfruttare.

L'idea dell'istocrazia si potrebbe quindi far partire da alcuni eventi, movimenti, esperienze, situazioni degli ultimi anni che hanno cercato, in qualche modo, di fare leva sulla connettività delle nuove generazioni per spingere questa o quella agenda politica, sociale, personale.

Gli esempi che mi vengono in mente, non necessariamente da intendersi in positivo (anzi), sono il MoVimento 5 Stelle ed Obama. (Si evitino battute sulla scia di “dalle stelle alle stalle”, in qualunque direzione vengano intese.)

{ Altri possibili esempi: Occupy whatever? }

Il MoVimento 5 Stelle

Il MoVimento 5 Stelle è l'esempio brillante di come qualcosa che a parole sarebbe dovuto essere un “movimento dal basso”, apartitico e di larga partecipazione, si possa in realtà struttrare in maniera opposta, con direttive centralizzate, decisioni “dall'alto” e scarsa possibilità di dibattito interno (salvo sui temi “di richiamo”, signoraggi e scie chimiche varî) { Link ad esempi }.

Il fatto stesso che nel nome del movimento si metta in risalto la V del Vaffanculo Day aiuta a comprendere come esso sia più una piattaforma di sfogo per rabbia e frustrazione verso bersagli facilmente condivisibili, con un orgoglio da qualunquismo populista (populismo qualunquista?), che qualcosa con la minima speranza (e probabilmente intenzione) di costruire, in maniera ragionata e condivisa, qualcosa di solido e significativo.

{ Uso di Interent da parte del MoVimento 5 Stelle. }

Obama

Obama, intendendo qui non (tanto o solo) l'individuo in sé quanto chi nel suo entourage di questo, è invece un esempio brillante di uso su larghissima scala di tutti i mezzi di comunicazione messi a disposizione da internet per la costruzione di una vasta base di supporto. Obama (o chi per lui) è stato probabilmente il primo ad aver compreso le potenzialità propagandistiche dei social network, rispecchiando in rete le campagne informative fatte “dal vivo”, tese a coinvolgere quante più persone possibili.

Ovviamente, il successo di Obama non è dovuto solo al suo sagace uso dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, ma anche dalla sua capacità di proiettare di sé un'immagine da «uomo vicino al popolo», sia su scala politica (es. la Open Government Initiative), sia su scala ‘domestica’ (es. la campagna Dinner with Barack).

Quanto questa immagine aderisca alla realtà, ovviamente, è tutto un altro discorso. Il punto chiave è che la strategia comunicativa di Obama è una strategia “vincente”.

Elementi di istocrazia

Dire semplicemente che l'istocrazia dovrebbe avere Internet come base ovviamente non significa dire un granché. Occorre addentrarsi sui come, ma anche sui cosa: come si organizza e gestisce una cosa del genere? cosa dovrebbe costruire, e come dovrebbe costruirlo?

E forse soprattutto: cosa sarebbe esattamente l'istocrazia? Una forma partecipativa di progettazione, un metodo di diffusione delle idee e delle proposte.

{ Approfondire. }

{ collegamento alle riflessioni su terza e quarta rivoluzione industriale, sia per quanto riguarda gli strumenti, sia per quanto riguarda le possibilità di diffusione; esempi (positivi) dagli Occupy e/o dalle rivoluzioni nei Paesi arabi (per questi ultimi indagare meglio su in quali casi e quanto abbiano contribuito le comunicazioni interpesonali di massa tramite social network e app per cellulari) }

Istocrazia e partecipazione

{ istocrazia come forma di partecipazione: ogni tema viene discusso e votato (scelte: sì/no/indifferente) da tutti; legami con open government e open source governance }

Caratteristiche

{ ragionevolezza: le proposte e le critiche sono argomentate e documentate }

{ responsabilità: proposte non anonime, argomentazioni e critiche non anonime, votazioni non anonime, storia delle proposte }

{ anonimato vs pseudonimato }

Gli strumenti

{ wiki distribuita e sotto revision control; ogni proposta ha la sua discussione, e può essere riaperta se qualcuno cambia idea o se nuovi arrivati contribuiscono nuovi argomenti/documentazioni }

{ perché distribuita: migliore gestione del DTDP, dando a tutti la possibilità di studiare le proposte, preparare risposte, argomenti e documenti secondo i proprî tempi }

{ problemi di scala: funziona facilmente bene per un pugno di persone, come scala a migliaia o addirittura milioni di persone? anche il self-hosting di ikiwiki (per dire) probabilmente non arriva a queste proporzioni; vedi anche gestione del kernel Linux, con centralizzazione più mirror/ridondanza, ‘luogotenenti’ etc, ma da fare evitando rischi derivanti da centralizzazione (che per Linux non sono rischi, ma al contrario punti di forza, pur senza violare la natura open di sviluppo del software); vedi anche Crowdsourcing e direttive }

Istocrazia e diffusione

{ istocrazia come forma di diffusione delle idee e delle proposte: il progetto iniziale parte da un piccolo gruppo di individui, si diffonde tramite ‘social graph’. Domanda: fin dove può arrivare questa diffusione, supponendo che parta da un solo individuo/un piccolo gruppo di individui della “periferia” dei social network? }

Pragmatismo

Dalla proposta alla realizzazione

{ come fare perché le proposte discusse ed accettate istocraticamente diventino realtà? }

Crowdsourcing e direttive

{ l'istocrazia come forma di crowdsourcing; opportunità o meno di qualche forma di dirigenza, esempi dal mondo dell'open source: progetti con comitati direttivi e/o “dittatori benevoli” vs progetti meno guidati (vedi ad es. questo post e relativi commenti) }

Appunti per un dibattito sull'anarchia

In questa pagina intendo raccogliere una serie di appunti per un possibile dibattito sull'anarchia. I contenuti della pagina sono (e saranno) variegati, non troppo ben organizzati, e spazieranno dai miei dubbi personali su alcune questioni ai più evidenti problemi argomentativi che mi capita di incontrare leggendo roba scritta da (sedicenti) anarchici e/o libertari.

Il materiale qui raccolto va considerato più come risultato di sessioni di brainstorming individuale che come riflessioni conclusive, e richiede come minimo approfondite analisi, chiarimenti e riscontri prima di andare a costituire parte solida di un pensiero o di un'argomentazione in qualche dibattito.

Cautelativa

Sinceramente non sono molto convinto dell'opportunità di mettere questi contenuti online prima che il wok sia aperto ai contributi esterni, ma ho infine deciso di pubblicarli comunque, pur conscio di non lasciare (al momento) spazio (locale) al contraddittorio (in forma soddisfacente), per una serie di motivi:

  • tendo a dimenticarmi le cose: ricostruire le riflessioni già fatte, in parte pubblicate altrove sotto forma di commento, in parte mai trascritte, mi è costato un weekend esteso (tre giorni) di lavoro, senza peraltro giungere a compimento (come mostrato dai molti spazi lasciati “da completare”);
  • devo interrompere il lavoro di scrittura con l'inizio della settimana lavorativa, e mi piace avere un punto fermo solidamente registrato;
  • la pubblicazione darà comunque la possibilità ad altri di leggere con calma la valanga di contenuti qui depositati, per studiarli, analizzarli, giudicarli ed eventualmente preparare (sempre con calma) risposte, commenti, suggerimenti, correzioni, opinioni;
  • c'è sempre la possibilità di risposte per vie traverse (es. FriendFeed), anche se per qualcosa di così complesso preferirei non venisse utilizzata un canale comunicativo così ridotto e fragile;
  • per chi fosse interessato ad accendere il dibattito fin d'ora potrei rendere disponibile il sorgente del wok, aprendo così il sito ad una delle previste forme interattive (la forma nerd, il wok come progetto ‘open source’ sotto version control).

Premessa

Una premessa è d'obbligo: la mia cultura sull'anarchia è (al momento) estremamente ridotta. Visto il notevole rallentamento dei miei tempi di lettura ‘classica’ (con Logica della scoperta scientifica sul davanzale della finestra accanto alla tazza del cesso, per intenderci), chissà quando arriverò a leggere qualche pilastro della teoria anarchica (Godwin? Proudhon? Stirner? Malatesta?); nel frattempo, la mia principale fonte d'informazione è Internet, per lo più nella forma dell'immancabile Wikipedia da prendere con le pinze e di qualche blog letto saltuariamente e per vie traverse.

Devo dire subito che quel poco che leggo (al di fuori della didascalica Wikipedia) non è esattamente soddisfacente, dal punto di vista intellettuale: tra fallacie argomentative e metafore che centrano il punto come le mele stanno ai triangoli1, definizioni a dir poco non condivisibili ed una generale superficialità nell'affrontare questioni che a mio parere sarebbero invece di cruciale importanza per una discussione seria sulla fondatezza di un'ideologia (come ad esempio quella anarchica), mi ritrovo spesso più perplesso che convinto.

È anche vero, d'altronde, che la mia esperienza personale mi ha fatto più volte incontrare sostenitori di idee da me pienamente condivise a cui potrei fare critiche non dissimili da quelle appena sollevate allo scarso (in termini quantitativi) materiale che ho letto di, da, e su libertari ed anarchia; e se qualcosa questo mi ha insegnato è che non si può limitare la valutazione di un'idea alla qualità o alla capacità argomentativa di alcuni suoi sostenitori. (Se pur con le dovute cautele che non può non prendere chiunque abbia letto l'importantissimo saggio sulla stupidità umana di Carlo Maria Cipolla il cui testo è fortunatamente di dominio pubblico).

Definizioni

È ben inteso che se non c'è accordo sul significato delle parole che si usano e sui concetti di cui si parla, difficilmente si potrà sperare non dico di raggiungere un accordo, ma nemmeno di avere una discussione minimamente costruttiva. Senza finire con l'impelagarci nei paradossi autoreferenziali della filosofia linguistica ed ignorando le inevitabili conclusioni sull'incomunicabilità2, c'è quindi un minimo di termini che sarebbe il caso di cercare di definire.

Stato, governo, nazione, società

Ho avuto l'impressione, leggendo qui e là, che qualche libertario avesse le idee un po' confuse sulle differenze tra questi concetti. La confusione è in parte imputabile ad una effettiva ambiguità semantica (soprattutto in presenza di enti quali Germania, USA e UAE), in parte ad identificazioni cui la storia degli ultimi due-trecento anni ci ha abituato (le famose idee sullo Stato-nazione dell'Ottocento), in parte a grossolana superficialità (uno Stato non è il proprio governo, nemmeno quando martellante propaganda mediatica vorrebbe convincerci del contrario), e forse anche grazie al contributo di qualche problema di traduzione (ad esempio dall'uso angosassone di nation per supplire alla mancanza di un termine che ben traduca il concetto di Volk o di popolo).

Lo Stato è un ente giuridico, associato (generalmente? sempre?) ad un territorio, la cui esistenza è legata in parte alla capacità dei suoi cittadini di autodeterminarsi ed in parte alla volontà degli altri Stati di riconoscerne l'autonomia. La ricorsività della definizione non è tanto un problema logico quanto soprattutto una questione pratica, come dimostrano casi che vanno dalla Cina (continentale) vs Taiwan ai Paesi Baschi passando per Kurdistan e Bretagna, giusto per citarne i primi che mi vengono in mente.

Il concetto di nazione è ancora più ambiguo di quello di Stato, ed aggiunge ai fattori territoriali anche questioni di identità (o presunte tali) culturali, etniche e/o religiose che ne caratterizzano (o caratterizzerebbero) i popoli.

Il governo è l'ente che in uno Stato detiene il potere esecutivo. Esso può essere costituito da una o più persone (generalmente cittadini dello Stato stesso, ma sarei curioso di sapere se esistono controesempi), e può anche detenere altri poteri. Un aspetto importante da sottolineare è che lo Stato non è il proprio governo, ed il governo di uno Stato non è lo Stato stesso. Persino nel caso di assolutismi, lo Stato è i propri cittadini, anche quando questi, per paura o per pigrizia, subiscano incondizionatamente lo strapotere di chi li governa.

(Una metafora: una famiglia è i propri membri; anche quando gestita da un capofamiglia dispotico e violento, essa non si riduce al capofamiglia stesso.)

Domande possibili, da affrontare oltre le definizioni:

  • è possibile che il governo coincida con l'intera popolazione dello Stato? (Credo che in Islanda ci vadano molto vicini)
  • è possibile che il potere esecutivo venga esercitato in una forma che rispetti le libertà individuali?

Infine, il termine più importante, e forse più difficile, tra questi è quello di società. Specificamente, vorrei dare a questa parola un significato un po' più ampio di quello formalmente inteso. Società sarebbe quindi ogni gruppo di individui che interagisce (direttamente o indirettamente) in maniera abituale (anche quando sporadica). In tal senso, società è termine più generale di ciò che potrebbe essere descritto come comunità, in cui si legge invece anche un esplicito senso d'identità, ed è rappresentata, per ciascun individuo, dalla sua sfera d'interazione (abituale).

Ho coscienza del fatto che una tale definizione di società va un po' fuori dai margini della notazione usuale, ma la userò comunque in assenza di un altro termine (possibilmente di uso corrente) che possa indicare quanto descritto. (Suggerimenti ben accetti.)

Anarchia, anarchici e libertari

Ovviamente, la definizione più importante se si vuole dibattere sull'anarchia è cosa sia l'anarchia stessa. A questa si aggiunge un mio dubbio personale che ultimamente credo risolto: c'è differenza tra anarchici e libertari? Mi sembra di capire che siano sostanzialmente la stessa cosa, e che il termine “libertario” sia nato per distinguere l'anarchia come ideologia politica ‘positiva’ dall'anarchia volgarmente intesa negativamente come caotico e selvaggio free-for-all senza regole (tranne forse la più animalesca ed istintiva “legge del più forte”).

O forse c'è una qualche distinzione possibile sui principali campi toccati dall'ideologia, sociopolitica in un caso ed economica nell'altro. Ma per il momento scriverò col presupposto che i due termini possano essere usati intercambiabilmente, salvo dover rivedere la semantica nel caso qualche differenza emergesse.

Tornando all'anarchia, sarei alquanto sorpeso se venissi a scoprire che esiste un “pensiero unico anarchico”, un'ideologia complessa e dettagliata condivisa fin nei minimi particolari (teorici e pragmatici) da tutti gli anarchici; mi aspetterei anzi che ci siano tante teorie quanti libertari3. Immagino però ugualmente che esista un nucleo di principî fondanti su cui tutti gli anarchici si ritrovano d'accordo, un “massimo comun denominatore” del pensiero anarchico.

Nella mia limitata conoscenza, penso che un buon punto di partenza sia quella sintetica definizione data da Proudhon di anarchia come «ordine senza potere», una definizione che mi piace perché in poche parole racchiude due capisaldi che possono facilmente essere considerati i pilastri (in senso positivo da un lato e negativo dall'altro) del pensiero anarchico:

ordine

la rottura con il significato negativo fino ad allora associato al termine, quindi non più anarchia come caos, assenza di regole;

senza potere

la possibilità (se non la necessità, addirittura) che regole ed organizzazione emergano senza prevaricazione, nel rispetto della volontà e della libertà dell'individuo.

Meno sinteticamente, possiamo quindi dire che la filosofia anarchica è incentrata sulla possibilità di una società di organizzarsi senza imposizioni, senza coercizioni, e quindi spontaneamente e soprattutto con l'accordo dei partecipanti. Con una banalizzazione che ai libertari sicuramente non piacerà, l'anarchia potrebbe quindi essere vista, da questo punto di vista, come un raffinamento della democrazia dove le uniche regole siano quelle accettate all'unanimità. Ma di questo si parlerà in dettaglio più avanti.

Un'attenzione particolare, inoltre, merita il concetto di potere. Si può infatti vedere il potere in almeno due forme; in un senso più specifico e restrittivo, lo si può intendere nella sua forma coercitiva, il potere come autorità imposta, come violazione della volontà (altrui). Esiste però anche una forma di potere che può giungere agli stessi obiettivi (intendendo come obiettivo il far fare ad altri qualcosa che loro spontaneamente non farebbero) in maniera che potremmo dire morbida, in alcuni casi persino indiretta: è il potere esercitato dal carisma, dal fascino, o anche semplicemente dalla capacità di convincere —o di imbrogliare.

Se è abbastanza evidente nel pensiero libertario il rifiuto del potere nel suo significato più ristretto, il caso del senso più ampio è invece più incerto, ed una sua analisi rischia di impelagarsi su questioni filosofiche circa la natura della volontà e delle sue violazioni. Ma anche di questo si parlerà in dettaglio più avanti.

{ Esistono altri principî fondanti del pensiero anarchico, principî che non possono essere derivati da quelli appena esposti, ovvero il rifiuto della prevaricazione (ed il rispetto della volontà) non separato dalla ricerca dell'ordine? }

Regole e comunità

Fatto salvo il caso oserei dire irrealistico del singolo individuo che non abbia mai alcuna forma di interazione, diretta o indiretta, con un altro (e per il quale quindi non si pone nessuna delle questioni discusse in questi appunti), la maggior parte di noi si trova a vivere almeno parte della propria vita come membro di una società, intendendo tale termine nel senso più generico possibile discusso nelle definizioni.

Individui le cui interazioni includano un senso di identità come gruppo e/o una forma di vincolo reciproco costituiscono una comunità. Le comunità hanno regole che possono essere scritte o non scritte, immutabili o mutabili, regole nei confronti della quale i membri hanno (o ci si aspetta abbiano) un atteggiamento generalmente positivo: esse vengono riconosciute come generalmente valide, e seguite salvo casi tipicamente eccezionali, accettati o giudicati secondo limiti di tolleranza che sono specifici della comunità stessa. { Collegamento a discussione su violazione e mutamenti delle regole }

Alcune importanti osservazioni: l'adesione ad una comunità porta con sé implicitamente l'accettazione delle regole della comunità stessa. Inoltre, l'anarchia non è incompatibile con l'esistenza di comunità: a condizione che l'appartenenza alla comunità sia una libera scelta individuale e che le regole della comunità stessa non violino i principî fondamentali dell'ideologia libertaria, non è irrealistico concepire l'idea di una comunità anarchica.

Vorrei adesso entrare nel dettaglio di un problema specifico che ritrovo spesso discusso da libertari, un caso da cui prendere spunto per un'ulteriore indagine sulla questione dell'esistenza delle comunità e del senso di appartenenza.

Tasse e furti

Uno dei punti più caldi delle “lamentele libertarie” che trovo su internet è l'equazione tra tasse e furto. A difesa di questa tesi si trovano metafore che vanno dal ridicolo all'assurdo passando per l'intellettualmente disonesto (vuoi per estremizzazioni, vuoi per oculata omissione di dettagli importanti).

Oltre ad essere deboli dal punto di vista argomentativo, le presentazioni sulla tassa come furto da me incontrate soffrono a mio parere di un altro grave problema: spostano l'attenzione da un problema centrale e di grande importanza ad un suo corollario periferico. Anche quando lo si voglia fare per semplici intenzioni esemplificative (uno dei modi in cui lo Stato opprime gli individui4), questo approccio ha nel migliore dei casi all'incirca la stessa potenza argomentativa dell'indicare un dito che indica la Luna dopo aver indicato la Luna stessa. E questo, s'intende, quando presentato con solidità e perizia.

L'idea di fondo della tassazione come furto, se ho capito correttamente gli argomenti incontrati, è che essa è imposta (aggettivo, nel senso prevaricativo del termine più che in quello burocratico che da esso deriva): è cioè un trasferimento di beni mobili dal tassato allo Stato (o al comune o alla regione etc), trasferimento che avviene contro la volontà del tassato. (Sia quindi inteso che si parla qui di tasse nel senso specifico di imposte (stavolta sostantivo, nel senso quindi burocratico), e non con il significa più generico che può essere utilizzato anche per forme di tassazione volontaria.)

In tal senso, si noti, le tasse sarebbero un'imposizione a prescindere dal fatto che se ne abbia poi un ritorno in termini di servizi (istruzione, sanità, sicurezza, sussidi di disoccupazione, borse di studio), nonché a prescindere dalla qualità dei servizi stessi (qualità peraltro generalmente non omogena nel territorio di uno Stato, per non parlare delle differenze tra Stati diversi): non essendo una contribuzione volontaria, con la resa dei servizi ci avvicineremmo magari alla filosofia dell'estorsione più che a quella dello scippo, ma resteremmo comunque nell'ambito del, diciamo così, “reato contro il patrimonio”.

Nonostante ciò vi sono comunque libertari che sembrano quasi ansiosi di sottolineare, ogni qualvolta possano, quanto inefficiente sia il rendimento delle tasse, in termini di rapporti costi/benefici, vuoi con esempi di mala amministrazione vuoi sulla base di questa o quella (discutibile) teoria economica5.

Sarebbe interessante capire se l'evidenziare l'inefficienza tasse/servizi sia semplicemente un “di più” («non solo lo Stato ti deruba/estorce con le tasse, ma per giunta questi soldi li spende male»), se abbia un mero valore esplicativo («io le tasse non voglio pagarle perché sono un modo inefficiente di avere servizi», quindi ricollegandosi alla questione appunto della volontà), o se abbia invece un intento argomentativo di tipo rafforzativo. Mi auguro che non si dia il terzo caso perché i cattivi esempi non sono argomenti validi.

(Mi piacerebbe avere anche una statistica della diffusione delle idee anarchiche nei vari Stati, da correlare all'efficienta dello stato sociale; non sarei sorpreso di scoprire una correlazione inversa, per esempio con gli USA al primo posto per diffusione delle idee libertarie e le socialdemocrazie nordeuropee all'ultimo. Penso comunque che un lavoro del genere dovrebbe anche tener conto di fattori correttivi quali il livello di istruzione.)

L'efficienza del sistema tasse/servizi è una questione di tipo prettamente economico che, lungi dall'essere immeritevole di attenzione, tocca però solo tangenzialmente la questione sociale che dovrebbe essere invece di centrale attenzione dal punto di vista libertario, in questo senso: appurato che un individuo saggio che fosse convinto dell'opportunità di una contribuzione individuale per un servizio collettivo accetterebbe volontariamente di pagare detta contribuzione, lo stesso individuo, libertario, sarebbe comunque contrario ad una imposizione della contribuzione (a sé o ad altri) in violazione della volontà del (potenziale) contribuente.

In parole povere: se anche il sistema tasse/servizi fosse efficiente, se anche fosse per chiunque il sistema più efficiente per ottenere servizi (ipotetica molto del terzo tipo), la tassazione (non volontaria, anzi in quanto non volontaria) sarebbe comunque un sopruso ed una violazione della libertà individuale. Vorrei quindi tornare al punto che dovrebbe essere cruciale (se non forse l'unico) nel discutere di tasse dal punto di vista anarchico: l'imposizione.

In realtà, un elemento chiave che manca sia dalle metafore noir a suon di pistole puntate alla tempia sia nelle argomentazioni un po' più serene e puntuali è che le tasse da pagare sono una delle regole di una comunità (formale) cui il contribuente (formalmente) appartiene: sono quindi legate al suo essere cittadino di un particolare Stato, residente in un particolare comune, etc6.

Ora, è ben inteso che, prescindendo dal caso specifico Stato/tasse, nell'accettare di far parte di una comunità (che abbia regole ben precise) se ne seguano le regole. In altre parole: nella misura in cui un individuo accetta di far parte di una comunità, le regole della stessa non possono essere considerate imposizioni sull'individuo.

Come ho già detto, questa piccola ma significativa precisazione da un lato invalida l'argomentazione libertaria che classifica le tasse come furto in quanto contro la volontà; nel farlo, però, spalanca le porte ad un discorso che scende molto più addentro alla questione nella quale l'apparente imposizione delle tasse è solo un superficiale sintomo; questione che tratterò tra poco.

Per concludere provvisoriamente il discorso sulle tasse, vorrei però rimarcare che quanto detto sopra è alquanto generico, e non tiene conto ad esempio della diversa natura che diverse tasse possono avere. In particolare, non tiene conto della differenza tra quelle che il contribuente versa direttamente in quanto tali, e quelle pagate indirettamente.

La differenza non è insignificante perché, per esempio, anche un turista straniero (ovvero non cittadino) paga l'IVA allo Stato in cui sta facendo turismo qualora usufruisca di servizi o acquisti beni che non ne sono esenti. Tuttavia, anche in questi casi può generalmente farsi un discorso specifico che evidenzi la debolezza della classificazione della tassa come furto.

Sempre restando nel caso dell'IVA, si hanno per esempio almeno due ragioni. La prima, di ordine burocratico, è che non essendo cittadini si può chiedere il rimborso dell'IVA7 (che non è proprio la stessa cosa che non pagarla, ma ci va comunque molto vicina). La seconda è che è se pur vero che l'acquirente non è cittadino dello Stato, lo è invece il venditore; il pagamento dell'IVA, pertanto, se non è legato alla volontà dell'acquirente, lo è a quella del venditore. Ma si entra qui nell'ambito delle dinamiche interpersonali, che è una questione dell'ideologia anarchica che merita un discorso a sé.

Comunità e appartenenza

Le riflessioni sulla natura delle tasse mostrano come il loro carattere apparentemente vessatorio sia in realtà soltanto un sintomo molto superficiale di qualcosa di ben più profondo, ovvero la qualità e la natura dell'appartenenza comunitaria.

Le tasse sono parte delle prescrizioni dettate dalle regole di appartenenza a specifiche comunità (Stati, comuni, etc) ai rispettivi membri (cittadini, residenti, etc). Porre la questione in termini di scelta del pagamento o meno delle tasse è quindi improprio: in realtà la questione dovrebbe vertere sulla scelta di appartenere o meno a ciascuna specifica comunità6.

In altre parole, la questione non è se il singolo individuo possa scegliere di pagare le tasse o meno, bensì se lo stesso abbia la possibilità di scegliere se far parte della comunità che ne richiede il pagamento oppure no. S'intende che laddove l'individuo possa scegliere, una sua eventuale scelta in negativo comporterebbe automaticamente la decadenza non solo dei doveri prescritti dalle regole di appartenenza della comunità in questione (ed in particolare le tasse), ma anche di tutti i diritti e privilegi garantiti dalla stessa.

Questo apre almeno due filoni di analisi: uno teorico focalizzato sulla compatibilità tra il pensiero (ed il vivere) libertario con altre forme di interazione sociopolitiche (discorso rimandato ad altrove { da determinare il paragrafo appropriato nella sezione Condizioni di realismo, quando sarà scritto }); uno pratico incentrato sulla possibilità di un vivere libertario ora. In questo senso i ragionamenti qui di seguito non saranno legati tanto ad un “come le cose dovrebbero/potrebbero essere”, ma piuttosto fortemente a “come le cose sono”.

Un punto indiscutibile è che nella situazione corrente la maggior parte di noi (libertari e non) si trova ad essere membro di varie comunità non per liberta scelta di adesione individuale, ma per questioni diciamo così storico-geografiche: per via del luogo dove siamo nati e/o cresciuti e/o quello in cui abitiamo, o per via della nazionalità dei nostri genitori8.

È pur vero però che, non avendo potuto scegliere di aderire a queste comunità, possiamo generalmente scegliere di uscirne (un sub-ottimale opt-out invece del (per alcuni) preferibile opt-in), seguendo le necessarie procedure burocratiche (rinuncia alla cittadinanza, cancellazione della residenza, etc) prescritte dalle regole delle comunità stesse per il riconoscimento della fuoriuscita del membro.

La questione non è purtroppo sempre lineare ed immediata. Probabilmente come reazione all'esperienza della prima metà del secolo scorso (lettura consigliata), ad esempio, i regolamenti di alcuni Stati rendono infatti difficile divenire apolidi; non so ad esempio se sia nemmeno possibile (o quanto sia facile), nel contesto legislativo attuale, rinunciare alla cittadinanza italiana senza averne un'altra (chi vuole può darsi alla lettura del testo della L.91/1992 come emendata dalla L.94/2009 o cercare altri regolamenti rilevanti).

Supponendo comunque che si riesca a rescindere l'appartenenza a quelle comunità cui non si vuole appartenere, il dopo è pure tutt'altro che semplice. In questo caso, il cardine dei problemi è il controllo territoriale: non esiste infatti (o se esiste io personalmente non ho idea di dove trovarla) un'area di terre emerse su cui qualche Stato non dichiari possesso; semmai, è facile trovarne su cui a pretendere controllo sono più d'uno (ovviamente in conflitto tra loro). Tra le possibilità abbiamo quindi (intendendo l'appartenenza di un luogo ad uno Stato in termini di pretese di controllo dello Stato sul luogo):

  • cercare posti fuori dal controllo di qualunque Stato (se ne esistono);
  • vivere in un posto in cui il controllo dello Stato cui appartiene sia di fatto inesistente (area remota e/o Stato molto liberale);
  • vivere in un posto in barba a qualunque forma di controllo dello Stato cui appartiene (squatting);
  • dichiarare l'indipendenza: idea che si potrebbe rendere più realistica portandola avanti non da singoli individui ma con un gruppo di persone, optando ad esempio per una secessione con la conseguente costruzione di uno Stato anarchico (sulla possibilità che ‘Stato anarchico’ sia o meno una contraddizione si parlerà in dettaglio insieme alle altre Condizioni di realismo).

Alcune delle strade proposte possono essere perseguite senza spostarsi, altre richiedono invece, oltre allo sforzo di costruire un tipo di vita diversa, anche un trasloco. Una delle obiezioni che viene sollevata dai libertari è: «perché dovrei essere io a spostarmi?»; la risposta prima, come già detto sopra sulla necessità di scegliere di lasciare una comunità piuttosto che di entrare a farvi parte, è che qui stiamo parlando di come stanno le cose adesso, e non di come dovrebbero essere.

Vi è però a questa domanda anche una risposta più teoretica, che verrà discussa più avanti insieme al resto, e riguarda il fatto che non tutto nella vita di un libertario è concretizzabile secondo la sua volontà, neanche nelle condizioni più ideali: talvolta, non è nemmeno suscettibile di scelta (esempio banale: non si sceglie di nascere né da chi si nasce né dove si nasce, e per il primo periodo di vita nemmeno dove si cresce). E una doccia di realismo non solo è più sana di un immaturo lamentarsi del fatto che le cose non siano (o peggio, non possano essere) come si vorrebbe che fossero, ma prepara anche a riflettere sulla necessità del compromesso richiesto anche nelle più ideali società anarchiche.

Una nota sul pragmatismo anarchico

È comprensibile che, di fronte all'immensa difficoltà, quando non addirittura alla materiale impossibilità, di perseguire nella vita quotidiana gli ideali libertari, si scelga piuttosto di accettare le costrizioni imposte con la stessa convinzione con cui si rinuncia a vincere le inoppugnabili leggi della fisica e della natura, trasformando così in apparente vittoria ciò che altro non è che una solida sconfitta: un passo psicologicamente (o se vogliamo ‘spiritualmente’) importante dall'impotente frustrazione dell'incapacità di realizzazione dei propri ideali alla pretestuosa arroganza di sentirsi padroni del proprio destino per aver dichiarato propria una scelta di fatto obbligata.

(E non ricordo ora quale filosofo parlasse dell'illusoria libertà che può sentire un sasso gettato per aria, sentendosi privo di vincoli ma non avendo altra via che quella prescrittagli dalla cosmica legge di gravità.)

Scelta, peraltro, di cui non si discute qui la saggezza, ma che certamente avrebbe ben più valore se, piuttosto che mascherarsi nell'ipocrita finzione di una vittoria, si motivasse sinceramente come riconoscimento della sconfitta (e del conseguente abbandono) di un'ideologia.

Regole e violazioni

{ Regole, violazioni, liberalizzazioni. Esempi dal copyright, copyleft, Creative Commons, etc }

Anarchia, socialismo ed individualismo

Non sarà sfuggito a chi legge questi appunti che una grande attenzione è stata posta finora sugli aspetti sociali dei rapporti tra individui, ed in particolare sulla natura e sulla struttura delle comunità.

In effetti, quando ho cominciato a stilare questi appunti l'attenzione alla comunità è venuta in maniera in un certo senso spontanea. Più recenti discussioni mi hanno però portato a riflettere con maggiore attenzione, ed in maniera più esplicita e diretta, su questo aspetto.

In prima battuta, l'osservazione si è concretizzata nella constatazione che il pensiero anarchico storico è di stampo principalmente socialista, mentre il pensiero libertario contemporaneo sembra essere piuttosto di stampo individualista.

La questione ovviamente non è così semplice: in tempi storici sono esistiti anarchici individualisti come al giorno d'oggi non mancano libertari di stampo socialista.

È un po' un peccato, perché con quella che invece dovrà essere considerata una forzatura semantica si poteva attuare una restrizione di significato considerando anarchico il pensiero di tipo sociale e libertario quello individualista.

Peraltro, ho il sospetto che, per dire, un Max Striner, da molti considerati uno dei pilastri del pensiero anarchico individualista, sarebbe piuttosto d'accordo con questa scelta di termini, viste le critiche da lui stesso mosse nei confronti del pensiero anarchico (sociale).

La distinzione tra le due forme di pensiero sono tutt'altro che sottili.

Nella prospettiva del pensiero anarchico sociale, infatti, il potere dell'uomo sull'uomo è vista come la causa prima delle diseguaglianze sociali e lo Stato come principale strumento per l'esercizio di questo potere; l'abbattimento dello Stato è quindi un obiettivo intermedio da perseguire dell'ottica di un fine ulteriore: l'uguaglianza sociale.

Per contro, il pensiero libertario di stampo individualista pone la propria attenzione sul singolo individuo; l'aspetto sociale è sostanzialmente secondario, ed è anzi spesso visto in termini antagonistici (implicitamente, quando non esplicitamente).

{ Approfodondire: interessi dell'invidivuo contro quelli (del resto) della comunità; interessi della comunità come interessi di ciascuno degli individui appartenenti alla comunità stessa; se prevale l'interesse della comunità è male dalla prospettiva individualista (potere dell'uomo —gli individui della comunità— sull'uomo —l'individuo—); se prevale quello dell'individuo è male dalla prospettiva sociale (potere dell'uomo —l'individuo— sull'uomo —gli individui della comunità—). Max Stirner, il might makes right e il darwinismo sociale. }

Condizioni di realismo

Come ho scritto altrove, l'analisi di un'ideologia (e quindi in particolare di quella anarchica) non può prescindere da tre questioni fondamentali, che nel caso specifico si possono così riassumere:

  • può (e se sì, sotto quali condizioni) esistere una società anarchica?
  • può (e se sì, sotto quali condizioni) continuare ad esistere una società anarchica?
  • può (e se sì, sotto quali condizioni) una società anarchica subentrare ad una preesistente società di stampo diverso?

È abbastanza evidente che se la risposta ad una qualunque delle tre domande qui sopra fosse negativa, l'ideologia anarchica perderebbe molto della propria forza, nonché della propria credibilità, sebbene sia possibile comunque prenderne alcuni elementi specifici che possano avere un valore intrinseco o quanto meno slegato dal loro essere parte di questa particolare ideologia.

{ Partire da un'analisi dei principî fondamentali del pensiero anarchico. Punti importanti su cui ricordarsi di approfondire: coerenza interna dei principî, realismo; realizzabilità in caso di principî universalmente condivisi vs realizzabilità in caso di principî non condivisi; indagine sulla risoluzione dei conflitti tra anarchici; risoluzione dei conflitti con altre ideologie; cambiamenti di opinione; violazione di contratti, regole, principî (in ordine di approfondimento); analisi della possibilità della degenerazione; è possibile qualcosa che alla fine non si riduca alla legge del più forte? Studio separato per il caso delle nuove generazioni: cultura vs natura; quando un individuo è un individuo?; infanzia e maturazione, saggezza, coscienza, ‘maggiore età’. Il problema dell'educazione, del pensiero, della formazione; leader e seguaci (collegato al problema della degenerazione). }


  1. rubo l'espressione ad uno dei dipendenti Microsoft che lavorò ai filtri di conversione per Word dei documenti WordPerfect; per spiegare quanto poco fossero omogenei i due modi di descrivere un documento, decise di fare un passo avanti rispetto al classico modo di dire anglosassone che prevede invece un confronto tra mele ed arance. ↩

  2. nulla è conoscibile, ciò che è conoscibile non è comunicabile, e ciò che viene comunicato non viene compreso. O altre varianti sul tema. ↩

  3. ma è pur vero che lasciate libere di agire, le persone tendono ad imitarsi a vicenda. ↩

  4. si noti l'uso del termine individuo invece di quello di cittadino. ↩

  5. in realtà, devo ancora trovare una teoria economica che non sia quanto meno discutibile. E non sono solo io a pensarlo se c'è un adagio secondo cui economics is the only field in which two people can win a Nobel Prize for saying exactly the opposite thingl'economia è l'unico campo in cui due persone possono vincere un Nobel per aver detto cose diametralmente opposte. { trovare fonte } ↩

  6. per puntualizzare, né qui né altrove si vuole sottintendere che il pagamento di tasse sia una regola che debba essere presente in ogni comunità, ma solo che di fatto è una regola di alcune (classi di) comunità cui gli individui apprtengono ora. Non è neanche detto —in linea di principio— che uno Stato o altra unità amministrativa debba richiedere il pagamento di tasse (ovvero: ipoteticamente parlando potrebbe esistere uno Stato che tra le proprie regole non includa il pagamento di tasse). ↩  ↩

  7. cosa che so per esperienza; ho infatti chiesto ed ottenuto il rimborso dell'IVA pagata in Canada, con una semplice visita all'apposito ufficio in aeroporto. ↩

  8. con una varietà di regole che porta a situazioni che hanno del paradossale, come un'Italia che considera automaticamente cittadini i discendenti di emigrati, che non parlano una parola della lingua e non hanno mai messo piede sul territorio dello Stato nemmeno in visita turistica, ma richiede un iter burocratico pluriennale per i figli di immigrati che, pur essendo nati e cresciuti in Italia e conoscendone lingua e cultura a volte meglio di molti cittadini, rischiano di venir espulsi come ‘clandestini’ al raggiungimento della maggiore età. ↩

tecnologia

Ovviamente

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Suicide by LLM

Of all the stupidest hills to die on …

I'm not Cory Doctorow

This means, among other things, that I do not get paid to talk in public, or to write books, and it means that I do not have a compulsion to publish a blog post every day (and it shows).

However, it does also mean that I won't have committed “suicide by LLM”, trying to defend the indefensible for the stupidest possible reason ever: spellchecking.

I'll admit it: my posts have typos. Sometimes, when I go over one of my previous posts, I spot all the typing errors, misspelt words, doubled words, forgotten upper cases and all the other writing issues that abound in everybody's long-form writing undertakings: the reason why serious publishers have editors and reviewers.

For us bloggers, however, these are issues that for the most part are caused by us forgetting to enable spellchecking in our text editor ( in my case). And sure, if you're Jerrold Zar you can come up with a funny and poetic way to remark the limits of these tools, but these limits are there regardless of the specific shape and form of the tool, its energy requirements both in the preparation and deployment phases, and of the ethical underpinning of its development and use.

Trying to justify the use of an for this particular task, something that word processors (and standalone programs) have already been able to do for decades, with quality steadily improving over time without any of the ethical issues surrounding the tools, really takes a very special type of mind, probably the same that fell for the questionable idea that it's possible to “install our own fire exits” on a billionaire's network.

Cory Doctorow is far from the only one falling for these ruses1, but with the news of Google and Microsoft paying influencers to promote adoption of , it's inevitable to question the motives behind such a choice. Doubling down on its defense against criticism sounds particularly hollow from someone who was so keen on clarifying the true nature of the Luddite movement. Flash news: running the model(s) locally has little to no bearing on the ethical issues concerning their origins, motives, and uses.

Adafruit: the poisoned apple

Cory Doctorow is not the only significant figure in tech that seems to have decided to commit suicide by LLM. Shortly before his manifestation on the use of LLMs as spellcheckers, Adafruit Industries revealed they had started using them to develop their board designs.

This revelation suffered such a massive pushback on the that it was inevitable to compare it to when Raspberry Pi decided to commit suicide by cop (for once, not in the usual sense of intentionally misclassifying murder by law enforcement, but an actual mediatic suicide of the enterprise' reputation).

And as it usually happens in these cases (remember when Framework Computer decided to commit [suicide by Nazi], pardon, by big tent?), instead of coming out with an apology, they doubled down with one of most inane reversals ever seen on the Internet, considering that basically the entire reason of existence for the LLMs used by Adafruit is specifically to accelerate the extraction of value (stealing) from the disenfranchised in favour of the rentier class.

Generative Large Brainworm

I have long ceased to idolise prominent figures in tech, so seeing them fall to the LLM/genAI brainworm doesn't really make me question my beliefs; however, for sure it does not spark joy to see them drift away like this.

And it is a brainworm; or rather, more appropriately, a mindworm, because it has no physical body (although it's quite possible that its influence does affect the brain biochemistry —I haven't looked into that yet). It is a mindworm, because it's parasitic in nature, infectious, and damaging to the host. It latches on the same mechanisms of our pareidolia, pushed through by the filthiest of psychological manipulations that marketing has been developing for decades, and leads to a general loss of cognitive functions, a decline that goes largely unnoticed by those who get trapped in it, but is clear as day to anyone surrounding them.

I'm guessing I'll stack that with all the other reasons why this grift is so damaging for the Internet, combined with the indiscriminate scraping I've finally had to defend my server from, the pollution of the commons that will make older and genuinely man-made web pages as precious as low-background steel, the massive jacking up of memory prices, the premature storage shortage, and all the other general attacks to personal computing.

And I'm well aware of how First World problem such complaints may be, but after all, let's be honest here: the root lies in the same extractive, colonial mindset that has dominated the last centuries, keeping under the heel people with much worse problems.


  1. speaking of and “fire exits”, for example, I've recently come across a thread on the from someone who has been spending time and resources to build a (somewhat successful so far) alternative BS instance, and who was now complaining about the dominant group undermining said effort —and honestly, what did he even expect? But that deserves its own post. ↩

Shields up, part 2

More aggressive defense against the LLM scraper flood.

We're going to need bigger shields

As I mentioned the last time, my biggest issue with the wave of scrapers isn't even with this particular website of mine, but with my gitweb instance. This is in large due to the fact that while the Wok is static (and thus relatively cheap to host even if scraped aggressively), the gitweb instance isn't, as it some links allow it to serve some pretty hefty binary blobs. And the I mentioned in my previous post on the topic wasn't cutting it anymore. It was time to go for something much more strict.

The solution I've decided to go with this time has been to go limit most gitweb commands to only serve the correct data if an appropriate referral is given, i.e. if the request was originated from a page for which it made sense. To wit, a request to e.g. download the full archive for one of the repositories I host should only be triggered by following a link from the corresponding project page: anything else will be assumed to be spurious, and will instead return a 401 Unauthorized error.

As usual, the presence of this error will then lead to a 7-day ban for that IP. The system has been up for approximately 3 hours at the time of writing, and it has already caught over 9000 (in fact, nearly 13,000). I'm guessing the next step would be to collect some subnet information about this huge list of IPs and proceed to ban the entire subnet.

This is a bit dangerous

To be honest, this is as successful as it is dangerous. Browser themselves often don't send the correct referrer information “for privacy”, so even a human genuinely ending up on my gitweb using an overprotective browser will end by gaining a 7-day ban. The only thing I can say is: sorry, the bot flood has made your access pattern largely indistinguishable from that of any of these bots, so you'll have to rethink your browser habits.

I wonder if I can count on the presence of the Do Not Track header in this case? Does anybody know if bots send it?

I'm also wondering if the 401 error page I send should also use the same trick as the neverlink tarpit I mentioned in the previous post, and “bleed out” the response very slowly.

I'll have to think about it.

12 days of XSLT

“12 days of Christmas” using XSLT

Deborah Pickett on the Fediverse threw a Christmas coding challenge: to code the famous Twelve days of Christmas rhyme in any (programming) language.

She even answers it herself with XSLT, a solution that I love because it's fast, compact, and it gives visibility to the much-maligned I've already abundantly discussed here.

So obviously I've asked myself: would I do it differently if I were to use the same language? And the answer is (obviously, as otherwise I wouldn't be writing this) yes.

Two things mainly I would do differently: I would separate the list of items from the transform, and I wouldn't include the cardinal and ordinals in the list of items, but let the transform compute it automatically.

This has some clear downsides compared to @futzle's solution: it requires multiple files (compared to the single one of her solution), and the XSLT itself will be considerably more complex, since at the very least it'll have to include the logic about writing the numbers as letters, both in ordinal and cardinal form.

On the other hand, we gain something: the possibility to customize the list without touching the transformation code (separation of concerns), and potentially even support for multiple (human) languages, which I haven't implemented yet.

You can find my version of the transform here, and you can see it in action here. This is presently a rather quick & dirty implementation, and will produce the incorrect indefinite article for words starting with a vowel sound (or to be more specific, needing an instead of a), but it shows it can be done, and that the transform can be applied to different lists of presents, such as this one taken from RFC 1882 without the commentary (which, on the one hand, highlights another shortcoming of the current transform, but on the other, helps minimize the sexism of the original text since it is unspecified why the nine lady executives are a problem for the tech support person —and that might just as well be because said tech support person happens to be a sexist asshat)

The problem is, now I feel nerd sniped, since there's a number of feature I want to add support for in the XSLT.

The aforementioned multiple language support, first and foremost. A way to specify the cardinal indicator to use (which may be an vs a in English, or gendered forms in languages like Italian or French) would also be useful to allow the correct form to be used. And ideally, even, a way to indicate which part of the “present” needs to be made plural (and how), which would allow reordering the list and still get a grammatically correct output. (Evolving per-present commentary would also be possible, although at the very least I'd want to play around with the idea using a better example than the aformentioned RFC.)

But for the time, this will suffice.

A tale of two Webs

Webs of documents, webs of apps, and conflicts of interests and designs.

This is the collected form of a thread I initially brainstormed on the Fediverse, with the introduction taken mostly from this other commment thread of mine.

Introduction

There has been a lot of noise recently concerning Mozilla's choices about where to take their Firefox browser, especially in view of their choice to go all-in on “AI” even against a largely negative feedback from the community. While some have defended, or at least found a justification of this choice based on “market” consideration («people want AI»), many (among which myself) remain unconvinced, for several reasons.

I have listed a few, ranging from the low market share of and making it hard to digest any claims about the credibility of an “educational” intent for the adoption (particularly since they fired their advocacy dvision) to their insistence on holding onto the idea even when this aliented their entire volunteer Japanese localization team —something that a “public benefit” corporation that claims to be consistently low on resources should be extremely wary of doing.

In general, Mozilla has been shown to be extremely unreceptive to feedback from its community in general, possibly unaware of the fact that the selected few that still hold on to Firefox as their primary browsers are largely people who care about the open web first and foremost, and feel deeply betrayed by the last decade plus of decisions made at Mozilla that do little more than paying lip service to the principles of the open web, while in practice assisting in dismantling it. And it's impossible to know, without insider knowledge, if their management is simply obtusely incapable of understanding their precarious position, under threat of seeing their advertisement funding cut off by Google if they don't comply (or just realise ad revenue won't be there forever), or simply trusting that people have nowhere else to go. What are disgruntled Firefox users going to switch to, after all? Google Chrome? Ah, please.

As @rysiek​@mstdn.social puts it,

Mozilla is the browser vendor equivalent of centrist political parties.

or rather, as I would put it, the “center-left” parties, whose “moderate” positions simply help shift the Overton window to the right, normalizing positions that are antithetical to their own existence, in a futile effort to pursue an (electoral, or user) base that would never vote for them anyway.

And not only recent political events such as Zohran Mamdani's election to mayor of New York City show how successful even just a moderate push to the left can be: to make things even worse for Mozilla, switching to minority browsers is actually much easier and effective than voting for minority parties in political elections.

The net result of this hard-headed decisions at Mozilla has been that long-time Firefox users have been looking harder at alternatives.

@mcc​@mastodon.social, like many others, have been promoting Servo, the experimental browser initially developed by Mozilla and then discarded by firing the entire team working on it, and now reborn as an independent project.

Supporting is an excellent idea, if not else because its survival increases the number of independent browser engines in active development. But Servo is not yet viable as a primary choice: performance is abysmal, standards support is low, and user interface is featureless and unstable. People wanting to start looking at options now will have to look elsewhere (this is, of course, orthogonal to any support one may give to the Servo project). The only currently viable alternatives to Firefox that aren't just skins around the or rendering engines are Firefox forks (Fireforks?)

As I have already mentioned, there are mainly three active Firefox forks that may fit the needs of users abandoning Firefox out of concern for the direction its development is taking: LibreWolf, WaterFox and Pale Moon. And of these, the first two ( and ) are basically just “Firefox without the most egregious privacy-invasive misfeatures”, which leaves the question open about their viability if Firefox goes under —in fact, the LibreWolf developers have clearly stated that they won't be able to hard-fork and go their own way. with its rendering engine is thus the only currently viable alternative that has shown it can exist and grow independently from Firefox.

And so I've been pondering: what is really needed of a web browser? We know that implementing one from scratch is a titanical challenge. But is that also true of maintaining an existing one?

To answer that, we should first stop and consider what is a browser, and what is the World Wide Web. And the interesting part is that we're currently in a process of “speciation”, if I may borrow a term from evolutionary biology.

A tale of two Webs

The World Wide Web was born with the intent to achieve an interconnected web of documents (or, more in general, resources that may include things like images or other multimedia elements): and this is not only what it was in the beginning, but also what most of the open, independent web still is, even when it's more dynamically generated (wikis, blogs).

What we've seen under the moniker of “Web 2.0” in the last 20+ years, but especially in the last decade, has been the development of a different interpretation of the Web.

Major corporations saw in the “Web 2.0” the opportunity to leverage this communication channel as a means to deliver services to the users, or, a rose by any other name, as a way to write cross-platform application front-ends.

This isn't exactly news to anyone who has been using the web more than a decade, but I think it's quite important to stress this again: the modern web features both kinds of websites: document repositories, and application front-ends (“web apps”).

And web browsers are used to access both kinds of websites, but —and this is extremely important— the two kinds of websites have very different requirements. For example, the V8 engine that powers Chrome was specifically designed to improve the quality of service of web apps, and while the “web of documents” can at times benefit from said improvements, it doesn't have particular needs in this regard, except maybe to compensate for the deficiency of other components (especially )

A lot of the development efforts (both creative and destructive) in web browsers in the last decade+ has been going into fostering the “web app” vision of the web, to the detriment of the “web of documents” vision. From the removal of native support for and feeds to the introduction of JavaScript APIs like WebUSB or the Web Environment Integrity attempt I already discussed in the past, nearly all work done on browsers has been in this direction.

This difference isn't just a matter of feature sets; in fact, it's primarily a matter of design principles.

A browser for the “web of documents” is a User Agent: it's a tool in the hands of users, designed to maximize the usability of said documents.

A browser for the “web of apps” is a Corporate Agent: it's a tool in the hands of corporations, designed to maximize the control they have on the user machine.

One can obviously see how this reflects in the development of Chrome with the removal of features that are unnecessary or, even worse, detrimental to corporate interests (the most famous recent such change being the introduction of the so-called Manifest v3 for WebExtensions to kill ad blockers), but you can also see it in Firefox development when their “listening to the community” means doubling down on shoving unwanted (aka genAI/LLM) everywhere and dropping support for .

Under this analysis, browsers like Vivaldi are in a very precarious situation: on the one hand, the browser is being developed under what is arguably a “web of documents” mindset, and in fact more in general as a “Swiss knife of the Internet”, (similarly to the classic Opera browser, as I've already written about at length). On the other hand, its reliance on the Google-controlled Blink engine that is designed for the “web of apps” cripples it in its efforts: while they've been able to reintroduce native RSS and Atom support, Vivaldi doesn't support JPEG XL because Blink has removed support for it (although things seem to be changing on that front), and will have no choice but to drop XSLT support following Chrome's timeline, unless its developers finally decide to put in the development effort themselves. The same holds for any other browser that depends on Blink, WebKit and soon even Gecko. This will make all of them less of a User Agent and more of Corporate Agents infiltrated in our machines.

So, it's time to realize that the “web of documents” and “web of apps” are two completely different beasts, only incidentally related to each other, and that it might not even make sense to waste efforts in developing tools that support both equally well. This means, in particular, that we may have to make peace with the fact that one browser might not be enough: we will need two of them.

For me, this is already the case, by the way: although Firefox is my primary browser, I still have to resort to Chromium from time to time, either because some websites simply refuse to work correctly in Firefox, or because it's the only way to ensure a solid “separation of concerns” (unsurprisingly, what I use Chromium for is the more corporate-y stuff.) And even without asking, I'm sure I'm not the only one. (From the poll I'm running on the Fediverse, over 40% of the respondents at the time of this writing use a separate browser for some corporate site, and less than 30% use the same browser for everything without any separation.)

In this sense, the question «are LibreWolf/WaterFox viable if Firefox goes down» becomes less important: Pale Moon has shown that a viable alternative at least for the “web of documents” is in fact possible (and it exists already). So the question would rather be «will we have a viable alternative to corporate browsers (Chrome, Safari) for the “web of apps”?»

I think the answer is yes: even if LibreWolf and WaterFox wouldn't be able to survive or keep up to date with evolving standards without their reliance on Firefox, we will likely still have Blink- and WebKit-based browsers around to work as “slightly less shitty corporate agents” to browse the “web of apps” —at least as long as Blink and/or WebKit remain open source.

If anything, the biggest issue would be that, since the “web of documents” and the “web of apps” use the same protocol, as the two diverse it will be come harder to switch from one to the other during a browsing session.

In this sense, the Gemini protocol folks have arguably had the right idea: “we'll make our own web, with simple text and image formats”. This, to steal @witchescauldron​@kolektiva.social's expression, pushes the “web of documents” away from the “web of apps”, and solves the issue by making it apparent that “the two webs” are completely different from each other.

But as I've already mentioned elsewhere, the Gemini protocol approach, in my opinion, throws away the baby with the bathwater. Many of the web formats and technologies are actually extremely useful even for the “web of documents”: the problem isn't with , , , , or even , the problem is that browsers have been catering exclusively to the “web of apps”, neglecting (when not outright obstructing) the “web of documents”. We can keep that tech and the “web of documents”.

The good old, classic Opera/Presto had an interesting approach here: since it couldn't guarantee, despite all efforts, perfect compatibility with websites that weren't designed around web standards but “for specific browsers”, it provided a menu option to open in a different browser any page you were in. I don't think I've seen such a feature in any other browser (apparently there were extensions for it), but I think it's actually the simplest solution to the diverging paths for the two webs.

(This is actually a feature that all browsers should have, regardless of the “apps vs documents” thing, and while I can understand why the major ones won't, I hope to see all others adopt it.)

If we accept that the “web of apps” and “web of documents” are two separate things, and that the development and maintenance of the browsers for the “web of apps” is essentially left in corporate hands, what is left is the question: how expensive is it to develop and maintain the browsers for the “web of documents”?

And I suspect that the answer is “much less” (than the “web of apps”).

For starters, most of what the WHATWG is working on is largely irrelevant for the “web of documents”. This means largely no development efforts is needed in “web of documents” browsers to “run after the latest revision of the spec”. I would expect most of the work to be of the maintenance kind (fixing bugs, security issues, and the like), which is sadly the kind of brutal, unglamorous work nobody wants to do.

Some new work to support more recent revisions of “document-useful” standards like CSS may be needed: this is a much slower process, although it can be quite complex.

It will be interesting to see, as the consciousness of the divergence of the “web of apps” from the “web of documents” grows and matures, how this will reflect on the adoption of new features by website developers in the face of graceful degradation.

My guess would be that “web of apps” developers will gladly throw themselves at new features as soon as it's “all green” on CanIUse (which I don't expect will monitor “web of documents” browsers: even now it doesn't feature minority browsers like Pale Moon or Vivaldi), while I expect “web of documents” developer to be more cautious in their approach: there's a reason why a gardening metaphor is often used for the independent web.

Just to be clear, I'm not saying that maintaining a “web of documents” browser would be effortless, or that it can be supported just by the kind of “amateur coder in their spare time” work that stereotypically underlies development (see also @glipari​@sciences.re's comment thread here).

In fact, if anything, specifically because the main work needed is the kind of unglamorous work that most developers dislike (bug fixing and the like), it's going to be even less likely to find the flock enthusiasts that volunteer their time on it for free. So this aspect does not, in any way, eliminate the need to find a way to support the developers of such a browser.

(By the way, while it's true that, as @glipari points out, browser development for the “web of apps” is motivated by the money it brings in, this doesn't necessarily explain why the “web of documents” gets not only neglected but in fact actively crippled. There seems to be indeed a lot of effort going into developing the “web of apps” in such a way that is specifically goes against the “web of documents, even when we have solutions, sometimes existing solutions, that can serve both.)

This is why it is important to fund projects that maintain and develop these browsers (although for example I would like to have from the Servo team a clear statement about the kind of browser that they want to be; it may not matter now as they are still quite far behind in terms of standards support, but it will matter soon, if not else in terms of what to prioritize, and it would be nice to know that we aren't throwing money at the next Firefox, down the enshittification drain).

(And no, don't expect me to propose a solution for the funding problem. I don't have one, unless we finally get Universal Basic Income everywhere, but that's a whole different topic of discussion.)

A wishlist for the “web of documents” browsers

Let's pretend for a moment we have solved the funding problems. In this case, I would love a “web of documents” browser to go beyond.

For example, such a browser would support the Gemini protocol just as well as HTTP. It would support the text/gemini format just as well as text/html —and why not, also text/markdown (yes, it's official) and text/asciidoc (registration pending).

It would have native support for feed discovery and for the RSS and Atom XML formats. It would support the multi-document navigation metadata that enjoyed a brief moment of glory in the early aughts and support for which currently only survives, AFAIK, in the Pale Moon Website Navigation Bar plugin, and it would support the HTML+SMIL profile that only briefly existed in an ancient IE experiment.

It would support XSLT 3 (and 4, when it comes out), and XQuery as a scripting (or more appropriately templating) language. It would support XHTML2 (seriously, have you read the spec? It's so much better than HTML in so many ways it's ridiculous what we've been deprived of; even with a dislike for XML Events and XForms, which is the “web for apps” part, there's no justification for throwing away the rest).

And of course, it would support “any” multimedia format (one of these days I will bring to this site the brainstorming I had about how to achieve this, and hopefully I'll remember to link it here).

But that's enough daydreaming.
Let's start from what we have.

Google is killing the open web, part 2

Do not comply in advance.

I wrote a few months ago about the proxy war by Google against the open web by means of XSLT. Unsurprisingly, Google has been moving forward on the deprecation, still without providing a solid justification on the reasons why other than “we've been leeching off a FLOSS library for which we've finally found enough security bugs to use as an excuse”. They do not explain why they haven't decided to fix the security issues in the library instead, or adopt a more modern library written in a safe language, taking the opportunity to upgrade support to a more recent, powerful and easier-to-use revision of the standard.

Instead, what they do is to provide a “polyfill”, a piece of that can allegedly used to supplant the functionality. Curiously, however, they do not plan to ship such alternative in-browser, which would allow a transparent transition without even a need to talk about XSLT at all. No, they specifically refuse to do it, and instead are requesting anyone still relying on XSLT to replace the invocation of the XSLT with a non-standard invocation of the JavaScript polyfill that should replace it.

This means that at least one of these two things are true:

  1. the polyfill is not, in fact, sufficient to cover all the use cases previously covered by the built-in support for XSLT, and insofar as it's not, they (Google) do not intend to invest resources in maintaining it, meaning that the task is being dumped on web developers (IOW, Google is removing a feature that is going to create more work for web developers just to provide the same functionality that they used to have from the browsers);

  2. insofar as the polyfill is sufficient to replace the XSLT support in the browser, the policy to not ship it as a replacement confirms that the security issues in the XSLT library used in Chrome were nothing more than excuses to give the final blow to and any other format that is still the backbone of an independent web.

As I have mentioned in the Fediverse thread I wrote before this long-form article, there's an obvious parallel here with the events that I already mentioned in my previous article: when bent over to 's pressure to kill off RSS by removing the “Live Bookmarks” features from the browser, they did this on presumed technical grounds (citing as usual security and maintenance costs, but despite paid lip service to their importance for an open and interoperable web, they didn't provide any official replacement for the functionality, directing users instead to a number of add-ons that provided similar functionality, none of which are written or supported by Mozilla. Compare and contrast with their Pocket integration that they force-installed everywhere before ultimately killing the service

Actions, as they say, speak louder than words. When a company claims that a service or feature they are removing can be still accessed by other means, but do not streamline such access said alternative, and instead require their users to do the work necessary to access it, you can rest assured that beyond any word of support they may coat their actions with there is a plain and direct intent at sabotaging said feature, and you can rest assured that any of the excuses brought forward to defend the choice are nothing but lies to cover a vested interest in sabotaging the adoption of the service or feature: the intent is for you to not use that feature at all, because they have a financial interest in you not using it.

And the best defense against that is to attack, and push the use of that feature even harder.

Do. Not. Comply.

This is the gist of my Fediverse thread.

Do not install the polyfill. Do not change your XML files to load it. Instead, flood their issue tracker with requests to bring back in-browser XSLT support. Report failed support for XSLT as a broken in browsers, because this is not a website issue.

I will not comply. As I have for years continued using , and (sometimes even all together) despite Google's intent on their deprecation, I will keep using XSLT, and in fact will look for new opportunities to rely on it. At most, I'll set up an infobox warning users reading my site about their browser's potential brokenness and inability to follow standards, just like I've done for MathML and SMIL (you can see such infoboxes in the page I linked above). And just like ultimately I was proven right (after several years, Google ended up fixing both their SMIL and their MathML support in Chrome), my expectation is that, particularly with more of us pushing through, the standards will once again prevail.

Remember: there is not technical justification for Google's choice. This is not about a lone free software developer donating their free time to the community and finding they do not have the mental or financial resources to provide a particular feature. This is a trillion-dollar ad company who has been actively destroying the open web for over a decade and finally admitting to it as a consequence of the LLM push and intentional [enshittification of web search]404mediaSearch.

The deprecation of XSLT is entirely political, fitting within the same grand scheme of the parasitic corporation killing the foundations of its own success in an effort to grasp more and more control of it. And the fact that the team at Apple and the team at Mozilla are intentioned to follow along on the same destructive path is not a counterpoint, but rather an endorsement of the analysis, as neither of those companies is interested in providing a User Agent as much as a surveillance capitalism tool that you happen to use.

(Hence why Mozilla, a company allegedly starved for resources, is wasting them implementing LLM features nobody wants instead of fixing much-voted decade-old bugs with several duplicates. Notice how the bug pertains the (mis)treatment of XML-based formats —like RSS.)

If you have to spend any time at all to confront the Chrome push to deprecate XSLT, your time is much better spent inventing better uses of XSLT and reporting broken rendering if/when they start disabling it, than caving to their destructive requests.

The WHATWG is not a good steward of the open web

I've mentioned it before, but the WHATWG, even assuming the best of intentions at the time it was founded, is not a good steward of the open web. It is more akin to the corrupt takeover you see in regulatory capture, except that instead of taking over the W3C they just decided to get the ball and run with it, taking advantage of the fact that, as implementors, they had the final say on what counted as “standard” (de facto if not de jure): exactly the same attitude with which Microsoft tried taking over the web through Internet Explorer at the time of the First browser war, an attitude that was rightly condemned at the time —even as many of those who did, have so far failed to acknowledge the problem with Google's no less detrimental approach.

The key point here is that, whatever the was (or was intended to be) when it was founded by Opera and Mozilla developers, it is now manifestly a corporate monster. Their corporate stakeholder have a very different vision of what the Web should be compared to the vision on which the Web was founded, the vision promoted by the , and the vision that underlies a truly open and independent web.

The WHATWG aim is to turn the Web into an application delivery platform, a profit-making machine for corporations where the computer (and the browser through it) are a means for them to make money off you rather than for you to gain access to services you may be interested in. Because of this, the browser in their vision is not a User Agent anymore, but a tool that sacrifices privacy, actual security and user control at the behest of the corporations “on the other side of the wire” —and of their political interests (refs. for Apple, Google, and a more recent list with all of them together).

Such vision is in direct contrast with that of the Web as a repository of knowledge, a vast vault of interconnected documents whose value emerges from organic connections, personalization, variety, curation and user control. But who in the WHATWG today would defend such vision?

A new browser war?

Maybe what we need is a new browser war. Not one of corporation versus corporation —doubly more so when all currently involved parties are allied in their efforts to enclose the Web than in fostering an open and independent one— but one of users versus corporations, a war to take back control of the Web and its tools.

It's kind of ironic that in a time when hosting has become almost trivial, the fight we're going to have to fight is going to be on the client side. But the biggest question is: who do we have as champions on our side?

I would have liked to see browsers like Vivaldi, the spiritual successor to my beloved classic Opera browser, amongst our ranks, but with their dependency on the rendering engine, controlled by Google, they won't be able to do anything but cave, as will all other FLOSS browsers relying on Google's or Apple's engines, none of which I foresee spending any significant efforts rolling back the extensive changes that these deprecations will involve. (We see this already when it comes to JPEG XL support, but it's also true that e.g. Vivaldi has made RSS feeds first-class documents, so who knows, maybe they'll find a way for XSLT through the polyfill that was mentioned above, or something like that?)

Who else is there? There is Servo, the rendering engine that was being developed at Mozilla to replace Gecko, and that turned into an independent project when its team was fired en masse in 2020; but they don't support XSLT yet, and I don't see why they would prioritize its implementation over, say, stuff like MathML or SVG animations with SMIL (just to name two of my pet peeves), or optimizing browsing speed (seriously, try opening the home page of this site and scrolling through).

What we're left with at the moment is basically just Firefox forks, and two of these (LibreWolf and WaterFox) are basically just “Firefox without the most egregious privacy-invasive misfeatures”, which leaves the question open about what they will be willing to do when Mozilla helps Google kill XSLT, and only the other one, Pale Moon, has grown into its own independent fork (since such an old version of Firefox, in fact, that it doesn't support WebExtensions-based plugins, such as the most recent versions of crucial plugins like uBlock Origin or Privacy Badger, although it's possible to install community-supported forks of these plugins designed for legacy versions of Firefox and forks like Pale Moon).

(Yes, I am aware that there are other minor independent browser projects, like Dillo and Ladybird, but the former is in no shape of being a serious contender for general use on more sophisticated pages —just see it in action on this site, as always— and the latter is not even in alpha phase, just in case the questionable “no politics” policies —which consistently prove to be weasel words for “we're right-wingers but too chicken to come out as such”— weren't enough to stay away from it.)

Periodically, I go through them (the Firefox forks, that is) to check if they are good enough for me to become my daily drivers. Just for you (not really: just for me, actually), I just tested them again. They're not ready yet, at least not for me, although I must say that I'm seeing clear improvements since my last foray into the matter, that wasn't even that long ago. In some cases, I can attest that they are even better than Firefox: for example, Pale Moon and WaterFox have good JPEG XL support (including transparency and animation support, which break in LibreWolf as they do in the latest nightly version of Firefox I tried), and Pale Moon still has first-class support for RSS, from address bar indicator to rendering even in the absence of a stylesheet (be it CSS or XSLT).

(A suggestion? Look into more microformats support. An auxiliary bar with previous/next/up links on pages where this is relevant would be a nice touch, for example. It's one of those little details that really made classic Opera shine. EDIT: I just found out that there's a relevant addon for Pale Moon!)

An interesting difference is that the user interface of these browsers is perceivably less refined than Firefox'. It's a bit surprising, given the common roots, but it emerges in several more and less apparent details, from the spacing between menu items to overlapping text and icons in context menus, passing through incomplete support for dark themes and other little details that all add up, giving these otherwise quite valid browsers and amateurish feeling.

And I get it: UI design is hard, and I myself suck at it, so I'm the last person that should be giving recommendations, but I'm still able to differentiate between more curated interfaces and ones that need some work; and if even someone like me who distinctly prefers function over form finds these little details annoying, I can imagine how much worse this may feel to users who care less about the former and more about the latter. Sadly, if a new browser war is to be fought to wrestle control from the corporate-controlled WHATWG, this matters.

In the end, I find myself in a “waiting” position. How long will it take for Firefox to kill their XSLT support? What will its closest forks (WaterFox in particular is the one I'm eyeing) be able to do about it? Or will Pale Moon remain the only modern broser with support for it, as a hard fork that has since long gone its own way? Will they have matured enough to become my primary browsers? We'll see in time.

Another web?

There's more to the Internet than the World Wide Web built around the HTTP protocol and the HTML file format. There used to be a lot of the Internet beyond the Web, and while much of it still remains as little more than a shadow of the past, largely eclipsed by the Web and what has been built on top of it (not all of it good) outside of some modest revivals, there's also new parts of it that have tried to learn from the past, and build towards something different.

This is the case for example of the so-called “Gemini Space”, a small corner of the Internet that has nothing to do with the LLM Google is trying to shove down everyone's throat, and in fact not only predates it, as I've mentioned already, but is intentionally built around different technology to stay away from the influence of Google and the like.

The Gemini protocol is designed to be conceptually simpler than HTTP, while providing modern features like built-in transport-level security and certificate-based client-side authentication, and its own “native” document format, the so-called gemtext.

As I said in my aforementioned Fediverse thread:

There's something to be said about not wanting to share your environment with the poison that a large part of the web has become, but at the same time, there's also something to be said about throwing away the baby with the bathwater. The problem with the web isn't technical, it's social. The tech itself is fine.

I'm not going to write up an extensive criticism of the Gemini Space: you can find here an older opinion by the author of curl, (although it should be kept in mind that things have changed quite a bit since: for example, the specification of the different components has been separated, as suggested by Daniel), and some criticism about how gemtext is used.

I'm not going to sing the praises of the Gemini protocol or gemtext either, even though I do like the idea of a web built on lightweight markup formats: I would love it if browsers had native support for formats like Markdown or AsciiDoc (and gemtext, for the matter): it's why I keep the AsciiDoctor Browser Extension installed.

But more in general, the Web (or at least its user agents) should not differentiate. It should not differentiate by protocol, and it should not differentiate by format. We've seen it with image formats like MNG being unfairly excluded, with [motivations based on alleged code bloat][nomng] that today are manifest in their idiocy (and yes, it hasn't escaped my that even Pale Moon doesn't support the format), and we're seeing it today with JPEG XL threatened with a similar fate, without even gracing us with a ridiculous excuse. On the upside, we have browsers shipping with a full-fledged PDF reader, which is a good step towards the integration of this format with the greater Web.

In an ideal world, browsers would have not deprecated older protocols like Gopher or FTP, and would just add support for new ones like Gemini, as they would have introduced support for new (open) document formats as they came along.

(Why insist on the open part? In another Fediverse thread about the XSLT deprecation I had an interesting discussion with the OP about SWF, the interactive multimedia format for the Web at the turn of the century. The Adobe Flash Player ultimately fell out of favour, arguably due to the advent of mobile Internet: it has been argued that the iPhone killed Flash, and while there's some well-deserved criticism of hypocrisy levelled against Steve Jobs infamous Thoughts on Flash letter, it is true that what ultimatelly truly killed the format was it being proprietary and not fully documented. And while we might not want to cry about the death of a proprietary format, it remains true even today that the loss of even just legacy suport for it has been a significant loss to culture and art, as argued by @whiteshark​@mastodon.social.)

A Web of interconnected software?

It shouldn't be up to the User Agent to determine which formats the user is able to access, and through which protocol. (If I had any artistic prowess (and willpower), I'd hack the “myth of consensual X” meme representing the user and the server saying “I consent”, and the browser saying “I don't”.) I do appreciate that there is a non-trivial maintenance cost that grows with the number of formats and protocols, but we know from classic Opera that it is indeed quite possible to ship a full Internet suite in a browser packaging.

In the old days, browser developers were well-aware that a single vendor couldn't “cover all bases”, which is how interfaces like the once ubiquituous NPAPI were born. The plug-in interface has been since removed from most browsers, an initiative again promoted by Google, announced in 2013 and completed in 2015 (I should really add this to my previous post on Google killing the open web, but I also really don't feel like touching that anymore; here will have to suffice), with the other major browsers quickly following suit, and its support is now relegated only to independent browsers like Pale Moon.

And even if it can be argued that the NPAPI specifically was indeed mired with unfixable security and portability issues and it had to go, its removal without a clear cross-browser upgrade path has been a significant loss for the evolution of the web, destroying the primary “escape hatch” to solve the chicken-and-egg problem of client-side format support versus server-side format adoption. By the way, it was also responsible for the biggest W3C blunder, the standardization of DRM for the web through the so-called Encrypted Media Extensions, a betrayal of the W3C own mission statement.

The role of multimedia streaming in the death of the User Agent

The timeline here is quite interesting, and correlates with the already briefly mentioned history of Flash, and its short-lived Microsoft Silverlight competitor, that were largely responsible for the early expansive growth of multimedia streaming services in the early years of the XXI century: with the tension between Apple's effort to kill Flash and the need of emerging streaming services like Netflix' and Hulu's to support in-browser multimedia streaming, there was a need to improve support for multimedia formats in the nascent HTML5 specification, but also a requirement from the MAFIAA partners that such a support would allow enforcing the necessary restrictions that would, among other things, prevent users from saving a local copy of the stream, something that could be more easily enforced within the Flash players the industries had control over than in a User Agent controlled by the user.

This is where the development of EME came in in 2013: this finally allowed a relatively quick phasing out of the Flash plugin, and a posteriori of the plugin interface that allowed its integration with the browsers: by that time, the Flash plugin was by and large the plugin the API existed for, and the plugin itself was indeed still supported by the browsers for some time after support for the API was otherwise discontinued (sometimes through alternative interfaces such as the PPAPI, other times by keeping the NPAPI support around, but only enabled for the Flash plugin).

There are several interesting consideration that emerge from this little glimpse at the history of Flash and the EME.

First of all, this is one more piece of history that goes to show how pivotal the year 2013 was for the enshittification of the World Wide Web, as discussed already.

Secondly, it shows how the developers of major browsers are more than willing to provide a smooth transition path with no user intervention, at least when catering to the interests of major industries. This indicates that when they don't, it's not because they can't: it's because they have a vested interest in not doing it. Major browser development is now (and has been for over a decade at least) beholden not to the needs and wants of their own users, but to those of other industries. But I repeat myself.

And thirdly, it's an excellent example, for the good and the bad, of how the plugin interface has helped drive the evolution of the web, as I was saying.

Controlled evolution

The removal of NPAPI support, followed a few years later by the removal of the (largely Chrome-specific) PPAPI interface (that was supposed to be the “safer, more portable” evolution of NPAPI), without providing any alternative, is a very strong indication of the path that browser development has taken in the last “decade plus”: a path where the Web is entirely controlled by what Google, Apple and Microsoft (hey look, it's GAFAM all over again!) decide about what is allowed on it, and what is not allowed to not be on it (to wit, ads and other user tracking implements).

In this perspective, the transition from plugins to browser extensions cannot be viewed (just) as a matter of security and portability, but —more importantly, in fact— as a matter of crippled functionality: indeed, extensions maintain enough capabilities to be a vector of malware and adware, but not enough to circumvent unwanted browser behavior, doubly more so with the so-called Extension Manifest V3 specifically designed to thwart ad blocking as I've already mentioned in the previous post of the series.

With plugins, anything could be integrated in the World Wide Web, and such integration would be close to as efficient as could be. Without plugins, such integration, when possible at all, becomes clumsier and more expensive.

As an example, there are browser extensions that can introduce support for JPEG XL to browsers that don't have native support. This provides a workaround to display such images in said browsers, but when a picture with multiple formats is offered (which is what I do e.g. to provide a PNG fallback for the JXL images I provide), this results in both the PNG and JXL formats being downloaded, increasing the amount of data transferred instead of decreasing it (one of the many benefits of JXL over PNG). By contrast, a plugin could register itself a handler for the JPEG XL format, and the browser would then be able to delegate rendering of the image to the plugin, only falling back to the PNG in case of failure, thus maximizing the usefulness of the format pending a built-in implementation.

The poster child of this lack of efficiency is arguably MathJax, that has been carrying for nearly two decades the burden of bringing math to the web while browser implementors slacked off on their MathML support. And while MathJax does offer more than just MathML support for browers without native implementations, there is little doubt that it would be more effective in delivering the services it delivers if it could be a plugin rather than a multi-megabyte (any efforts to minimize its size notwithstanding) JavaScript library each math-oriented website needs to load.

(In fact, it is somewhat surprising that there isn't a browser extesion version of MathJax that I can find other than a GreaseMonkey user script with convoluted usage requirements, but I guess this is the cost we have to pay for the library flexibility, and the sandboxing requirements enforced on JavaScript in modern browsers.)

Since apparently “defensive writing” is a thing we need when jotting down an article such as this (as if it even matters, given how little attention people give to what they read —if they read it at all— before commenting), I should clarify that I'm not necessarily for a return to NPAPI advocating. We have decades of experience about what could be considered the actual technical issues with that interface, and how they can be improved upon (which is for example what PPAPI allegedly did, before Google decided it would be better off to kill plugins entirely and thus gain full control of the Web as a platform), as we do about sandboxing external code running in browsers (largely through the efforts to sandbox JavaScript). A better plugin API could be designed.

It's not going to happen. It is now apparent that the major browsers explicitly and intentionally do not want to allow the kind of flexibility that plugins would allow, hiding their controlling efforts behind security excuses. It would thus be up to the minority browsers to come up with such an interface (or actually multiple ones, at least one for protocols and one for document types), but with most of them beholden to the rendering engines controlled by Google (for the most part), Apple (some, still using WebKit over Blink), and Mozilla (the few Firefox forks), they are left with very little leeway, if any at all, in terms of what they can support.

But even if, by some miraculous convergence, they did manage to agree on and implement support for such an API, would there actually be an interest by third party to develop plugins for it? I can envision this as a way for browsers to share coding efforts in supporting new protocols and formats before integrating them as first-class (for example, the already mentioned Gemini protocol and gemtext format could be implemented first as a plugin to the benefit of any browsers supporting such hypothetical interfaces) but there be any interest in developing for it, rather tha just trying to get the feature implemented in the browsers themselves?

A mesh of building blocks

Still, let me dream a bit of something like this, a browser made up of composable components, protocol handlers separate from primary document renderers separate from attachment handlers.

A new protocol comes out?
Implement a plugin to handle that, and you can test it by delivering the same content over it, and see it rendered just the same from the other components in the chain.
A new document format comes out?
Implement a plugin to handle that, and it will be used to render documents in the new format.
A new image format comes out?
Implement a plugin to handle that, and any image in the new format will be visible.
A new scripting language comes out?
You guessed it: implement a plugin to handle that …

How much tech would have had a real chance at proving itself in the field if this had been the case, or would have survived being ousted not by technical limitations, but by unfriendly corporate control? Who knows, maybe RSS and Atom integration would still be trivially at everybody's hand; nobody would have had to fight with the long-standing bugs in PNG rendering from Internet Explorer, MNG would have flourished, JPEG XL would have become ubiquituous six months after the specification had been finalized; we would have seen HTML+SMIL provide declarative interactive documents without JavaScript as far back as 2008; XSLT 2 and 3 would have long superseded XSLT 1 as the templating languages for the web, or XSLT would have been supplanted by the considerably more accessible XQuery; XHTML2 would have lived and grown alongside HTML5, offering more sensible markup for many common features, and much-wanted capabilities such as client-side includes.

The web would have been very different from what it is today, and most importantly we would never would have had to worry about a single corporation getting to dictate what is and what isn't allowed on the Web.

But the reality is much harsher and darker. Google has control, and we do need to wrestle it out of their hands.

Resist

So, do not comply.
Resist.
Force the unwanted tech through.
Use RSS.
Use XSLT.
Adopt JPEG XL as your primary image format.
And report newly broken sites for what they are:
a browser fault, not a content issue.

Post scriptum

I would like to add here any pièces de résistance for XSLT.

I'm going to inaugurate with a link I've just discovered thanks to JWZ:

  1. xslt.rip (best viewed with a browser that supports XSLT; viewing the source is highly recommended);

  2. Rivista Journal is a «syndicated publishing system for XMPP»; it is based on the combination of two XML formats and protocols, and , and can present content directly to the web via an XSLT transform; I was made aware of this platform and shown a very opinionated server running it by @lorenzo​@snac.bobadin.icu;

  3. and last but not least (yeah I know, doesn't make much sense with the current short list, but still), a shameless plug of my own website, of course, because of the idea to use XSLT not to produce HTML, but to produce SVG (in addition to, of course, my überprüfungslisten, and, more recently, the 12 days of Christmas generator).

Made the news (and other related articles)

I've apparently “made the news” (again).

I have read the comments, and little has changed since last time. The only comment worth responding is from the user that prefers EME to the mess of plugins we used to have. I understand where they are coming from, but I disagree on a matter of principle: DRM shouldn't exist, and it should never have been standardized in violation of the W3C mission statement; as a plus, and the more cumbersome it is for the user, the better it represents its negative nature.

Aside from that, the comments keep missing the point, and weight their personal dislike for XSLT more than the important role it plays on the open and indie web. Just seeing how many people follow the corporate recommendation to apply it server-side and distribute the “rendered” HTML shows these are people who have no idea what they're talking about: just as an example, my sparklines are still 10× smaller as XML data plus XSLT than as the rendered SVG, with benefits amortizing over multiple sparklines per page (due to common XSLT), and over time (data changes, XSLT does not; also, the actual ratio of SVG to XML data is much higher that 10×, and as data increases, the ratio tends to that). For smaller, cheaper and/or home hosting, XSLT remains a clear winner.

You don't like the syntax? Fine. But use that energy to pressure for to be available instead of towing the corporate line about the demise of XSLT.

Shields up

Depending against the LLM scraper flood.

Enough is enough

Scraping the open web for anything that can be fed to the LLMs that are passed off as artificial “intelligence” has become so aggressive that even I have finally come to terms with the need to protect myself and my online presence from it.

I've always had a “moderately tolerant” stance towards these kind of phenomena. For example, I was very late in adopting an ad blocker, because I felt that there was a sense of “equivalent exchange” in benefiting from free content while tolerating ads that I would have gladly gone without; even as the amount and invasiveness of ads grew, I resisted, until it was finally too much, and finally deployed uBlock Origin across all my browsers and machines.

Similarly, I've tolerated scrapers as long as they've been well-behaved, even when questionably more expansive and persistent than search engine web crawlers. But in the last few months, things have changed. Scrapers have increased in numbers, and more and more often are poorly coded enough to bog down my home server in what cannot be describe in any other way than a DoS.

First steps

I had already started setting up some precautionary measures such as the well-known fail2ban intrusion prevention to protect the machine against secure shell exploitation attempts, but that was all. (In fact, in reviewing by fail2ban configuration for what I'm going to discuss, I found out I had been way too tolerant, and have taken the opportunity to tighten that part of the process too, but that's beyond the scope of this article.)

From time to time, however, I was seeing some intense traffic against my gitweb instance that was obviously indiscriminate scraping activity, which would bring the load on the machine to ridiculous levels.

The first serious step was setting up a “manual” category in my fail2ban configuration to jail the most egregious offenders; for the curious, I've banned the entire 146.174.0.0/16 and 202.76.0.0/16 subnets, which may be a bit more aggressive than necessary, but a /8 wasn't enough and I honestly couldn't care enough to find the smallest mask; sorry if anybody got caught.

Because obviously that's part of the problem: to make it harder to use tools like fail2ban, these scrapers implement ban evasion in a number of ways, ranging from credible user agent identifiers (even though access patterns are “obviously” non-human, when seen by a human) to —most importantly— spread out attacks (i.e. more of a DDoS), which forces hosters on the defense, playing whack-a-mole on individual IPs while the attackers (scrapers) keep jumping from one to the next.

Enter ansuz

I'm not the only one with this problem, obviously. JWZ of Netscape and XScreenSaver fame, for example, has written extensively (for example, here's his latest musings on the topic) about the honeypot he has set up to poison the scrapers. (Highly recommend reading the comments too for additional recommendations from other people.)

But arguably, what finally got me to get a move on (aside from an assault peak) were some recent Fediverse posts by @ansuz​@social.cryptography.dog that were ultimately collected and expanded into a blog post (with an interesting follow-up.)

The reason why this caught my attention is because it presented a simple (trivial, even) way to catch (some) scrapers: a “neverlink”, i.e. a link that, by virtue of being commented out or explicitly tagged as “not to be followed” and hidden by style, would be invisible to all but the most aggressive scrapers.

(Update: since the nofollow attribute is intended for ranking rather than crawling, and there is no clear way to indicate that a specific link should not be followed for crawling, I have also added the neverlinks to robots.txt for exclusion by all user agents. We'll see if this helps refine their use for scraper detection.)

Since my most heavily bombarded subdomain was the gitweb, I took the opportunity to update it to the latest and change it so as to add two neverlinks, a commented link in the head tag, and a nofollow, display: none one in the body.

Moving forward: the tarpit

I was actually surprised when there were a couple of hits to the (404ing) linked page, so I started working on extending the effectiveness of the “scraper detection”: rather than just banning any IP trying to fetch the neverlink, which would be of limited effectiveness given the extensive use of host jumping that results in each IP fetching a single URL, I took some of my free time yesterday to create a tarpit, something which I had been pondering for months (so yes, arguably, @ansuz's post finally made me do it, and as usual it took months; I'm not Oblomov for nothing).

(Without going too much into details: a honeypot is something that looks palatable, so attachers are encouraged to get there and waste their time getting stuck there; a tarpit is something that is intentionally designed to slow things down.)

The tarpit is a PHP script that provides a standard HTML, but the entire content is (1) randomly generated and (2) at a slow rate, pausing a little bit after each character.

I must say the effect that I'm using to slow things down is actually fascinating to look at, giving a bit of an old “typewriter” effect. But of course it's not there for the aesthetics: the idea is to get the bot hooked up for several seconds, (potentially hours, with millions of characters generated in a single run, if it's ever left to finish, although from what I've seen these bots will generally time out after a few seconds) instead of hammering my servers with hundreds of requests per second.

What will there be next?

Both the tarpit and the scraper detection are under development. I'm trying out a few different ideas to see what's more effective. The new version that is coming up momentarily includes several improvements already.

First of all, neverlinks now come in different flavours (with or without hostname) for two different kinds (head and body).

Secondly, the tarpit itself now includes neverlinks.

And thirdly, since this time the HTML is dynamically generated by PHP, I've added “session IDs” that make them unique. The intent here is to make the scrapers try to keep accessing the tarpit with multiple requests, an idea that is probably better served by adding to the tarpit an infinitely generated maze of twisty little passages, all alike, which I'll most likely end up looking into.

What's missing

With neverlink, catching the stupidest scrapers is easy. With the IP jumping, an effective tarpit needs to detect them on first connection, and with the randomized user agent this is quite non-trivial, since the “hook” is undistinguishable from a human connection (who is subsequently trivial to see from the fetching of related resources such as CSS and JS). This means that post-processing of the logs is necessary to find these patterns, (no first-connection detection), potentially with subnet-wide banning or tarpit redirection. I wonder if it would be possible to add some warning text to the tarpit so that if a human ever gets caught in it they'll see the warning text even while the browser hangs fetching the rest of the page. And is that even worth it?

(And yes, this is why we can't have nice things.)

Not Your Personal Computer

Just because it's in your hands, it doesn't mean it's yours.

In the second half of the first decade of the XXI century, Apple ran a memetic advertising campaign (Get a Mac) that famously featured a “casually” clothed young man representing its computers, and a perceivably if slightly less young man dressed in a suit, representing “the competition”, introducing themselves with «Hello, I'm a Mac»/«and I'm a PC».

I never liked those ads, finding them conceptually wrong at such a fundamental level as to be distracting. This write-up is not an analysis of the many ways in which those ads were wrong, but the main fault in the campaign was the presentation of a false dichotomy based on a fundamentally broken misnomer, with the ads largely focusing on differences between the Microsoft Windows and OS X operating systems, completely ignoring the growing adoption of Linux on the desktop, and gliding over the “hardware convergence” that had brought the Mac of the time so deeply into the camp of compatibility with the hardware of the IBM PC descendants, that Apple itself offered the tools necessary to install Windows on their hardware.

The biggest lie in the ad was the pretense that the Mac was not a PC, even in the restricted meaning of IBM PC compatible.

Or was it?

What's a PC?

I'm well aware that I'm in the minority defending a definition of Personal Computer that breaks free of the Wintel monopoly that has been strangling it for the better part of the last half century, but as someone who has been running Linux on commodity hardware as my primary when not only operating system for two decades and counting, I can attest that there's more to personal computing than the infamous combo.

In fact —and this will actually be the main point of the article— there is a growing discrepancy between said combo and what a personal computer is, or rather should be. But to get there, we should start by making very clear what a personal computer is.

A personal computer is a computer that does what its user wants it to do

I'm not picky about the concept of computer. I'm fine with any hardware capable of general computing falling into the category: desktop computers, tablets, “smart” phones, and soon possibly even pregnancy tests1. To run with a now classic meme, anything that can run Doom.

I was actually wary of going with “user” in the definition. At first, I wanted to go with something like “assignee”, but ultimately I convinced myself that “user” works fine here. For example, if I let someone else provisionally use my personal computer, I'm fine with them still not being able to do what they want, because it's not their personal computer, but as long as the computer doesn't prevent me from doing what I want with it, it remains my personal computer.

And of course I'm fine with not being able to do on my personal computer things that are materially impossible within the constraints of the hardware. But, and this is the key, I should be the one in control.

A personal computer is a computer over which the user has control

This is why most “smart” phones and tablets and such are not personal computers: it's not a matter of form factor or other hardware choices,but a matter of control. If I cannot install the operating system I want, if the operating system they ship with prevents me from doing things like making a full backup or even just opening any file with any application, I am not in control: somebody else has made decisions for me, and if I cannot subvert them on my device, then it's not really my personal device.

I am even fine with restrictive defaults, as I'm aware there are benefits to them for the general populace. But if the vendor does not provide a means to overturn the defaults and allow the user to gain complete, unfettered access to the device, then it's not and it cannot be a personal device, a personal computer. It's someone else's machine that I've been provisionally allowed to use.

Beyond the personal

There is no cloud. It's just someone else's computer.

The early XXI century was also the period in which Cloud computing started gaining widespread recognition and adoption, a growth soon met with a healthy does of skepticism summarized in the quote above, a quote so successful that cloud computing business and pundit went on a spree trying to debunk it, largely completely missing the point of the quote.

It is undeniably true that the “just” in the quote is carrying a lot of weight. But it's also undeniably true that the whole point of cloud computing is to delegate to someone else the management of the hardware your software runs on. And that's the whole point the quote is making. There is nothing “magic” about the cloud. You could achieve the exact same results as “running things in the cloud” by shelling out money to purchase equivalent hardware and manage it yourself —it's entirely a matter of whether or not it's worth the price.

And of course, one of the things that you're giving up with cloud computing is control: you are trusting a third-party to provide the services they claim at the convened price. And there's literally nothing you can do if they choose to terminate your account with no recourse by mistake or because you're persona non grata to the fascist regime du jour.

So while it could be argued that it's not just “someone else's computer” (or «“just” by appropriate definitions of “just”») it's undeniable that it's not your (personal) computer.

The death of personal computing?

This article has been prompted by a tightening of the grasp GAFAM has on personal computing, such as the recent news about moving to kill sideloading on Android and further closing down development of the operating (hindering alternatives built on the Android Open Source Project in the process), or the “cloud-first” approach to data storage is pushing for its office suite and operating system.

This has been a long time coming, from all sides.

For example, Microsoft attempted to leverage its weight in the “personal computer” market to make UEFI's Secure Boot a requirement for Windows 8, and although the massive pushback they received ultimately led to a reversal in the form of allowing said Secure Boot to be disabled (thus making it possible to install operating systems without having to go through Microsoft for the appropriate cryptographic signing keys) at least for non-ARM machines, the fact remains that Secure Boot takes out of the hands of the user control about which software can run, restricting it to what the machine vendor (and Microsoft) allow, so that a machine where Secure Boot cannot be disabled, or where at the very least users are not allowed to register new cryptographic keys, cannot be classified as a personal computer. (Yes, I am aware Secure Boot has its uses. Again, that's not the point.)

Apple has been fighting the Digital Markets Act, and they straight and clear claim that the DMA is bad because it forces them (Apple) to let users download and run the software they want on their iPhones. Behind the paint of “security and privacy” pretense, the main issue is, again, control. Control that the corporate vendor is being forced to lose, to the benefit of the user, on a platform that has historically being designed as a “vertically integrated user experience” (which is another way to tell “corporate-controlled walled garden” and which I like to call “the Apple virus”: an approach to computing that seems benevolent if not even beneficial to the end-user, until they try to step out of the inflexible constraints of the design: remember You're holding it wrong?).

And of course I've already mentioned in passing how the giants that currently control the web browsing market, Google and Apple, with the connivance of the purported “opposition” (Mozilla), are removing user control from their web browsers, perverting them from user agents into corporate surveillance tools.

But it gets worse.

The “Apple virus” has moved beyond corporations and leaked into the free software world, from the “our users don't really know what they want” attitude of GNOME developers to Wayland's “you can only do what the compositor allows” design passing through systemd's “our way or the highway” steamroll, all coincidentally aided by RedHat's “gentle push” for the adoption of anything they develop through a “vertical integration” that shouldn't even exist in .

(Remember when the poor design of GNOME and dbus user session management got so fucked up that logging out failed to work correctly and this had to be tapered over by changing a systemd default which in turn broke everybody's terminal multiplexers, pissing off a lot of people? And let's not even talk about the PulseAudio clusterfuck.)

In the grand scheme of things, it matters little that the entire software stack is free software: just like for Chromium and the web, the money behind the development of the mainline implementations is the only thing that matters, and this affects the entire ecosystem. (And don't even bother trying to pushing back with arguments about “intent”. The purpose of a system is what it does.)

There's a classic screenshot from a social post making the rounds, which I'm going to quote here because it's quite relevant:

Sun Solaris used to be the OS that required overpriced proprietary hardware and still couldn't compete with Linux. That OS is now MacOS.

MacOS used to be the colorful and friendly walled garden OS that your non-techie parents would enjoy but was completely useless to you as a power user. That OS is now Windows.

Windows used to be the OS that could run a lot of apps, but was a headache to setup and maintain correctly and would sometimes blow up for no reason. That OS is now Linux.

Linux used to be the techie and developer oriented command-line OS that was lacking in desktop apps and might not support your hardware, but once you got it going, was rock solid and had no limits. That OS is now FreeBSD.

This may seem like all a digression, but it is actually a sharp representation of the shift in the Overton window computing (and in particular personal computing) has been subject to in the last couple of decades.

Do you own a personal computer?

Do you have a machine that you control?

Do you have a machine on which you can install the operating system of your choice? How hard is it to install a different operating system? Are there operating systems you cannot install because the hardware vendors refuse to provide the necessary drivers and/or specifications that would allow said drivers to be developed?

Can you customize your execution environment to your needs and preferences? How hard is it to do that?
Can you do a full backup of your system, to be restored to exact functionality if anything goes wrong?

Can you run any software of your choice on that machine?
If there are protections in place in the default configuration, can they be bypassed? How hard is it to bypass them, if it is possible at all?
Can the software you want to use interoperate smoothly with the other software you want to use? Are there constraints or restrictions beyond what may be expected by the software design, imposed by third-party entities?

Do you own a personal computer?


  1. yes I know the pregnancy test in the videos is not actually a computer, but just used as a display ↩

Google is killing the open web

The juggernaut is taking advantage of its dominant position to enclose and destroy the commons.

Google is managing to achieve what Microsoft couldn't: killing the open web. The efforts of tech giants to gain control of and enclose the commons for extractive purposes have been clear to anyone who has been following the history of the Internet for at least the last decade, and the adopted strategies are varied in technique as they are in success, from Embrace, Extend, Extinguish () to monopolization and lock-in.

What I want to talk about in this article is the war Google has been waging on XML for over a decade, why it matters that they've finally encroached themselves enough to get what they want, and what we can do to fight this.

A little bit of history

Google entered the browser market at a time when web development was starting to see the light again after Microsoft's “win” of the First browser war through the abuse of its operating system's monopoly by shipping its Internet Explorer for free and thus cutting off «Netscape's air supply», as intended.

What managed to break through Microsoft's short-lived victory was an alliance of browsers (my favorite Opera on its Presto engine, Mozilla's Firefox on its Gecko engine, and the newborn Safari from Apple, whose WebKit engine was forked from the KHTML engine that was being developed for the KDE Linux desktop environment) that decided to leverage their standards compliance to reinforce each other's position against the crippling effect of Microsoft's dominance —a dominance that Microsoft tried to protect resorting to the vilest tricks.

Google entered the market heavily abusing its dominance in web search to push the adoption of its Chrome browser, a practice not unlike the one used by Microsoft to push the adoption of IE, and of equally questionable legality and moral standing, a thing which was frequently overlooked with several excuses, not least the fact that Chrome was built on an open source core, Chromium, that was mostly assembled from software and libraries developed by other companies (primarily, Mozilla and Apple).

In the years of Chrome's release, the Internet was undergoing massive changes, with the emergence of centralized social media platforms like Facebook that started eroding the previous distributed social network of blogging platforms, Google's own Gmail mail service gaining ground over both ISP offering and other “cloud” offers like Yahoo!'s and Microsoft's Hotmail, and mobile connectivity growing beyond “professionals”, thanks mostly to Apple's iPhone and Google's own at-the-time recent acquisition of Android, plus some soon-to-be minor players I've talked about in the past.

For the purposes of our discussion, these changes had two major points of focus in terms of website development.

On the one hand, web developers started giving more attention to standards compliance, as it gave them more opportunities towards the growing user base of mobile users, which were unlikely to have the desktop-dominant Internet Explorer as browser. This helped accelerate the demise of IE (which was still going strong when Chrome was first released) —whose flaky standards compliance was ultimately responsible for its demise nearly a decade later, and subsequently for the complete discontinuation of its line (after the brief attempt of a reprise under the legacy Edge moniker)— and emboldened the “underdogs” of the time (Mozilla, Apple, Opera).

On the other hand, there was a distinct shift towards centralization of web services, which in turn accelerated the development of web applications, graphical user interfaces for the underlying (centralized) services that effectively relied on the browser(s) as cross-platform toolkits, an approach that would later give birth to the abomination known as Electron and the security nightmare better known as node.js.

Of course, Google had a primary interest in making web apps a credible alternative to desktop applications, what with their already-mentioned mail service and the recently-acquired-and-turned-web-app Google Maps. And since their browser was mostly a collection of existing software stapled together, they could focus their development effort in creating a faster implementation of , better known as V8. Never mind the fact that even years later native implementations of any useful feature would remain faster and cheaper than JavaScript.

But even before their direct involvement in browser development, Opera and Mozilla had started taking their distance from the W3C standardizing efforts and set up the WHATWG, a consortium of browser developers dedicated to coordinating rapid development of new web features without passing through the perceived slow W3C standardization process.

In truth, as it would become clear a few years later —and even more so with Google effectively taking over the WHATWG and turning into a sockpuppet to give a semblance of independence to their choices— the main purpose of the WHATWG was to hijack the development of web technologies to the benefits of the corporate investors, whereas the W3C, with all its flaws, had mostly given priority to features that would be of more general interest.

(It is not by chance that the most controversial standard to ever come out of the W3C has probably been the Encrypted Media Extensions, released as a failed attempt to remain relevant in the web space, and resulting instead in a critical strike against their own credibility as stewards of the open web.)

Google's war on XML as a proxy for the war against the open web

Arguably, the turning point for the centralization of the web was the year 2013. This is essentially the year where GAFAM stopped trying to pretend they liked to play nice, and started to “pull the reins in” on interoperability. Coincidentally, it's also the year Opera stopped being Opera, but I'll talk about this some more in the afterword.

Let's see a few of the major events relevant to our discussion (you can find some more in Part 2 of this series):

  1. 2013 is the year Google decides to sunset Google Reader, a (if not the most) widely used web feed aggregator (for and Atom feeds); the officially given reason is that usage was declining; “coincidentally” this happens shortly after them shutting down their AdSense for Feeds (for unspecified reasons, which can be most likely be summarized as “nobody wants ads in their feeds”, and especially not video ads —not that they won't keep trying);
  2. 2013 is the year Google decides to close XMPP server-to-server federation in their Google Chat service; Facebook will to the same with their Messenger product the following year;
  3. 2013 is the year Google first proposes the removal of XSLT, a proposal that is so unpopular that it will continue receiving comments against it as far as 5 years later (the last comment in the thread is from 2018);
  4. 2013 is the year Google removes the just-introduced MathML support from Chrome; it will take 10 years and an external company to bring support back into the browser.

This was just the beginning. Several other actions were undertaken or attempted in the following years. In the following list, while most pertain to the proxy war against XML, a few are not directly related, but help show that Google's overreaching attempts to gain complete control of the Web go far beyond XML (and why even those that don't like XML and are more than happy to see it gone should beware).

  1. at least as far back as 2014, Google starts exploring the idea of hiding URLs; they tried this again at least in 2015, in 2018, in 2019, in 2020; and yes, I'm aware Apple has been doing the same in Safari for over a decade, but Apple's whole shtick is gated communities and user lock-in (so hardly an example to follow), and most importantly Apple doesn't have as much power over the Web as Google does; (yes, this is one of those attempts that is not directly XML related);
  2. in 2015, the WHATWG introduces the Fetch API, purportedly intended as the modern replacement for the old XMLHttpRequest; prominently missing from the new specification is any mention or methods to manage documents, in favor of JSON that instead gets a dedicated document body presentation method;
  3. in 2015, Google proposes deprecating SMIL, the standard for declarative animation and interactivity in SVG; I have written in the past about the usefulness of and why not only it must not be deprecated, but its use should actually be integrated into , as noted by the W3C;
  4. in 2015, Google also announces the Accelerated Mobile Pages project, purportedly as a way to make web pages more accessible and faster to load on mobile, which coincidentally relied heavily on leveraging large CDNs like Google to cache contents (and optionally pre-render it); nevermind the facts that the seminal Responsive Web Design article on how to design for different screen sizes was from 2010, that the srcset attribute for images to support different-sized screens was already supported by at-the-time current desktop and mobile browsers, and that the primary reasons why webpages weren't fast to load on mobile was because of the so-called web obesity crisis which had been known since 2012 at least, and that the primary reason why AMP pages loaded faster was because they came with one tenth of the useless crap attached to the “regular” pages —so the only actual benefit from AMP was to force webdevs into writing leaner pages, with at least a modicum of responsivity, (and of course, for Google, to encourage them to funnel everything through Google's —or any other tech giant— servers for easier metric collection, faster ad serving, and more user profiling);
  5. still in 2015, Google announces the intent to deprecate the keygen element, a little-known but powerful security feature that simplified the generation of user-controlled cryptographic key pairs for secure communication between the client and server; you can read more about it in Tim Berners-Lee reaction, and in Hugo Landau's relevant “Memoir from the old web”; of note, TBL's primary interest in this element was to help build Solid, an incremental improvement on the WWW to make it more resistant to the centralization his original idea had been perverted into (see also the relevant issue in Solid's issue tracker); the importance of simplified handling of user certificates and the role they play in Mutual authentication can also be surmised by it being one of the features of the lightweight Gemini protocol that was also born as a response to the centralization and consequent complexification of the World Wide Web;
  6. in 2018, Mozilla removes RSS support from Firefox starting from version 64, and actively prevents opening them in-browser, giving them an even worse treatment than generic XML files, for which it keeps showing the structure (for example: compare how your browser handles the usage stats XML for this column with the way it handles the RSS feed and the Atom feed); the official reason is that the “Live Bookmarks” feature couldn't be easily ported to the new architecture; the fact that support for RSS could still be implemented via extensions, that Mozilla did not ship an extension to replace even just partially the Live Bookmarks feature —leaving its users in the hands of potentially insecure third-part extensions— and that feeds got an even worse treatment than generic XML document show that the official reason is just an excuse; this is one of the major cracks in the Mozilla façade, as it starts to show that their existence is just controlled opposition for Google to avoid antitrust issues —what Google wants goes, and Google doesn't want web feeds, so web feeds have to go;
  7. in 2019, Google announces a number of changes to purportedly make browser extensions “safer” for users, starting the work for what would later become the Extension Manifest V3; it is immediatelly apparent that at least some of the changes introduced are primarily intended to prevent adblockers from working, and don't actually do much to improve security or privacy; despite several reports against the at best ineffective and at worst detrimental changes proposed, in the next years Google will move on with the timeline to deprecate the previous extension APIs and finally succeed in its ad-blocking-blocking efforts; although this change is not currently relevant for the XML/XSLT focus of this article, I mention it not only because it is one of the many examples of Chrome becoming less of a User Agent and more of a “Google tool on your computer” over time, but because this aspect is important for the future of client-side XML and XSLT, as I will discuss later;
  8. in 2021, Google tried to remove some common JavaScript interaction idioms, again citing “security” as reason, despite the proposed changes being much more extensive than the purported security threat, and better solutions being proposed; you can read about it here and notice behavioral patterns similar to the assault I want to talk about here;
  9. in 2023, Google renames their chatbot from Bard to Gemini thereby completely eclipsing the 4-year-old independent protocol by the same name; this is possibly coincidental, which would make it the only unintentional attack on the open web by Google in the last 15 or so years —and at this point even that is doubtful;
  10. in 2023, Google proposes the Web Environment Integrity API, of which I've talked at the time; although this is only tangentially related to the XML-focused initiatives that are the subject of this article, it is relevant to mention here as it is another example indicative of the push to make browsers less User Agents and more corporate-controlled spyware;
  11. in 2023, Google kills off support for the JPEG XL image format, introduced barely two years before, depriving the Internet of a format that would have finally delivered on the promise of a unified format to provide competitive compression —both lossless and lossy—, progressive decoding, transparency, and animation, which would have allowed it to replace the widespread (and less efficient) JPEG, PNG and GIF formats that have been the staple of the web for the last decades; this also is not directly related to XML (unless the reason for the hate is that JPEG XL supports XMP metadata), but should be filed under “against the open and indie web” as it prevents at the very least the reduction of hosting and bandwidth costs that a transition to JPEG XL would offer.
  12. in 2023, after downranking plain HTTP websites for years, Google announces an even more aggressive stance to push for HTTPS adoption; I have a lot to say about the purported “security” of HTTPS (and in particular about how it doesn't mean what most people think it means, particularly concerning the distinction between the integrity of the connection between the client and server versus the authenticity of the content, particularly of relevance for both corporate silos and federated social networks), but that's material for a different article, so here I'll just link to a few writeups by Dave Winer (one of the inventors of RSS), especially this particularly prophetic one, and point out the hypocrisy of claiming an interest for security by the same company that pushed for the removal of keygen;
  13. in 2024, Google discontinues the possibility to submit RSS feeds for review to be included in Google News; how Google now discovers new News sites or how does it gather information about published news is now completely opaque;
  14. in 2025, Google announces a change in their Chrome Root Program Policy that within 2026 they will stop supporting certificate with an Extended Key Usage that includes any usage other than server (relevant Fediverse thread, other relevant Fediverse thread); this effectively kills certificates commonly used for mutual authentication (hey look, it's the keygen suppression theme again!) that include both client and server roles; coincidentally this also makes it harder to implement S/MIME, unless you go through Google's services, of course —but Google's war on self-hosted email deserves its own article, so that will be for another time.

And we finally get to these days. Just as RSS feeds are making a comeback and users are starting to grow skeptic of the corporate silos, Google makes another run to kill XSLT, this time using the WHATWG as a sock puppet. Particularly of note, the corresponding Chromium issue was created before the WHATWG Github issue. It is thus to no one's surprise that the overwhelmingly negative reactions to the issue, the detailed explanations about why is important and useful, the recommendations that instead of removing it browsers should move to more recent versions of the standard, and even the indications of existing better and more secure libraries to base such new implementations on, every counterpoint to the removal have gone completely ignored.

Still, the negative reactions were so extensive that the issue has been ultimately locked —particularly when people started pointing out that «we don't have enough resources to spend on this» was a completely idiotic excuse from billion-dollar companies, or even from smaller enterprises like Mozilla that apparently have enough money to waste on features nobody wants like LLM chat integration: this has ultimately confirmed that the purpose of the issue was never to actually discuss whether or not XSLT should be removed, but only to provide a flimsy excuse to pretend the removal was driven by a consensus rather than a top-down directive from Google.

The only true sentences stated by the Googler responsible for this issue were that browsers have been stuck with an obsolete version of XSLT for over two decades, and that the implementations they (Google and Apple) rely on has some security issues. The Googler in question also conveniently omitted several other important facts.

For example, he omitted that two new major versions of XSLT have been released since this technology was first implemented in the browsers: XSLT 2 in 2007, and XSLT 3 in 2017. This means that when Google first proposed to kill XSLT, a newer, considerably more powerful version of the standard had been released for six years already. And already at the time people were pleading for browsers support to be upgraded to the new version.

It is thus not by chance or by lack of resources that browsers are stuck with the 1999 XSLT 1: it has been an intentional choice against the users' will since at least 2013, the year we already mentioned as the turning point for the centralization of the web. XSLT has been intentionally boycotted by Google, Apple and Mozilla: using the excuse that it is not widely used today, after decades of undercutting any efforts in adoption, refusing to fix bugs or even to provide meaningful errors to assist in debugging related issues, is a complete mockery of the victims of these policy.

The Googler also omits to mention that both Google's and Apple's XSLT implementation (not Mozilla's, that developed their own) relies on a set of free-software libraries whose maintainer has recently undergone a bombardment of borderline abusive issue reports from the characteristically extractive corporate exploitation of , with requests to provide professional services without actually paying for it in any way. Let's repeat that again: we're talking about billion-dollar companies that have been exploiting the labor of free-software maintainers, demanding a preferential treatment at no cost for them, limiting their efforts to finding bugs, without raising a finger to actually fix them —almost as if the primary intent was to find excuses to expunge the library rather than working to improve the commons. (And this is before even going into the irresponsible way in which these libraries were being used.)

But of course anyone questioning the motives of the corporations controlling the WHATWG or pointing out the abundance of resources they have, and how these could easily be spent in bringing XSLT support to the XXI century instead of being spent in user-antagonistic features, is “off topic” and “in violation of the code of conduct”.

In the end, the WHATWG was forced to close down comments to the Github issue to stop the flood of negative feedback, so that the Googler could move on to the next step: commencing the process of formalizing the dismissal of XSLT

And yes, that issue is a goldmine if you're looking for examples of abusive behavior: in classic gaslighting DARVO, the currently last comment by the Googler that opened the issue in the first place is truly a masterpiece. And since I can't reply there, allow me to reply here:

I'm just one engineer and I don't have unlimited budget;

You don't. Google does. Ask for a bigger budget. Needing to fix a security risk that you claim to be so significant should be a pretty good excuse to get more resources. If you fail at that, that's your problem, not ours, and it is not, in any way, a valid reason to kill the open web. The security issues are not in the web standard, they are in the implementation you are using (or more specifically: leeching off).

I'm just trying to do my job.

That excuse didn't fly at the Nuremberg trials either.

I care a lot about the health of the overall web.

Patent lie. If you did care, your only priority would be how to keep XSLT, since that is the only solution that doesn't affect the millions of users that still use XML and XSLT today. But you don't actually care about the health of the web, you only care about the bottom line of your employer. Flash news, you'll be fired like everybody else regardless of how hard you suck up to them.

I do want to find solutions to real problems,

There's nothing to find. The whole comment thread is full of solutions to the real problems. You just don't like the answer. You've been told repeatedly that the security vulnerabilities are fixed by either fixing the bugs in the library Chrome is using, or switching to more robust, modern libraries like xrust or xee.

So you have already found the solutions. But those aren't the solution you wanted to find, because those “problems” are only excuses to finally do what Google has been trying (so far unsuccessfully) to do for over ten years: kill XSLT.

and I want to minimize the pain folks are feeling about this discussion of XSLT removal.

Aha, and here we see the slip: the discussion was never on whether it should be removed or not. It was always about: we are going to remove it regardless of what you think; prepare for the pain.

But it's important to remember that ordinary users that fall victim to security vulnerabilities also feel pain, and I'm trying to minimize that too.

There's a very simple solution to solve the “pain” of such users, and as everybody has told you, that's to fix the library or switch to a different one.

I proposed some solutions to the concrete use cases I heard in this issue. If there are still gaps, I'd like to work on closing them.

Sorry, but that's complete bullshit. There is literally no way to solve all the use cases that XML+XSLT can and is being used for.

It's too bad we can't have that discussion here - I'm guessing we can't re-open this issue for outside comments, due to the overall tone of past comments. Either way, from now on, I'll only be responding to technical conversations, and ignoring the rest, for my own sanity.

That is hilarious. You never provided one technical argument for the removal of XSLT. Literally not a single one.

«The XSLT library we're using is buggy» is not a technical argument for the removal of client-side XSLT support from the specifications.

«XSLT is “only” used by millions of people for tens of millions of pageloads per month» is not a technical argument for the removal of client-side XSLT support. The metrics aren't even a valid excuse by Chrome's own rules on how to read telemetry data.

«Trillion-dollar company does not have the resources to fix or change XSLT library», aside from being complete bullshit, is not a technical argument on why you shouldn't fix or change XSLT library.

The comments on the issue have all been very technical until you started spouting bullshit and refused to provide technical answers to the technical comments you had received. You and your colleagues are the only ones to have never made a single technical argument to defend your position that client-side XSLT should be removed. Because that was never the intent in the first place: it was only ever about «what do we want to replace our ancient, buggy XSLT 1.0 support with».

And the truth, regardless of how much you don't like it, and how much you try suppressing it, is that there's only one answer to that, and it's: a more modern client-side XSLT support.

An update is due here as a quick response to this ridiculous defense of Google and the engineer that proposed the change, a defense coming from an engineer working for Igalia, the same company that implemented MathML for Chrome 10 years after Google removed it —hardly an objective third party.

First of all, Apple and Mozilla agreeing with something Google has been pushing to do for 10+ years is not the defense of Google and Mason Freed for the change that you think it is. Apple is no less than Google is, and Mozilla is controlled opposition.

Trying to justify this agreement as an opportunity to “slim down their codebase” is also complete bullshit, when those same engineers keep pushing to add features and JavaScript APIs that nobody needs or wants, or sometimes even that users actively reject. It was a bullshit excuse when Mozilla used it to not restore support for the MNG file format and it remains a bullshit excuse today.

The budget excuse doesn't fly either. As I've already mentioned above, if the XSLT support in Chrome is so buggy that it is considered a high security issue, the correct approach is to focus resources on fixing that security issue, not to change the spec so you can justify removing the buggy component. If the Chrome, Safari and Mozilla teams don't have enough resources to fix their security issues, nobody should be using those browsers. And no, changing the HTML spec to remove any mention of XSLT so that it can be removed from the browsers does not count as “fix the security issue”. Nobody at Google or Apple or Mozilla has ever proposed to remove JavaScript support from the browser any time a new JavaScript-related security issue comes up, have they? Then don't do that for XSLT either.

If Mozilla really cares about slimming down their Firefox codebase, they can start by removing all the ML features they've been forcefully shoving down our throats against our will. Then we can start talking about “limited resources”, “slimming the codebase”, and even “user security and privacy”. The same goes for Apple and Google. For the umpteenth time: “limited resources” cannot be used as an excuse when the developers keep adding features nobody wants and refuse to fix things people complain about: that's not an issue of resources being limited, it's an issue of resources being misallocated. It's a policy issue.

Also, telling us about the removal procedure is meaningless, when Google has already made abundantly clear that they do not actually listen to user feedback when their policy requires it (Manifest V2 removal anyone)?

And your TL;DR gets an extremely important thing wrong: no good reason to remove XSLT support from browsers has ever been given. Literally none. Literally ever. The thread was locked out because people were pointing out that the excuses given were all bullshit, and bullshit they are.

Why it matters

When the XML specification was released in 1998, it gained traction very quickly, despite its increased verbosity, because by losing some of the flexibility of SGML (the overreaching specification of which HTML was the most famous incarnation1) it favored disambiguation and simplified parsing of documents of arbitrary kind. Combined with XSLT, it allowed documents of any kind to become “Internet ready”, and most importantly ready for the World Wide Web, helping driving the WWW towards its designed goal of a «universal linked information system».

Although the benefits of XML and the transformative power of XSLT mostly caught the attention of professionals in a variety of fields, at the turn of the century their flexibility reached also into the more general population of web users through the specific incarnation of RSS and Atom web feeds, which allowed users to remain informed about news and updates on their favorite websites without constantly “making the rounds”.

RSS and other XML-based technologies such as Pingbacks were the backbone of blogging, the distributed social network that characterized the first decade of the XXI century.

With blogging common and distributed across multiple platforms, the possibility to aggregate information from disparate sources, and still see it presented as a regular web page, across browsers, without any need for scripting, in a time where implementations were slow and (thanks to Microsoft, intentionally) incompatible with each other, was seen as a clear win.

Despite the efforts by Google to kill it since 2013, the RSS format remains an essential component of an open and independent web, still in widespread usage both server and client side: there's an estimate 500+ million websites using WordPress, and they all feature RSS feeds, even when not properly advertised; most if not all Fediverse platforms also offer RSS feeds, and some (e.g. Friendica) can also import them and thus work as aggregators; and possibly most important, RSS are the fundamental component of podcasts («it's not a podcast if it's not RSS»), a multimedia distribution format with hundreds of millions if not billions of users worldwide.

As already mentioned, it's now seeing a resurgence as people have started realizing how catastrophic for the web was the centralization driven by GAFAM during the second decade of the XXI century (even though too many have failed to learn the correct lesson, and have just jumped from one Nazi bar to the next, or have fallen for the cosplay of federation because it's shinier than actual federation).

XSLT is an essential companion to RSS, as it allows the feed itself to be perused in the browser (unless, of course, the browser makes the extra effort to prevents you from visualizing it at all, like Firefox does). This allows sites with hundreds of feeds to use the feed itself (styled with XSLT) as index page (example), reducing hosting and bandwidth costs. And of course it can also be used to style any other “standard” XML document that may be found on a site: for example, I have recently discovered thanks to @aslakr​@mastodon.social, that WordPress provides a default XSLT stylesheet for its sitemaps (curiously, apparently not one for its web feeds, though? Of course you can still roll your own and plug it in the right place.)

As pointed out by @lucidiot​@snug.moe, XML is extensively used in digital humanities (and many other fields), and the TEI offers an extensive set of XSLT stylesheet to transform common TEI markups into a variety of formats, among which XHTML, which would allow direct visualization of the XML documents.

And that's just the beginning: as I've shown on this same site, it's possible to use XSLT to plot XML data, and in general to produce rich, complex documents without JavaScript, and again with potentially significant reductions in hosting and bandwidth costs.

Bonus points: it seems that the horde of LLM scrapers that are causing troubles all around have some difficulties with general XML, so switching to XML+XSLT could actually work for self-protection.

Remember AMP? If you really wanted to keep shipping the usual tons of useless crap on desktop, but not on mobile, you could put the actual content in an XML file, and then provide two separate, trivial XSLT stylesheets, one to transform it into the usual bloated desktop page, and one to transform it into the stripped-down (and less bloated) abomination that is AMP HTML —which would have come in handy when Google introduced the requirement that the AMP and standard page had to present the same content. But then again, why even ship those tons of useless crap on desktop in the first place?

And to be honest, HTML templates look thoroughly unimpressive compared to XSLT. Worse, why are people reinventing templating without even so much as mentioning XSLT? Anything that discusses templating for HTML without a direct, explicit comparison with XSLT should be automatically disqualified as not being well-researched.

But most importantly, even if you personally don't like XML and/or XSLT, why are we letting Google decide what is acceptable and what is not (and most importantly, not anymore) on the World Wide Web?

Dorian Taylor on XSLT

If you've read this far, I would encourage you to also read the passionate defense of XSLT by Dorian Taylor on the Github issues that Google is using as an excuse to kill the standard. In case GAFAM gets touchy and decides to purge it, I'm taking the liberty to reproduce it here for archival purposes (with permission):

I have been using XSLT since it was in beta and the only browser that implemented it was MSIE 5.5. I designed and implemented an internationalized content pipeline using XSLT and DocBook at the job I had from 2002-2005. Since about 2007 I've been using XSLT regularly on the client side to transform (X)HTML into itself (as well as SVG and Atom), because it excels at bolting presentation markup onto plain semantic markup, and thus makes for an extremely lazy templating language that exists separately from the JavaScript ecosystem. I use it on my own Web properties, and I use it on projects (I mainly do intranets). I have made libraries for seamless transclusion and querying RDFa, and I use those on projects (like Sense Atlas, a nascent knowledge graph product I'm working on, and Intertwingler, the application server that powers it).

Why I still use XSLT:

  • it's a standard
  • it's fast (at least nominally)
  • it's declarative
  • it's orthogonal to JS
  • it can mix any number of back-ends (because it's a standard and operates over standard inputs; I regularly use it to mix static and dynamic resources on the same page)
  • it can only operate over information you give it (modulo zero-days, apparently)
  • it operates over wholes, i.e., it doesn't stitch together markup as text but rather operates over intact DOM structures.

The first and last points are probably the biggest reasons I still use it, and I suppose the latter may need some unpacking. An XSLT stylesheet is a well-formed XML document and only operates over well-formed XML documents, and (unless you put in the effort) is only capable of producing well-formed (X|HT)ML documents. So you have a validity check baked in at a very low level. Every other templating language I've seen, going all the way back to server-side includes (with one esoteric exception), seems to not be shy about chopping up the syntax of the target language.

I anticipate the knee-jerk reaction to this is "so what?". Why should you care whether your template language breaks the syntax of the target? The tooling can compensate and it's intact when you render it. I mean, I guess? But then you need more tooling when otherwise an off-the-shelf validator would do. But that I think is not even the main differentiator.

The key difference, and why I've stuck with XSLT for almost 25 years, is cognitive. When I make a hypermedia resource (I am deliberately not using the word "page"), I think about it as a discrete, atomic whole. I can consider that object (and the server-side code that generates it) in isolation. It loads in the browser and is well-formed and intact and navigable. Then I can think about applying transformations to that object, and/or composing related objects together, as a separate act. When I write an XSLT template, I think about it like a function (in the mathematical sense) rather than a procedure. I see my job as not to stitch together fragments of markup but to describe the node tree that results from an input tree. When I look at so-called "modern" frameworks, I (still) don't see any of that.

The reason why the implementations are riddled with CVEs, in my opinion, is because of neglect. I am old enough to remember when HTML5 was competing with XHTML2✱ as the proposed next-generation HTML standard. It turned out that the pedantry of the XML parser was not only reviled by developers (and remains a source of confusion for users if they hit a bad patch of it), for markup it was actually unnecessary. Tastes changed, and people moved on. The browser vendors keep the parsers around, but they demonstrably put as little effort into them as they can get away with. (The biggest shortcomings of XSLT 1.0 were fixed in 2.0—in 2007—but of course the browsers never implemented it.)

✱ XHTML2 actually had some really good ideas (like transclude all the things), but its mission (something like "how do we make the best XML-based hypertext markup language") was ultimately wrong-headed. I am also old enough to remember, however, that one of the central arguments for HTML5 (now just "HTML", of course) was not breaking backward-compatibility.

My proposal, then, is not to scrap XSLT, but to rehabilitate it. When it first shipped, XSLT was a solid, open-standard solution to the bog-standard problem of generating presentation markup. How many times has the wheel of Web templating been reinvented for this framework or that? Where is the Open Web successor to XSLT? How about…XSLT?

At its core, XSLT is terrifically powerful, especially its latest incarnation (which, incidentally, can operate over JSON). There are, of course, challenges:

  1. I would say problem number one is the syntax. XSLT is an extremely bulky, chatty language. Without syntax completion in your code editor you'd never get anything done. But, there are precedents for ameliorating this, like the compact syntax for RelaxNG, or the Turtle or JSON-LD syntaxes for RDF.
  2. XSLT only operates over XML (except of course for 3.0 which made an accommodation for JSON). Well that's simple, bump XSLT to 3.1 and spec out how it should operate over HTML DOMs (case-insensitive tags, whatever), as well as an invocation hook analogous to the XSLT processing instruction.
  3. Namespaces: Apparently people hate them? This is something I have never understood (because if you don't use namespaces you just end up reinventing them badly), but whatever, fine. You won't need namespaces in your XPath anyway if you're just transforming HTML.
  4. XPath: I would actually put money on the likelihood that CSS selector semantics can embed fully into XPath, especially given that XPath 3.1 itself is extensible (worst case scenario is you cheat and just make a css function).
  5. Debugging: currently sucks. This I would chalk up to the same neglect as the CVEs.

It would be eminently feasible to make a "SWeT", Standard Web Templates:

  • easy, neat, declarative syntax, comparable to Sass or RNC (I sketched one out in like 2019)
  • isomorphic (or at least injective onto) XSLT 3.0 (3.1?); compiles to it
  • wouldn't have to touch namespaces or even XPath if you didn't want to (use CSS selectors instead)
  • still capable of existing outside of the JS ecosystem, but can be accessed from JS/DOM just like XSLT 1.0 can

Now I can imagine somebody saying well I can go off and do that anyway; there's a reference implementation of XSLT 3.0 I can compile against (written, actually, by the spec's author), etc etc. I think that kind of misses the point of having a standard templating language that you can rely on being baked into every Web browser. At least, I suppose, until they rip it out.

So I guess my ultimate question is, is there truly no appetite for a standard language for transforming markup, a thing we all have to do, on every project, all the time? A thing that for lack of a standard, locks us into this or that framework, or stymies casual system heterogeneity? A thing that would make it even easier to build the Web? Seems like a sensible idea, doesn't it?

(Again: source, for reference.)

And now, onwards to what's ahead.

What we can do about it

Make yourself be seen

The first step is to actually use XML and XSLT. Visit sites that use them. If you have your own website, seek out opportunities to rely on this tech. If you don't know how, there's apparently a growing number of tutorials around, both in text and video form. Stealing the links to the text tutorials from the above link, we have for example.

(notice a pattern there?)

And styling RSS is just the most common use-case of XSLT. You can use it to plot data and create sparklines, like I've done. You can use it in place of server-side includes. You can use it to render tabular data you have in XML form. You can use it to adjust the (X)HTML structure of your documents to compensate for CSS limitations.

By the way, if you can find new and interesting applications of XSLT in browsers, do let me (and the world) know (see bottom of this article for information about how to contact me on the Fediverse).

Make yourself be heard

Complain. Complain. Complain. Comment on every relevant issue. Vote against the issue in the issue trackers. Let the browser developers know you are affected.

If (or when) the changes still pass, open new tickets. Demand that XSLT support be reinstated. And while you're at it, demand that it get upgraded to XSLT 3.0 at least. And demand that it be enabled for plain HTML.

Voice your opinion on social media. Post about it. Tag the social media profiles of the WHATWG, of Google, Apple, Mozilla, Microsoft, of Chrome, Safari, Firefox, Edge, and let them know that such a change will not be accepted.

Do not let the lies prevail. The choice to suppress XSLT is not due to technical reasons, and it's not due to lack of resources. It's entirely a policy choice intended to obstruct and limit the expressivity of the open and indie web, and this needs to be remarked to anyone believing otherwise.

UPDATE for 2025-10-10: some Firefox developers have put up a page for anyone with a GitHub account to vote on their preferred features/proposals. Support for XSLT3 is one of them. Voting for it is a way to make yourself be heard. (JPEG XL support and MathML and SVG improvements are there too. To now one's surprise, they are my top-ranked issue. And if RSS and HTML+SMIL were there, they would be too.)

Build the alternative

If (or when) the changes pass, our best option is to push through with a polyfill like the SaxonJS mentioned by Dorian Taylor. It will not be as efficient as a native implementation, it will not be as fast, and it will not be enough to allow clients to open and visualize XML files directly, but it will allow us to build the case for a return to XSLT as a significant web technology, and become an important instrument in pressuring vendors for new native implementations, not unlike how MathJax has been a useful bridge to native implementations of MathML.

For pure XML files … maybe an extension? This is most likely possible for Firefox, but I don't know enough about the more restrictive rules implemented in Chrome to tell if it would be possible or not. But of course, even if such an extension was possible today, there is no guarantee that Chrome won't push for another change in the API to disable it, like it did with ad blockers.

Who knows, it might as well be that the Streisand effect on this umpteenth attempt by Google to kill XSLT will be the chance for its rebirth. At the very least, there is now an open issue with the WHATWG for the adoption of XSLT 3.0 that hasn't been closed yet (the excuse being that discussion is “civil”, in the sense that nobody has yet suggested that it can't be done because Google doesn't have enough money, so nobody has called them out on the bullshit). Of course, it's quit likely that it will just be completely ignored for the next 10+ years, just like the comments on the 2013 XSLT removal proposal.

Afterword

With as much I hate Microsoft, its anticompetitive practices, and the way their Wintel monopoly has stymied software and hardware development, killed companies and destroyed innovation in the desktop and workstation space, one thing I can say about the First browser war is that —at least while it was ongoing— it led to a lot of innovation in the web space. Microsoft were the first to implement client-side XSLT, they were the ones that opened the gateway to AJAX through their proprietary XMLHTTP ActiveX control that was reimplemented into other browsers as the XMLHttpRequest object, and they were the ones that tried to add SMIL to (X)HTML through the TIME extension, which I wish hadn't failed the way it did (we would have to wait nearly another decade before a limited subset of the functionality would finally get into HTML via CSS animations).

It's possible that this was at least in part due to the fact that, as it has been said, Microsoft didn't “get” the Internet, but I suspect that the primary reason was that there was some actual competition going on —competition that since the creation of the WHATWG has been replaced by what is, for all intents and purposes, a cartel.

The intent to bypass the W3C for some decisions did have some merit at the time of creation; looking at the the document whose rejection led to the creation of the WHATWG, for example, we see among the design principles:

Well-defined error handling
Error handling in Web applications must be defined to a level of detail where User Agents do not have to invent their own error handling mechanisms or reverse engineer other User Agents'.
Users should not be exposed to authoring errors
Specifications must specify exact error recovery behaviour for each possible error scenario. Error handling should for the most part be defined in terms of graceful error recovery (as in CSS), rather than obvious and catastrophic failure (as in XML).

which I can't disagree with. On the other hand, it's also clear that two other design principles, backwards compatibility and open process, have been consistently violated since Opera dropped out (oh, how prescient I was in that article!) and the WHATWG was taken over by Google and its lapdogs (Mozilla) and frenemies (Microsoft and Apple).

Today, I'm left wondering if the developers of browsers like Servothe engine born out of the Mozilla experiments that were cut out (with the entire development team fired) at the start of the COVID-19 pandemic— or Pale Moon would even be accepted into the WHATWG today, since they could (and at the least the latter would) happily throw a wrench into the whole “fake public feedback” mockery we've been subject to this time.

Name and shame

The engineers working on these proposals should be ashamed of themselves. The names I could gather from the public discussions are:

If you ever hear any of these blabber about open web, interoperability and standards, know that they are lying through their teeth.

And if any of you happen to read this: fuck you.

Made the news (and other related articles)

I've apparently “made the news”.

I have read the comments (yes, I know, you should never do that) and it's curious that those that didn't like or agree with the article can be grouped in three sets:

unconvinced by my timeline
these are commenters that disagree on my list being enough to prove that Google is out to destroy the open web; that's OK, the list isn't there to prove anything, it's just to remind people (or inform youngsters who might not remember those days) about some relevant (and a couple less relevant) events in the last decade-plus that have significantly shaped the web; the list isn't even exaustive insofar Google is concerned (anyone wants some user stylesheets?), let alone all the crap, failed promises, rug pulls and abuses committed by the rest of the GAFAM crowd —the only reason I'm singling out Google here, and on those events in particular, is because the focus is on XML, XSLT, and the WHATWG takeover and unwillingness to listen to what users have to say;
disagreement on the assessment
these are people who disagree on some of the events I reported being bad for the open web, or aimed at encircling it; so far, from what I see, these comments come mostly from Googlers or ex-Googlers; well, I'm sorry to burst your bubble; I'm sure the engineers working at Google have always had the conviction to be doing Good Stuff™ for the benefits of all; but see, that's kind of the problem of a lot of Big Tech employees: the lack of attention to the implications of what their brilliant ideas are going to be used for —and sometimes, possibly, even the time to stop and think if the “innovation” is even needed in the first place, or you're forgetting what older, well-established but less reknown tech can already do; a few others don't seem to be (ex-)Googlers, but have a pet peeve with this or that item being included in the list; all I have to say to them is: if that's your only gripe with the article, well, there's hope for you;
people that don't like XML
a lot of people seem to be in this camp; and I have an important message for them: you're missing the point; this isn't about whether XML is nice or not, it's about the fact that it exists, it's in use, and it's a powerful tool that web developers can and do use; you prefer to ? That's fine, and if anything that's one more reason to push browser developers to implement newer XSLT versions that support JSON too; or if you prefer: the question isn't whether or not XML and XSLT are worth saving; it's whether or not you want Google to define what is allowed on the World Wide Web. (Yes, I have edited the post to make this more clear.)

There's also another interesting write-up about this same recent attack on XSLT, with a very different perspective than mine, from @ansuz​@social.cryptography.dog. I highly recommend it.

By the way, you can let me know directly about your thoughts about this article by commenting on this Fediverse thread.


  1. it has been pointed out in some comments that HTML is not really an application of SGML; this is debatable: TBL intended it to be one, and even if there were some significant divergences in the first iterations, the HTML 4 spec, which was the standard definition of HTML in the time I'm referring to, actually defined it as a compliant SGML language —even if browsers never adopted it as such. ↩

Sparkling wok, episode 4

Sparklines, how they were intended to be presented.

And it's done. It's over. The efforts to write an stylesheet to generate , and I mean actual sparklines, from an description of the activity in the Wok has finally brought fruit. The stylesheet I've discussed a couple of days ago has matured and is now able to generate graphical sparklines which are richer in information and lighter in weight than the previous pseudo-sparklines generated via a combination of shell scripting and awk, relying on the limited set of Unicode block characters for visualization.

You can now see it in action at the root index page as well as in any other index page (such as the Tech column index). If you want to compare this with how it used to look, here's a backup of the website index from the Internet Archive before the update that brought “real” sparklines into play.

The upsides

Although the final look is subject to change, there's already a few clear differences that jump to eye.

First of all, the sparkline includes both time series: the commits, and the publication dates. With the pseudo-sparklines, I used to generate both, but limited display to the commit series, because the screen estate that would be occupied by both series was excessive. Now the plot can be combined in a single double-sided sparkline.

I have tried to preserve the “year highlight” effect, adapted to the new format. I'm not entirely satisfied the result, so this may be subject to change, but at the moment it at least manages to convey the same information.

The time series is wildly different in some cases because of the start date: the old commits-series pseudo-sparklines started on August 2010, which is when I started working on the website structure a few months before the Wok went live, but the new “global” (root) time series goes all the way back to 2004, as it includes the articles I “dug out” from the archives of some of my past blogs. I will probably add markers to the longer time periods to show when activity started.

The single most important change, however, is that I can now afford to show the sparklines for each column in the index page: while the old pseudo-sparklines wrapped, taking up a lot of vertical space in single-column displays, the new ones plots designed to fit on a single line, stretching (or contracting) as needed. The root index can thus fit both the “global” sparkline, prominently, and each individual column sparkline under the corresponding heading —which was always the intended way to present these sparklines: I'm finally getting close to what I wanted in the first place.

The cost

Let's talk about bytes, both on disk and on the wire. First of, the stylesheet. Adding the features needed for the new sparklines has made the file grow in size, from barely more than 21KiB to well over 37KiB: that's almost 16KiB of extra weight, but then again, no effort has been made (yet) to minimize its size.

The sparklines themselves are a different matter: as previously mentioned, the old pseudo-sparklines were on average 30KiB each, for a total of 344KiB. The new sparklines are generated (all by the same stylesheet) from wrappers that are around 368 bytes long (4KiB total), loading data that is on average less than 5KiB (median 3.7KiB, the global index is an outlier at 14KiB), for a total of 54KiB for all series. The generated SVGs, on the other hand, are on average over 88KiB each (median 83KiB) for a total of over 973KiB.

So, on first load, the front page of the Wok (which itself is almost 1.2MiB) now loads nearly 3 times more bytes for the sparklines (from 36KiB to around 97KiB), but manages to show 11 times more information (sparklines for 10 columns plus the global series) with images that would have taken 10 times as much if generated server-side.

When any of the index data changes, the stylesheet itself is likely to be still in cache (unless modified since) scrapping its 37KiB from subsequent loads.

Even in the individual column index pages there are benefits, since the total size of the stylesheet plus the data is about half that of the generated SVG, even if 50% larger than the server-generated textual pseudo-sparklines. And of course, the cost of loading the XSLT stylesheet gets amortized over multiple page loads (on the site), doubly more so if there are other sparklines in the page.

The downsides

The main downside of this approach is that, since the SVGs are created client-side on page load time, users will experience a “repaint” as the page needs to adapt its layout to the final images. I haven't found a way to avoid this effect, but I'm open to suggestions.

There is also a matter of speed, particularly for larger sparklines: this is not an issue with the choice to use XSLT to generate the images client-side, but a fault in most User Agents, that have undeservedly neglected this aspect of the web platform.

This is an issue that presents itself in three ways.

First of all, the XSLT implementations in the three major engines (Google's Blink, Apple's WebKit, and Mozilla's Gecko) is over 20 years old, not particularly optimized, and bugged by the usual billion-dollar companies not contributing to the maintenance of the free software they rely on.

Secondly, their implementations, being old, are limited to XSLT 1.0, which is quite limited, requiring very complex implementations of features that are either built-in or trivial to implement in more modern version of XSLT.

Thirdly, their implementation being limited to XSLT 1.0 also requires the stylesheet developer to be exceptionally competent to write efficient implementations of the missing features —and I'm not a particularly competent XSLT coder (although, given the limited usage XSLT has, I wouldn't be surprised to find myself “high” in the list of web developers in general, XSLT-wise). Of course, the thing is that I wouldn't need to be particularly competent if the browser developers invested into bringing their implementations up to the latest language revision, instead of wasting inordinate amounts of development resources chasing user-hostile features such as ad-blocking-blocking or shoving “artificial intelligence” features down everybody's throat (from which we can surmise that the issue isn't lack of resources, but misplaced priorities).

Conclusions

I'm exceedingly satisfied for having managed to finally get sparklines in the Wok that look more or less like I wanted them to look since the inception of the idea last year. I will probably work on the styling some more, and probably add a few more features, but I can say that I'm much closer to my objective today than I was even just a month ago.

has confirmed itself to be an exceptionally well-suited language for web development, when even an amateur like me has been able to achieve such results in a constrained environment like the XSLT 1.0 that self-proclaimed “modern” browsers restrict the users to. Given what I've been able to obtain, and how relatively easily, I can't even begin to fathom what this language can do in the hands of an expert, or what could be achieved by anyone if more modern versions of it were widely available.

This experience of mine goes to confirm that the WHATWG antagonistic attitude towards in general and in particular poses a direct threat to the open and indie web, which would instead benefit from more recent version of the XSLT standard to be widely available in order to minimize server and bandwidth costs while providing a richer experience to their users and readers.

The WHATWG is trying to play the metrics game to justify deprecation of XSLT, conveniently forgetting that with the current size of the web (both server and client side) metrics as small as 0.01% for the dominant browser hide over a million people affected, when accounting for privacy-conscious users (which are also the ones more likely to visit less common corners of the web) and users of other browsers.

Do not let them win. Take this as an opportunity to play with XSLT yourself, and make it a staple of your indie website.

Keep the signal alive.

[Global sparkline for the activity of the Wok]

Plotting sparklines with XSLT

Using XSLT to generate sparklines, Wok style

As promised in my previous article about using XSLT for plotting, and as anticipated in the relative edit, I've been working on generating with . And by sparklines this time I mean actual sparklines, not the Unicode mockups I've already introduced to this site: I mean high-resolution (vector!) plots like this [An interactive sparkline of the language distribution over the years] representation of (as usual) the language distribution over the years.

In contrast to my previous XSLT plotting efforts, this time I want the results to be flexible enough to use to create sparklines about anything: this means in particular no hard-coding of the “plotting keys”, and provide ways for the user to customize the plot (at least to some degree). This does result in a larger XSLT stylestheet, which would be counter-productive in its use to plot a single sparkline (in terms of economy of space and bandwidth), but quickly amortizes over multiple sparklines, for example when showing the sparkline for all languages [You're probably getting bored to see this plot] as well as the ones for Italian [Distribution of Italian articles over time] and Latin [Distribution of Latin articles over time] individually, or the combined Italian/English sparkline [Distribution of Italian and English articles over time] —which I'm doing here only to showcase some of the functionality of this stylesheet: the possibility to select how many and which lines to plot (with automatic scaling based on the maximum of the given series, as clearly noticeable by the Latin sparkline [Yep, here it is again] whose peak is essentially invisible in the “everything” sparkline [Stop it already!]), and the possibility to select the colors (if your UA is set to prefer dark mode, you'll notice that the lines in the combined Italian/English sparkline [You might have noticed some repetition here too] are lighter than the corresponding ones in the “everything” sparkline [Hey look, another copy of this one!]).

To get an idea about the convenience (or not) of this approach, let's have a look at some numbers. At the time of writing, the XSL timesheet is already above 21KiB. The most complex sparkline [Hey look, another copy of this one!] is barely more than 10KiB. The other sparklines are even smaller, since the size clearly depends on the number of lines in the plot (and some choices such as whether or not to draw points at null values). However, all the sparklines presented here together add up to around 35KiB (or at best around 20% less when omitting null value points). Even considering that all of them being derived from the same dataset is an exception rather than the rule, we can see how quickly the (byte) cost of the XSLT gets amortized (and that's before putting any effort into minimizing the XSLT size).

The next step will be to introduce proper sparklines to replace the pseudo-sparklines based on Unicode blocks currently shown under each index page (here's for example the root index, and the one for the tech column) and later enhanced with some metadata popup.

Moving from the textual pseudo-sparklines to true sparklines will be a big change.

For example, one thing pseudo-sparklines can do, but true sparklines won't, is to wrap around when they are too long: if you visit any of my index pages from a mobile phone, for example, you'll probably see the pseudo-sparkline take something between 5 and 10 lines. This was never intentional, but it's an interesting side-effect of the textual description of the sparkline. In graphic form, the sparkline will (at most) fill the whole line, and grow/shrink based on available screen estate. I am not entirely convinced this will be a superior choice, but for sure it'll truer to the spirit of the object. It will also mean that I won't have to worry about screen estate to show both the commits and dates sparklines, even in the same plot, and I will be able to add the per-column sparklines at the root of the Wok.

It will also be interesting to see how much space usage will change. Currently, the auto-generated pseudo-sparklines take around 30KiB each, and all 11 of them together (10 columns + 1 root index page) means upwards of 340KiB extra , integrated directly into the index pages because static pages do not have a way to include external HTML fragments (although this is actually possible using an dialect of HTML, and an appropriate stylesheet).

Moreover, the actual content of each index page changes whenever a sparkline changes, and since the “sparkline update” runs unconditionally, this means that all index pages (even those that would be unaffected) are regenerated each time I publish anything anywhere.

So, in the current setup, index pages are 30KiB larger than they need to be, and are regenerated more often than they need to be. True sparklines, on the other hand, would simply be included via an unchanged object embedded in the page —and the only thing that would change is the data loaded by the skeleton that will produce the sparkline via the stylesheet.

All in all, I expect the change to provide more visual information (since it will be possible to visualize both the commits and dates timelines) with less data both on disk and on the wire.

The reason I don't actually know yet is that moving “up” from the languages-per-year plots I've been working lately is not as trivial as I would like it to be. The biggest challenge will be the switch from yearly to monthly data.

Since browser development is in the hands of people that apparently despise XML, all of them are stuck on 1999 tech even though XSLT has had some extremely significant improvements in the following 20+ years. Among the things that I would have available if I could use more modern XSLT, but cannot because browser development is controlled by user-hostile companies, are date/time manipulation functions.

So I'll have to roll my own, which will be time-consuming (although I will limit myself to what I actually need) and lead to an unnecessary growth in size for the stylesheet. (This, for anyone who's counting, isn't a downside of using XSLT, but a downside of browser developers refusing to move forward with more modern versions of it like they have instead done with all other web tech.) And I still expect the combined XSLT plus XML data to weight less than the rendered SVG sparklines: we're talking about over 300 data points for the smallest index sparkline already, and over 400 for the longer ones, with a guarantee for growth, after all, which is an order of magnitude larger than the data points in the simple sparklines I'm showing here.

Despite the uncertainty for what's to come, I felt it was important to push this update: seeing those first sparklines pop out of the page has been one of the most satisfactory moments in my recent life. Truly a Frankenstein (Frankensteen) moment.

ordet

Il potere della parola, il potere sulla parola

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Non proprio delle sottorubriche, ma meritevoli di una selezione: le sezione del neoconio e degli storpionimi.

Nuovo Conio #14: austeritarismo

Imporre l'austerità in maniera autoritaria.

Questa non è mia, ma mi è stato gentilmente concesso il permesso di includerla nella rubrica (per gli altri neologismi francesi dovrò scervellarmi un po' per trovare come tradurre i giochi di parole).

au|ste|ri|ta||ṣmo s.m. comp. di austerità nel significato 2 e di autoritarismo NL Imposizione autoritaria di una politica economica austera.
chiave di ricerca: autoritarismo

P.S. Venite sul

Lacerta

Dove raccogliere i frammenti del passato?

Come già detto e discusso ho recentemente ritrovato cose che avevo cominciato a scrivere venti e passa anni fa, e che vorrei provare ad integrare nel Wok, pur conscio del fatto che bozze incomplete erano e bozze incomplete resteranno: mi concederò (o concederò loro?) il lusso di convertirle dal vecchio formato (TeX, e specificamente ConTeXt per le versioni piú recenti, nel buona vecchia codifica nota come Latin-1) a qualcosa di piú compatibile con il Wok (Markdown in UTF-8).

È abbastanza chiaro che il materiale in questione andrà nella mia valvola di decompressione aspirante letteraria, ma per ovvie ragioni non ho intenzione di “mischiare” questo materiale con quello su cui ho lavorato (e spesso lasciato comunque incompleto) negli ultimi anni. Ho quindi deciso di mettere il tutto all'interno di una sorta di “sottorubrica”, “onore” finora riservato alle opere (parzialmente) pubblicate in forma seriale.

Come sempre in questi casi si pone il problema del nome da dare a questa (sotto)rubrica, e stavolta mi è venuta incontro mia moglie suggerendo il termine piú adatto: lacerto, il cui terzo significato è

brano, frammento spec. di un’opera letteraria antica

come confermato anche dal vocabolario Treccani.

Curiosamente, benché gli altri significati del termine siano in ordine diverso nei due vocabolari, il significato pertinente alla mia scelta è comunque al terzo posto in entrambi; il significato è al quarto posto sull'Hoepli, al secondo sul Sabatini–Coletti ed è assente sul Garzanti. Tra i vocabolari storici troviamo il significato al quarto posto nel GDLI, non è presente nel TLIO, né nel Tommaseo–Bellini, né in quello della Crusca.

Si direbbe quindi che l'uso di lacerto per indicare un frammento di opera letteraria sia una cosa abbastanza recente, e solo indirettamente collegato al termine latino da cui quello italiano deriva, o piuttosto ai termini latini, visto che nella lingua che fu sembra trovarsi la parola sia al femminile (per lucertola o sgombro), sia al neutro e al maschile (per muscolo, nerbo o lembo di carne, come poi assimilato nel linguaggio letterario e tecnico dal XIV secolo in poi).

Nonostante questo ho deciso di adottare come nome della rubrica un lacerta latino plurale altamente improprio per un significato che anche in italiano sembra essere piuttosto recente.

E tutto questo per una (sotto)rubrica che rimarrà sostanzialmente vuota, perché i testi che vi caricherò saranno chiaramente marcati come bozze (e non verranno pertanto pubblicati), e se mai deciderò di continuare a lavorarvi, verranno “promossi” alla meritata rubrica Oppure.

Nuovo Conio #13: piattafogna

I social media GAFAM sono delle fogne.

Questa non è mia, ma l'autrice mi ha gentilmente concesso il permesso di includerla nella rubrica.

piat|ta||gna s.f. comp. di piatta- (per piattaforma nel significato 8) e di fogna nei significati 2a e 2b NL su Internet, piattaforma di condivisione dei contenuti caratterizzata da inadeguate strategie di moderazione, abbondanza di contenuti di bassa qualità, con meccanismi di ricondivisione e propagazione mirati a mantenere l'attenzione dell'utenza anche a discapito della salute mentale: Instagram, Facebook e LinkedIn sono delle piattafogne, con il cambiamento del nome da Twitter ad X Elon Musk ha definitivamente confermato la transizione del sito a piattafogna strabordante contenuti neonazisti
chiave di ricerca: piattafogna

P.S. Venite sul

Nuovo Conio #12: scoglieggiare

Muoversi di scoglio in scoglio

Chi di noi non ha imparato alle elementari che i Fenici navigavano “costeggiando costeggiando”?

Cosa dire allora chi a mare in zona scogliera nuota di scoglio in scoglio?

sco|gli|eg|già|re v.tr. (io scogliéggio) NL procedere, a nuoto o in piccola imbarcazione, di scoglio in scoglio: oggi mi sono fatto una nuotatina scoglieggiando sotto quel promontorio
chiave di ricerca: scoglieggiare

Nuovo Conio #11: sbobbone

chi si affida costantemente a modelli generativi per supplire a carenza di talento

Un calco di sgobbone per chi non ci mette nemmeno l'impegno, preferendo affidarsi ai recenti strumenti generativi di dubbia qualità:

ṣbob||ne s.m. NL chi si affida costantemente a modelli generativi per la produzione di materiale di bassa qualità, spec. per supplire a carenza di talento, intelligenza e creatività
chiave di ricerca: sbobbone

Neologismo ideato non appena sono venuto a conoscenza della proposta del termine slopper in inglese, termine che a sua volta deriva dall'uso di slop (sbobba) per descrivere i prodotti di quei LLM che oggi vengono impropriamente propagandati come “intelligenza” artificiale.

La lingua del Wok

Italiano? Inglese? In che lingua scrivere, e perché?

Introduzione

Qualche giorno fa sul si è parlato sulla scelta dello scrivere (sui blog, sui social) in italiano piuttosto che in inglese (o viceversa). Rimando al recente articolo (in inglese) sul blog di Xab per i link ad alcuni thread sulla discussione; qui mi limiterò a sviscerare meglio alcune mie considerazioni sul tema, un tema sul quale ho avuto spesso occasione di rimuginare (ad esempio, giusto un annetto fa scrivevo (in inglese) su questo tema).

Come dicevo già in quell'articolo (di cui questo non è una traduzione, ma semmai un aggiornamento, o forse, piuttosto, un complemento, seppure —appropriatamente?— in un'altra lingua), la mia “carriera” da blogger è cominciata in italiano nel lontano 2004, ed ha continuato principalmente in quella lingua per anni.

Le motivazioni di questa scelta sono molteplici, e la prima (in ordine cronologico se non d'importanza) è che ho cominciato a tenere un blog all'interno di una comunità di italiani che scriveva prevalentemente in italiano, molti dei quali su una piattaforma (l'ormai defunto Cannocchiale) italiana e rivolta ad un pubblico italiano.

Avendo anche io «quella certa coscienza di me che mi deriva dall'aver compiuto gli studi classici», non nego di essere stato motivato in parte (soprattutto in tempi piú recenti) anche dalla volontà di dare “un tocco di qualità” (se non necessariamente di contenuti interessanti) alla (ormai largamente defunta, o quanto meno di ridotta rilevanza) “blogosfera” italiana (sí, sono sempre stato convinto di scrivere bene).

Tuttora, nel preparare nuovi articoli, mi pongo la questione della lingua da utilizzare, e la risposta non è sempre semplice, al di fuori di rubriche come la Diaria, che chiaramente non può non essere in italiano (a chi vuoi che interessi, fuori dall'Italia1, sapere che sono andato a vedere Flow all'Arena Argentina? Al piú, un pubblico internazionale potrebbe essere interessato alla mia recensione del lungometraggio, che però è anch'essa in italiano.)

Una questione di pubblico?

L'idea di base è che la lingua dovrebbe essere dettata dal pubblico (per un pubblico internazionale, meglio una pagina in inglese; per un pubblico “locale”, meglio una pagina in italiano, visto anche —purtroppo— quanto sia scadente la conoscenza dell'inglese nel nostro pur tuttavia xenofilo Paese), ma è spesso anche lo stimolo a guidarmi (ad esempio, le risposte ai “quizzini della domenica” di Mau saranno in italiano).

È anche vero però che mi è capitato di rimpiangere di non avere versioni in inglese di articoli che ho scritto in italiano (ad esempio certe mie riflessioni sul concetto di libertà o sulla giustizia dei regimi fiscali) e viceversa (mi è stata in piú occasioni chiesta una traduzione o almeno una sintesi della mia serie in inglese sul perché il nucleare non ci salverà).

La soluzione ideale sarebbe produrre versioni del testo in entrambe le lingue, una strada però non certo percorribile —per questioni di disponibilità di tempo— da chi come me, quando scrive, scrive nella quantità in cui scrive, e che già impiega giorni, a volte, per completare un articolo. E questo prima ancora di andare a toccare il tasto dolente del perfezionismo, per cui il testo non è mai veramente pronto, per cui darvi una ripassatina per produrre la versione nella lingua alternativa potrebbe facilmente sollecitare un'espansione della versione nella prima lingua.

(Dove la strada potrebbe essere percorribile è forse nel contesto del microblogging, vista la brevitas —quando non si tratta in realtà di lunghi articoli scritti a spezzoni— del formato; peraltro ha il concetto di oggetti multilingua, anche se non credo sia ben supportata da nessuna delle piattaforme attualmente in voga; colgo l'occasione anche per menzionare il tag switch assurto nell' e la mia proposta di realizzazione dello stesso in HTML.)

Una questione di comunità?

Xab pone giustamente la questione in termini di comunità linguistica: sul Fediverso, ma in generale su Internet, c'è una comunità linguistica italiana (o piú d'una, a seconda di come viene definita una comunità), e scrivere in inglese non solo ci allontana (individualmente) da questa comunità, ma indebolisce la comunità tutta: dopotutto, si può parlare di comunità italofona quando nemmeno tra italiani ci si parla in italiano?

In questo senso, la politica del Mercatone di richiedere ai proprî membri di scrivere prevalentemente in italiano —politica con la quale io stesso sono entrato in conflitto prima di spostare la mia attività principale su altre istanze del Fediverso— ha senso, se lo scopo dell'istanza è creare una base generalista per la comunità italofona del Fediverso; avrebbe ancora piú senso se a questa politica non fosse accoppiata una discutibile politica di moderazione che di fatto isola quell'istanza da una fetta consistente del Fediverso italofono piú attivo ed interessante —dettaglio secondo me non trascurabile in un'eventuale analisi delle ragioni del declino della comunità italofona sul Fediverso, che però esula dal tema di questo articolo.

Queste riflessioni mi hanno recentemente fatto rivalutare un aspetto della condivisione dei contenuti (urgh) online che mi ha spesso fatto storcere il naso, ovvero il replicare in italiano contenuti presi altrove in inglese, gesto in cui vedevo una certa “pigrizia intellettuale” con la mancanza di una qualsiasi forma di rielaborazione personale sull'originale inglese. Oggi la mia posizione sulla questione è piú morbida, e riconosco un certo snobismo nel mio precedente atteggiamento: riconosco infatti il ruolo che queste iniziative hanno nel diffondere informazioni e riflessioni interessanti al di fuori di quella che non possiamo non dire élite (nel senso etimologico del termine, e senza assegnare necessariamente a questo termine una valenza di giudizio morale positivo) di italiani con una conoscenza sufficientemente ricca della lingua inglese da potersi sorbire i contenuti originali senza difficoltà. (Ovviamente, a condizione che questo avvenga nel rispetto della proprietà intellettuale “morale” dell'opera originale, e quindi con i dovuti riconoscimenti e citazioni delle fonti.)

D'altra parte, anche in ambiente “culturalmente selezionati” mi sono non infrequentemente sentito chiedere, dopo aver proposto video o testi in inglese, se vi fossero fonti equivalenti in italiano, sia perché comunque la fruizione di contenuti in italiano richiede meno energie di quelli in inglese, sia per il desiderio di condividere ulteriormente queste fonti con altre persone “meno culturalmente selezionate” (almeno sulla conoscenza della lingua inglese).

(Lo snobismo di questo capoverso, signorə miə.)

Un dilemma senza risposta

Nulla di tutto questo aiuta a risolvere il mio dilemma sulla lingua da utilizzare.

Anche al di fuori dell'aspetto comunitario, scrivere in italiano mi dà anche una certa qual soddisfazione perché ho comunuque sempre l'impressione che su Internet vi sia una discreta carenza di contributi “di qualità” nella mia lingua nativa, e mi arrogo la presunzione di ritenere che ciò che scrivo sia in linea di massima “di qualità”, anche quando si tratta di semplici trastulli mentali: scrivere in italiano è quindi, in qualche modo, la mia risposta al problema, creando ciò che mi piacerebbe che esistesse.

(In questo, lo spirito dello scrivere “in lingua nativa” va di pari passo con lo spirito ad esempio del software libero: se manca un'alternativa libera a questo o quel prodotto commerciale, il modo migliore di affrontare il problema è dedicarsi alla creazione di questa alternativa.)

D'altronde, è innegabile che —sopratutto se veramente la creazione è “di qualità”— scrivere in inglese aiuta a raggiungere un pubblico molto piú ampio, transnazionale —seppur selezionato (al di fuori dei nativi anglofoni) dal multilinguismo.

(Ed in questo, lo spirito dello scrivere “in lingua internazionale” segue per certi versi lo spirito del software libero: scrivere per sé, ma massimizzare la fruibilità del prodotto della propria creatività.)

La mia famosa serie sul nucleare è davvero emblematica di questo dilemma. Da un lato, sono ben contento di averla scritta in inglese, potendola cosí presentare “pronta cassa” ad un pubblico internazionale quando si dibatte sull'opportunità o meno del nucleare (cosa accaduta non infrequentemente). Dall'altra, il fatto che sia in inglese e non in italiano lo rende poco fruibile ad esempio a contrastare la (le) propaganda (puttanate) di Luca Romano, l'autoproclamato “Avvocato dell'Atomo”, su cui si sta costruendo negli ultimi anni il tentativo di un ritorno al nucleare in Italia.

(Evidentemente, non contenti della dipendenza dalla Russia per il metano, c'è gente che non vede l'ora di creare una nuova dipendenza energetica dalla stessa nazione, stavolta per il ben piú prezioso materiale da fissione; d'altra parte, in qualche modo la nostra destra deve ripagare l'appoggio di Putin, ma sto divagando.)

C'è anche da dire che, se anche facessi una versione in italiano della stessa serie, non so quanto sarebbe accessibile alle vittime della propaganda di Romano: non tanto perché il mio sito rimane sostanzialmente scognito —i miei appunti di logica argomentativa hanno avuto un insospettato successo anni fa— quanto perché il mio stile di scrittura in questi “saggi” non è esattamente il piú approcciabile da un pubblico generale.

(E qui non si tratta di snobismo, come sa chiunque abbia anche solo una superficiale conoscenza sulle questioni dell'arte della comunicazione —arte nella quale non sono certo un artista. Forse piú che di un traduttore, almeno per rendere fruibili in italiano le cose che ho scritto in inglese, mi servirebbe qualcuno che abbia la capacità di distillare dal mio prolisso e verboso stile di scrittura —del quale peraltro mi compiaccio, perché mi dà soddisfazione scrivere cosí, e dal quale non ho intenzione di allontanarmi— qualcosa di piú adatto ad una comunicazione generalista.)

Diamo i numeri

1500 (millecinquecento) parole dopo, non ho una conclusione da trarre. Il dilemma rimane, e quasi certamente continuerò a scrivere un po' nell'una ed un po' nell'altra lingua, secondo l'ispirazione del momento.

Per curiosità, ecco però qui qualche numero sull'attuale distribuzione delle lingue nel Wok. Per le pagine a cui è stato aggiunto il metadato opportuno, abbiamo ad oggi 443 pagine in italiano (inclusa questa), 138 in inglese, ed una in latino.

(Per inciso: questi numeri sono uno dei motivi per cui non mi sono ancora deciso ad abbandonare Ikiwiki: l'idea di migrare ~600 articoli ad un altro sistema mi dà i brividi. I numeri in realtà sono anche maggiori, perché un certo numero di bozze ed appunti —non nel senso della rubrica— non hanno nemmeno il metadato in questione.)

Potete farvi un'idea della distribuzione delle lingue nel tempo con il grafico seguente, dove l'asimmetria è istantaneamente visibile:

Un grafico a barre divergenti che illustra il numero di articoli per lingua per ogni anno.
Le lingue del Wok nel tempo (2004–2025)

(Note sul grafico: i dati pre-2011 sono parziali, e riguardano principalmente documenti che ho “importanto” da vecchi blog; e sí, se vi andate a vedere i numeri, i totali non corrispondono con quelli precedenti, poiché nel grafico sono incluse solo gli articoli “pubblicati”, i.e. con una data assegnata; e sí, avrei potuto fare un paio di sparkline, ma perché non complicarsi la vita e fare qualcosa di completamente diverso, con relativo codice per generare l'SVG dai dati? Ancora meglio in due modi diversi, come illustrato nel grafico sotto in aggiunta a quello sopra?)

Un grafico a barre sovrapposte che illustra la percentuale di articoli per lingua per ogni anno.
Le percentuali delle lingue del Wok nel tempo (2004–2025)

Anche se non mancano anni in cui l'inglese è prevalso (ad oggi: 2014, 2016, 2017, 2021 ex aequo, 2022), è comunque tuttora indubbia la superiorità numerica degli articoli in italiano rispetti a quelli in inglese, come anche è chiara una tendenza in crescita (percentuale) per i testi in inglese; non escludo anzi (nonostante il fatto che all'attuale momento del 2025 l'italiano stia “stracciando”, e dubito che nei prossimi mesi le altre lingue possano guadagnare significativamente terreno) che in futuro possano esserci sempre piú annate in cui a prevalere sia l'inglese.

Se cosí sarà, non sarà però per una scelta mirata ed intenzionale (men che mai una presa adesso), ma per come il caso (ed il mondo là fuori) guideranno la mia scrittura.


  1. non che agli italofoni interessi nulla di cosa vado a vedere quanto, eh. ↩

Nuovo Conio #10: luigire

Negli Stati Uniti Luigi Mangione, il principale sospettato per l'omicidio di Brian Thompson, è diventato (prevedibilmente, visto lo stato della sanità privata lí) un eroe, portando persino alla “verbizzazione” del nome (to Luigi) con significati che vanno dall'umoristico “ridurre i costi della sanità privata” al piú rivoluzionario “eliminare i miliardari” (anche fisicamente, se necessario), nella difesa dell'interesse del bene comune.

È soprattutto con questo significato che vorrei introdurre il verbo in italiano:

lu|i||re v.tr. NL assassinare una persona ricca e potente, le cui decisioni ed azioni danneggiano la società [quadro 56]
chiave di ricerca: luigire

(Benché la prima coniugazione sia generalmente quella produttiva in italiano, ritengo che in questo caso sia piú adatta la terza.)

Fœdiversum

Latinizzare il Fediverso.

In risposta alla raccapricciante discesa imperialista di Mark Zuckeberg, Elena Rossini —che ha recentemente iniziato una serie sulle caratteristiche tecniche ed i valori del ha proposto (fattivamente) una maglietta “in risposta” a quella del dittatore per nulla benevolo di -sedicente-Meta, per promuovere il Fediverso, con la dicitura “aut Fediverse aut nihil”.

Non mi interessa qui soffermarmi sull'opportunità o meno di promuovere in questa forma quasi autoritaria il Fediverso, ma ritengo che sia opportuno che, volendo seguire questa strada, lo si faccia almeno con il maggior rispetto possibile per la lingua latina.

Per questo ho proposto piuttosto l'uso del neologismo fœdiversum, seguendo pedissequamente l'origine del termine fediverse, nato dalla crasi di federation e universe, risalendo alle radici latine da cui provengono quelle parole, foederatio ed universum, con la scelta di optare per la forma con legatura œ a sottolineare che non si tratta di un termine del latino classico.

AUT FŒDIVERSUM
AUT NIHIL

In realtà, dal punto di vista etimologico, la scelta del termine non è felicissima: questo vale anche per fediverso o il suo originale inglese, ma nella scelta della lingua latina la cosa peggiora perché i termini latini da cui comporre la parola avevano sfumature (o a loro volta origini) molto diverse da quelle acquisite in termini piú recenti con slittamenti di significato.

Per la foederatio il problema principale è che il termine implica, anche nelle forme piú “bilanciate” di foedus, una certa qual centralità di Roma. È anche vero però che, al di là di ogni pretesa egalitaria, il Fediverso ha, in pratica, un po' un problema di certe tendenze accentratrici, nel suo essere “dominato” da alcuni elefanti —primo tra tutti Mastodon, e presto forse (purtroppo) anche Threads, il cavallo di Troia di Facebook— anche senza contare la presunzione di certi elementi.

Ma la criticità piú interessante la pone invece la seconda parola della crasi, universum, cosí come universo nella controparte italiana ed universe in quella inglese: il problema sorge dal fatto che etimologicamente universum nasce già dalla composizione di due radici, quella di unus (uno) e quella di vertere (diventare), nella forma del participio perfetto (neutro singolare) versum, per indicare ciò che è diventato uno.

E qui sorge il problema: nel comporre la parola fediverso (o la sua equivalente in qualunque lingua, ed in particolare in latino) di quell'“universo” che è “diventato uno” rimane solo il divenire, e non l'unità.

Il che, ripensandoci, vista la forte caratterizzazione politica di molte istanze del Fediverso, e la nomea di certa politica di sinistra (dieci teste, undici correnti) non è forse nemmeno tanto sbagliato.

oppure

Valvola di decompressione aspirante letteraria

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

La maggior parte di ciò che scrivo rimane in forma di bozza incompleta, ma per alcuni dei testi piú lunghi ho scelto di pubblicarne i primi capitoli nella forma episodica classica delle webnovel. Questi episodi pubblicati sono sparsi in giro per questa pagina, ma per comodità trovate qui un indice degli scritti episodici.

Divorzio leghista (dantesco)

Volan gli stracci tra quei malandrini / quei due coglioni, son proprio dei cani / l'infame Vannacci e il ladro Salvini

Volan gli stracci tra quei malandrini,
quei due coglioni, son proprio dei cani,
l'infame Vannacci, il ladro Salvini.

Si credon padroni, sono dei nani,
due poveracci che bevon Martini,
venduti, pavoni, senz'un domani.

Manco varrebbero, a guardar bene,
a vendere stracci tra i moscerini.
Allora andassero, le facce oscene,

a far la gogna con tutti i fascisti:
li accompagnassero, messi in catene.
Senza vergogna, compari razzisti,

fingono onore, ma senza ritegno:
sono una fogna, puranco sessisti,
chiamando ogn'ore il nostro sdegno

Come si sognan di esser ben visti?
Nessun li ama. Chi per interessi
(una carogna o degli arrivisti)

appoggia la trama di `sti du' cessi,
con una menzogna da economisti
poi li rottama, se non sono fessi.

Salami da sagra senza valore,
di chiara fama tra i compromessi
noi la pellagra, o forse un malore,

la carie, o strafatto ascesso dental,
una podagra nel pieno splendore,
la gotta, l'infarto, qualche altro mal,

gli augureremo con tutto il cuore.


Dopo la prima e la seconda, il terzo tentativo, in terzine dantesche.

Anche questo va considerato al momento incompleto: se anche non raggiungerà la lunghezza di un canto della Divina Commedia, mi è stato chiesto almeno di arrivare a chiuderlo con il verso singolo che caratterizza l'opera di Dante.

Divorzio leghista (incatenato)

Volan gli stracci / tra quei malandrini / l'infame Vannacci / e il ladro Salvini

Volan gli stracci
tra quei malandrini:
l'infame Vannacci

e il ladro Salvini.
Che bravi coglioni,
'sti due poverini:

si credon padroni,
ma sono dei nani,
venduti, pavoni.

Che vita da cani!
Senza vergogna,
e senza un domani.

Son proprio una fogna
'sti due razzisti
ed anche se sognan

di esser ben visti
nessuno li ama
perché son sessisti.

Chi per interessi
appoggia la trama
di questi due cessi

Poi li rottama
se non sono fessi
di chiara fama.


Su richiesta di Matteo Zenatti, una variante della precedente in rima incatenata.

Divorzio leghista

Volan gli stracci tra quei malandrini / l'infame Vannacci e il ladro Salvini

Volan gli stracci tra quei malandrini:
l'infame Vannacci e il ladro Salvini
son due poveracci che bevon Martini.

Che bravi coglioni, che vita da cani:
Si credon padroni, ma sono dei nani,
venduti, pavoni, e senza un domani.

E poi che vergogna, 'sti due razzisti
son proprio una fogna, puranco sessisti;
eppure si sognan di esser ben visti.

Nessuno li ama, e chi per interessi
appoggia la trama di questi due cessi
poi li rottama, se non sono fessi.


Prima bozza sul Fediverso ispirata da Ju. Non escludo di aggiungere altre strofe in futuro.

How much Woodstock

Parody of the famous “how much wood would a woodchuck chuck”, with a Peanuts reference.

How much wood would a Woodstock stock
if a Woodstock would stock wood?
And how much wood would a Woodstock stock
if a Woodstock only could?
Now a Woodstock could make good and would,
but there ain't no reason why he should.
But how much wood would a wood stock
if a Woodstock would stock wood?


Similarly to the previous one, I've opted to base the parody on the refrain of The woodchuck song written by Robert Hobart Davis on music composed by Theodore F. Morse and sung by “Ragtime” Bob Roberts.

Why Woodstock? Because of the February 2, 1981 Peanuts comic strip, in which Snoopy realized that he got it wrong, and goes to tell Woodstock that it's not “ground hug” day,

How much ground

Parody of the famous “how much wood would a woodchuck chuck”, since woodchucks are groundhogs.

How much ground would a groundhog hog
if a groundhog would hog ground?
And how much ground would a groundhog hog
if a groundhog only could?
Now a groundhog could make good and would,
but there ain't no reason why he should.
But how much ground would a ground hog
if a groundhog would hog ground?


Since the tongue twister has several forms, I've opted to base the parody on the refrain of The woodchuck song written by Robert Hobart Davis on music composed by Theodore F. Morse and sung by “Ragtime” Bob Roberts.

Pasto crasto

Preparo
il pasto per il crasto.
Il suo gusto non fa testo,
non è vasto al punto giusto
(non tocchiamo questo tasto).
Oggi pasta con il pesto:
visto il costo, direi basta.
Tosto arriva e mette a posto,
mangia lesto seppur mesto,
ché dobbiamo fare presto.

Nevischiare timido e lieve

Nevischiare timido e lieve (v1)

Nevischiare timido e lieve
perché a Catania non possiamo avere neve.

Nevischiare timido e lieve (v2)

Nevischiare timido e lieve
forse promessa di futura neve.

La poesia, cos'è?

La poesia cos'è,
Vuoi sapere, per me?
È melodia, armonia,
Ed ogni tanto un po' di fantasia.

Lacerta

Frammenti del passato

Come spiegato qui, lo scopo di questa sottorubrica è di raccogliere quelle bozze incomplete di racconti e romanzi su cui avevo iniziato a lavorare piú di vent'anni fa, prima che la mia attività si spostasse sui blog e poi sul Wok.

E poiché per l'appunto si tratta di bozze incomplete, non c'è molto da vedere qui.

Sudare un po'

Parodia di “Amarsi un po'” (Mogol/Battisti) in tema intollerabile calore estivo

Sudare un po'
È come bere
Più facile
È respirare
Basta bagnarsi e poi
Asciugarsi mai
E lasciarsi pure
Sventolare, sí

Sudare un po'
È un po' sfiorire
Aiuta, sai
A non morire
Senza un po' d'ombra
Inzuppandocisi
Si può eludere
Il solleone

Però
Però muoversi bene, no
Partecipare
È difficile
Quasi come volare
Ma quanti ostacoli
E sofferenze e poi
Sconforti e lacrime
Per diventare noi
Francamente noi
Umidi
E un po' piú freschi
Vicini
Appiccicaticci

Però
Però muoversi bene, no
Partecipare
È difficile
Quasi come volare

Per diventare noi
Francamente noi
Umidi
E un po' piú freschi
Vicini
Appiccicaticci


(Ispirato al caldo di questi giorni da BB sul Fediverso. E non me ne voglia Lucio Battisti)

ars

Cosa ne penso delle opere altrui

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Sul sogno #9

Il sogno in questione è uno di quei sogni che ricordo perché mi sono svegliato in piena notte. Non so tuttora se mi sono svegliato per il sogno o per altre questioni sanitarie forse legate allo stesso. Curiosamente, questa stessa mattina Andrea Tridico ha condiviso il suo incubo della nottata e quando ho risposto con una sintesi del mio, non ha giustamente potuto non chiedersi che cosa avessimo mangiato.

In effetti, dopo due giorni di cenoni (anche se nel mio caso piuttosto dei pranzoni) natalizi a casa di parentadi diversi, è ben possibile che la digestione pesante abbia alimentato l'incubo, e che i tre peperoncini piccantissimi imbottiti di acciughe abbiano favorito il mio risveglio all'improbabile orario delle 2 di notte con “la seconda piccata” (quella in uscita) contro cui avevo cercato di difendermi con abbondante consumo di insalata russa.

D'altronde, se nel sogno di Andrea non è difficile leggere riferimenti alla situazione geopolitica di questi mesi, nel mio caso sono altri i riferimenti che vi posso trovare, come ad esempio la canzone «Mio zio» di Carmen Consoli che ho giustappunto riascoltato ieri, scene da film che possono aver trovato agganci recenti in un fumetto che sto leggendo, ed una certa propensione individuale per il «non aprite quella porta», e quindi, cibo o non cibo, questi sogni o incubi che siano potrebbero non essere altro che elaborazioni e valvola di sfogo.

(Sono stato in dubbio se mettere questo articoletto nella sezione Ars o in quella Riflessioni. Alla fine ho deciso per questa perché cos'è in fondo un sogno se non un'opera d'arte individuale?)

Lacerta

Frammenti del passato: ne è valsa la pena?

Di cosa parliamo

Ho appena finito di “recuperare” roba di 20 e passa anni fa, che ho deciso di classificare come lacerti, dedicando a loro una apposita sottorubrica della mia valvola di decompressione aspirante letteraria, sottorubrica che rimarrà sostanzialmente vuota perché questi lacerti, per i quali ho adottato il plurale neutro latino lacerta giusto per sfizio, sono appunto bozze incomplete, frammenti, e pertanto non pubblicati.

Il lavoro mi ha preso piú giorni, ed è consistito nell'aggiornamento dei sorgenti (dal ConTeXt ed un po' di LaTeX al Markdown in salsa ikiwiki necessario per l'integrazione con il Wok) e nel recupero delle informazioni su quando e quanto avessi lavorato ai rispettivi file, rallentato purtroppo dalla fine delle ferie.

Si tratta complessivamente di 32 lacerti veri e proprî, piú un indice che ne raccoglie i piú, e che piuttosto che “tradurre” ho deciso di riscrivere in forma consona al Wok. Le date delle loro scritture e modifiche vanno dal 1998 al 2008, anche se i sorgenti piú vecchi sono datati al 2000, e l'unico motivo per cui ho potuto documentare date ancora precedenti è perché in alcuni commenti avevo anche annotato la data del commento stesso, pur non avendo piú i sorgenti “d'epoca”, che in alcuni casi ricordo essere stato scritti in WordPerfect, ed essere andati perduti, insieme ad alcuni documenti che mai furono convertiti in linguaggi della famiglia del TeX, in un fallimento di disco fisso avvenuto intorno al 2010, a causa di una impropria gestione delle copie di backup (per la qual cosa ancora mi mangio le mani, ma questa è un'altra storia).

Ne è valsa la pena?

Questa forse è la vera domanda interessante. Sorvolando su alcuni dettagli minori (come l'insufficienza espressiva del Markdown che mi ha costretto a fare alcune scelte di cui non sono totalmente convinto, e che mi ha fatto rimpiangere di non stare usando AsciiDoctor come formato su questo sito), l'esperienza è stata sicuramente interessante.

Mi ha dato l'occasione di rileggere questi brani scritti da un me molto piú giovane ed ingenuo, che fanno a volte quasi tenerezza con la loro goffaggine, il loro abuso del discorso diretto, e quell'inevitabile spirito adolescenziale che continua ancora ad traspirare dappertutto.

Buona parte del materiale è, diciamocelo, sostanzialmente irredimibile. Vuoi perché troppo adolescenziale, vuoi perché spesso buttato giú seguendo semplicemente un'impressione del momento, senza però aver sviluppato abbastanza l'idea all'epoca da poter dire quale fosse esattamente questa impressione (anche quando mi sono premurato di lasciare nei commenti qualche indizio a cosa l'avesse ispirato), vuoi perché l'ispirazione per quel particolare percorso è completamente svanita, vuoi perché sinceramente il punto di partenza con cui stavo lavorando era semplicemente troppo immaturo, la maggior parte di quello che ho scritto all'epoca è meglio che rimanga nascosto, per sempre.

E nonostante tutto, qualcosa che si salva c'è.

Tra i lacerti per esempio ho ritrovato il germe narrativo di un'opera che ho poi cominciato a pubblicare qui ad episodi, dopo aver abbandonato l'idea iniziale di scriverlo alternando tra due linee temporali (una passata ed una “presente” —l'unica rimasta, fatti salvi alcuni piú tradizionali flashback). Al di là del suddetto lacerto, peraltro, ho ancora un sacco di materiale già pronto per il Gan'ka quello che mi manca è l'energia (e forse l'ispirazione) per costruire i ponti per integrarlo con ciò che ho pubblicato finora.

Di altri lacerti, che ho riletto con soddisfazione, so che non li riprenderò semplicemente perché mi sono ormai un po' allontanato da quel mondo, anche se mi era molto piaciuta l'impostazione; è questo ad esempio il caso del tentativo di raccontare un'avventura DnD intrecciando le vite dei personaggi e quelle dei giocatori —sorvolando sulla necessità di riscrivere pesantemente la “cornice”.

Ve ne sono alcuni per i quali continuo ad essere molto legato all'idea.

Uno di questi ha forse già ritrovato inconsciamente una nuova forma: una bozza su cui ho cominciato a lavorare qui sul Wok nel 2019, pensata come storia nuova, ma che partendo da una premessa molto diversa e meno fantastica (seppur comunque irrealistica), arriva ad affrontare temi simili a quelli del lacerto. Rileggendo oggi il lacerto, non ho potuto fare a meno di riscontrare le somiglianze, fissando finalmente una incerta sensazione di déjà vu che avevo avuto durante la stesura del nuovo brano.

Un altro aveva già avuto all'epoca un tentativo una riscrittura, saltando quella parte iniziale su cui spesso avevo (e spesso ho tutt'ora) la tendenza ad arenarmi. Curiosamente, questo è l'unico lacerto in cui la seconda versione è distinta dalla prima invece di averla soppiantata (la seconda si chiama letteralmente MK2). Ed ancora piú particolare, alla stessa “storia” appartiene un terzo lacerto, in cui avevo cominciato a narrare un evento di molto successivo: una scelta alquanto inusuale, visto che per tutti gli altri avevo preferivo mantenere il materiale riguardante la stessa storia nello stesso file, anche in presenza di salti temporali da riempire in seguito (forse per questo ho fatto un'eccezione a causa del “raddoppio” della prima parte?). Ed anche questa è una storia di cui mi è rimasta voglia.

(In verità, esiste almeno un'altra storia che è “distribuita” tra due lacerti, cronologicamente molto distinti; ma per questo la distinzione è stata fatta perché la seconda componente è nata in seguito, pensata come una variante da sviluppare in una storia a sé stante; poiché però la prima non è mai andata oltre la premessa comune, di fatto mi ritrovo tra le mani una singola storia, di cui purtroppo alcuni pezzi sono andati perduti nel già citato fallimento di dischi fissi e backup.)

Infine, tra quelli da salvare si trova il lacerto che forse piú di tutti mi ha spinto a questa operazione, poiché proprio in questi giorni, non ricordo nemmeno come o perché, sono stato colto dall'ispirazione su una possibile strada da far prendere alla storia.

Complessivamente, su quelle che sono 29 o 30 storie, ne conto almeno 6, e forse anche 7 o 8, che si potrebbero salvare Foss'anche solo per quelle, vale la pena aver fatto il lavoro per tutte.

(Ma chi voglio prendere in giro? Con la mia ossessione per la memoria, ne sarebbe valsa la pena anche se tutto fosse stato trascurabile. Non a caso ancora mi sto mangiando le mani per quello che ho perso.)

Le storie infinite

È ormai assodato da tempo che finire non è il mio forte. Salvo pochi brevi racconti, tutto il resto di ciò che scrivo o che ho scritto di narrativa è rimasto incompleto, in varî stati di sospensione (abbandonato, in pausa, in attesa di ispirazione, in attesa di tempo). Della maggior parte non ho nemmeno cominciato una serializzazione che potrebbe renderne pubblici i primi episodi, una scelta motivata dalla necessità di poterne rivedere “serenamente” i contenuti, senza preoccuparmi che ad eventuali lettori o lettrici interessati sfugga un aggiornamento (anche perché, non rendendo pubbliche le pagine, è molto difficile che vi siano eventuali lettori o lettrici interessati).

Penso a volte che sarebbe interessante trovare un modo per “pubblicare le cose senza pubblicarle”, mantenendo per le stesse una percezione di instabilità: cosa che peraltro è già vera sostanzialmente per tutto ciò che ho scritto che non sia di narrativa. Per qualche motivo, però, per la narrativa mi rimane “impensabile” che, una volta resa pubblica, una pagina possa essere poi alterata in maniera significativa; eppure, per quale motivo la narrativa dovrebbe essere piú immutabile della … saggistica?

Un secondo problema è quello che, come ho già osservato, ho da tempo scelto di cominciare a scrivere in medias res, per evitarmi di arenarmi sull'incipit quando la vena creativa è altro —anche quando l'opera non è intesa cominciare da dove comincio a scrivere. E questo pone un problema: se anche la parte intermedia già scritta si potesse considerare pronta alla pubblicazione, come si potrebbe “serializzare” la parte pronta, quando non è noto il “numero progressivo” delle scene? (È abbastanza ovvio che il problema si pone sostanzialmente per le opere piú corpose.)

E cosí rimane tutto non solo incompleto, ma anche privato. Ma speriamo che almeno stavolta il materiale non andrà perduto, almeno per me.

Riscrivere (di) spazzatura

Altro che fantascienza, bisogna aggiornarsi anche sulla spazzatura

Come dicevo, ho ripescato in questi giorni della roba che avevo cominciato a scrivere venti e passa anni fa, “fuori dai blog”. Nel rileggerli, mi è caduto sotto gli occhi un passo di uno di questi frammenti di racconto che, se avessi scritto oggi, avrei quasi certamente formulato in maniera diversa.

La diacronia (intesa qui come discrepanza temporale, con le sue conseguenze) tra scrittura e lettura nella letteratura è sempre stata per me un fenomeno interessante e curioso. Per molti testi narrativi, questa diacronia non è particolarmente importante: è assunto che le opere siano da contestualizzare nel periodo storico in cui sono ambientate (laddove specificato e rilevante) e che siano frutto comunque del periodo storico in cui sono state scritte; anzi, proprio per questo le opere possono essere un prezioso strumento di analisi antropologica su epoche e luoghi diversi dai nostri —persino negli errori (anacronismi) in cui si può inciampare con romanzi storici et similia.

Dove la diacronia dà il meglio (ed il peggio) di sé, però, è nella fantascienza. E se è facile perdonare certe “ingenuità” nella fantascienza “storica” (per capirci, quella di Jules Verne e di altri visionari del XIX secolo se non prima ancora), per qualche motivo a me risulta molto piú “perturbante” (uncanny) l'“obsolescenza” della fantascienza “moderna”, diciamo dal secondo dopoguerra in avanti.

È importante sottolineare che quando parlo di obsolescenza non mi riferisco agli aspetti sociopolitici, economici e culturali rappresentati in queste opere: al contrario, questi sono spesso fin troppo accurati, al punto che è ormai diventato un meme ricordare ai Tech bros e compari TESCREAL che i classici della fantascienza distopica non erano manuali d'istruzione, e che c'è poco da vantarsi dell'aver inventato il Torment Nexus dal famoso romanzo di fantascienza che metteva in guardia contro la sua creazione. (E guarda tu che caso, nessuno di loro si è invece mai impegnato a promuovere la società multirazziale non monetaria post-scarsità immaginata in Star Trek.)

Mi riferisco piuttosto a tutti quei piccoli dettagli tecnici che “datano” queste opere, dettagli che sono soprattutto un testamento a quanto veloce sia stato il progresso tecnologico negli ultimi tre quarti di secolo —e forse è proprio questa la radice di quella sensazione straniante che queste opere mi possono dare nella lettura odierna.

So peraltro di non essere l'unico ad avere questa percezione, visto che già nel 2013 avevo cominciato ad abbozzare un raccontino incentrato proprio su questa idea, e mi sono anche segnato che lo stimolo era stata una discussione avuta su #linux-it —quindi quanto meno è un sentimento condiviso da alcuni secchioni.

Ma, come già anticipato nel primo capoverso, non è di questo che voglio parlare: il frammento a cui mi riferivo, infatti, non ha nulla di fantascientifico. L'ambientazione, al contrario è molto quotidiana (fa invero parte di una famiglia di racconti iniziati e mai completati costruiti attorno alla creazione di una “nuova” quotidianità; ma sorvoliamo). Ed è solo un piccolo dettaglio a richiedere l'alterazione di una scena.

La scena in questione, senza dettagli per evitare avvisi per contenuti, prevede una persona che nota nella spazzatura un oggetto imprevisto, continua con quello che sta facendo, e solo dopo si rende conto delle implicazioni della presenza di ciò che ha visto.

Il limite “diacronico” della scena come era stata immaginata quando è stata scritta è … nell'assenza di raccolta differenziata dei rifiuti. La persona soggetto della scena infatti nota l'elemento estraneo nella spazzatura mentre sbuccia un'arancia, ma ciò che coglie la sua attenzione non è che l'elemento estraneo sia inorganico e si trovi nel sacchetto dell'organico, ma il suo essere la confezione di un prodotto farmaceutico inatteso.

La scena non è difficile da adattare ai tempi attuali: si può lasciare sostanzialmente invariata, cambiando soltanto il motivo della perplessità del soggetto, dal contenuto della confezione al trovare qualcosa di inorganico nel sacchetto dell'organico —anzi, questo potrebbe persino funzionare meglio: la persona sposta l'elemento incongruo nel posto giusto, e dopo essere tornato sull'organico per finire di sbucciare l'arancia ha l'illuminazione.

Mi ha comunque colpito che una semplice “nota di costume” per qualcosa di quotidiano come questo (la spazzatura) potesse essere sufficiente a “datare” cosí un frammento che non fosse di fantascienza, grazie alla maggiore diffusione della raccolta differenziata, vent'anni fa purtroppo sostanzialmente sconosciuta —almeno dalle mie parti.

Ironicamente, quello che ho già scritto di fantascienza è ancora valido, persino quando avevo cominciato a parlare di intelligenza artificiale (OK è solo un accenno di bozza e non ero ancora andato abbastanza in dettaglio, ma nulla di quello che ho scritto è reso obsoleto dai generatori automatici di plagio che oggi rubano il nome all' —la domanda per quello sarebbe piuttosto se nello scriverne ancora mi capiterà l'occasione di far cenno alla sbobba dei nostri tempi.) Mi avrà salvato la mia pigrizia? Da quel che ricordo di ciò che avevo progettato per Brianiac, ero comunque “al sicuro”, anche se rileggendo c'è almeno una frasetta, due parole, che forse avrei scritto diversamente oggi, grazie alla pandemia di COVID-19.

Ora, io sono una persona che scrive a tempo perso, spesso buttando giú roba che poi rimane incompleta e disattesa per anni, quindi è anche inevitabile che l'inesorabilità del cambiamento nel mondo attorno a noi, il susseguirsi degli eventi storici che noi viviamo sulla nostra pelle, finisca per il trapelare tra le righe di ciò che ho scritto dieci, quindici o piú anni prima, svelandone l'età. Mi chiedo però se è mai successo ad uno scrittore “serio”, professionista, di arrivare alla fine di un'opera, magari una di quelle opere che gli ha richiesto piú tempo, e scoprire nel rileggerlo “crepe temporali” tra quando aveva avviato la scrittura e quando l'opera si trova alle ultime revisioni prima della pubblicazione: dopo tutto, un'opera come Horcynus Orca ha preso venticinque anni per trovare la sua forma definitiva (e forse chissà, nemmeno l'avrebbe mai trovata, visto il perfezionismo dell'autore). Ma Horcynus Orca aveva a suo vantaggio di essere, almeno in superficie, un romanzo storico: l'epoca di cui narra è rimasta fissa nel tempo, non ha davvero attraversato le trasformazioni che l'Italia ha vissuto dagli anni '50 del XX secolo al 1975, anno della sua pubblicazione.

Per trovarsi in una situazione come quella che descrivo, l'opera dovrebbe aver preso anni se non decenni per la stesura, essere ambientata in non meglio specificati tempi contemporanei o futuri, e contenere dettagli che, pur banali, potrebbero dare subito un indizio della diacronia tra stesura e pubblicazione —o cogliere in tempo l'attenzione dell'editor. E vai a sapere se casi del genere sono davvero esistiti.

Nimona

Un brillante cartone animato su pregiudizi, corruzione e ciò che si nasconde oltre la realtà e la leggenda.

Ieri abbiamo visto Nimona, un lungometraggio animato distribuito da Netflix e prodotto, dopo varie peripezie, dalla Annapurna Animation.

Sinossi

La storia narra di una giovane speranza della plebe (Ballister) a cui, contro mille anni di tradizione, viene concessa la possibilità di diventare cavaliere, e che diventa invece un bandito, perché durante la cerimonia una trappola nascosta nella spada che gli è stata fornita ammazza la regina. Ricercato dai suoi ex compagni d'arme, Ballister trova un'inaspettata alleata in Nimona, una giovane che lo cerca sperando di trovare in lui un'anima affine.

Sotto la guida di Ballister, e contro il desiderio di distruzione di Nimona, che presto si rivela essere una mutaforma, l'improbabile coppia cerca di riscattare il nome del cavaliere e di indagare sul vero colpevole dell'assassinio della regine, ostacolati dagli altri cavalieri, il cui capo Ambrosius era legato sentimentalmente a Ballister ed è discendente diretto di Gloreth, l'eroina che mille anni prima aveva sconfitto il mostro che terrorizzava il regno e fondato il corpo dei cavalieri.

Pur trovando prove della colpevolezza della Direttrice che aveva addestrato i cavalieri, Ballister e Nimona non riescono a convincere Ambrosius, che anzi riesce, guidato dalla Direttrice stessa, ad insinuare in Ballister il dubbio che Nimona sia proprio il mostro contro cui aveva combattuto Gloreth.

Abbandonata anche dal suo unico alleato, Nimona scappa, ricordando la sue esperienza di mille anni prima con Gloreth, a cui era legata sentimentalmente, finché gli abitanti del villaggio, scoperta la sua natura di mutaforma, non cercarono di linciarla: la colluttazione aveva portato all'incendio del villaggio stesso, e rivolto Gloreth contro Nimona. Con l'allontanamento di Ballister, Nimona perde ogni speranza, e si lascia sopraffare dalla propria parte piú volenta, trasformandosi in un'enorme creatura che si rivolge contro il castello, causando distruzione in città sia per opera propria, sia avendo attirato su di sé tutte le forme di difesa del regno.

Solo Ballister riconosce la natura autodistruttiva di quella trasformazione, e riesce a fermare Nimona subito prima che questa si infilzi sulla spada della statua di Gloreth nella piazza principale.

Il ritorno di Nimona alla sua forma umana non ferma però la Direttrice, che ha deciso di eliminarla rivolgendo contro di lei le armi difensive delle mura, nonostante un'azione del genere comporti anche la perdita di gran parte delle vite dei cittadini.

Qualche riflessione

Non racconterò come finisce il film, raccomandandone invece la visione.

Disegno valido (anche se qualcuno potrebbe non gradire gli occhioni da manga), animazione fluida, solida colonna sonora, caratterizzazione riuscita, ottima recitazione, ricco di riferimenti che ci si può divertire a cogliere, umorismo che cattura ogni età, e tutto questo sviluppato attorno alla capacità di trattare temi non sempre facili: l'odio per il diverso, il desiderio di potere, la violenza integralista e reazionaria, il classismo, il rapporto tra relazioni individuali e responsabilità sociali, l'ereditarietà della discriminazione ed i suoi effetti su vittime ed agenti.

Commedia e drammatico sono combinati magistralmente in questa gemma dell'animazione, e posso garantire la sua godibilità dai nove anni in su (e non da prima solo perché questa è l'eta di mia figlia minore). E la cosa è stata una piacevole sorpresa perché —confesso— su questa visione ci siamo buttati un po' alla cieca, in famiglia.

In verità, per spirito di coscienza, prima della visione del film ci siamo voluti assicurare che potessimo mostrarlo senza problemi agli , controllandone almeno la classificazione —con una scoperta interessante: il film ha avuto le piú disparate classificazioni in giro per il mondo, andando dalle meno restrittive (OK, 7+) in posti come la Francia o la Norvegia, alle piú restrittive (M18 a Singapore), passando per tutte le gradazioni intermedie.

Ora, se è certamente vero che alcune scene potrebbe essere impressionanti per i bambini piú piccoli (ma ehi, mio padre ha dovuto portar via una delle mie sorelle minori dal cinema quando la strega della Bella addormentata nel bosco si è trasformata in drago, ed io certamente avrei certamente potuto aspettare un po' per far vedere Laputa ai miei figli), cosa mai potrebbe aver portato ad una classificazione da vietato ai minori di 18 anni?

La mia ipotesi? C'è troppa frociaggine. Al di là dei colti riferimenti religiosi nella mia battuta1, è vero che uno degli aspetti peculiari del lungometraggio è il modo in cui tratta —senza fanfara, ma anche senza nasconderlo— il rapporto omoerotico tra il coprotagonista Ballister ed il capo dei cavalieri, Ambrosius —rapporto che nel film gioca un ruolo, nel conflitto esteriore ed interiore creato dall'incidente che causa la messa al bando di Ballister, un conflitto non originale, ma che tipicamente viene realizzato nella sua incarnazione etero, e che avrebbe potuto esserlo anche qui, giacché non mancano le cavaliere femmine. (Discorso analogo per il rapporto intravisto tra Nimona e Gloreth, seppur in piú giovane età.) Questa normalizzazione dell'omosessualità non è ugualmente ben vista in tutte le nazioni.

(È forse eccessivo supporre che questo possa avere avuto influenza sulla decisione della Disney di chiudere i Blue Sky Studios dopo l'acquisto della 20th Century, buttando cosí nel limbo la produzione del film prima che venisse ripreso dalla Annapurna, chiusura che potrebbe essere spiegata come una di quelle “ridondanze” che spesso seguono queste enormi fusioni; ma è anche vero che la Disney del secondo ventennio del XXI secolo è, diciamo, meno coraggiosa nell'affrontare certe tematiche progressiste, come suggerito anche dalla recente censura della prima serie animata Pixar.)

Nella mia esperienza, il pubblico piú giovane —se mai affatto “registra” la cosa— vi è totalmente indifferente, concentrato com'è sulle rocambolesche trasformazioni della protagonista. Provate a chiedere a qualunque novenne che ha visto il film cosa ne pensa, e vi risponderà che spera che esca il secondo.

Perché la verità è che abbiamo tutti bisogno di piú Nimona nella nostra vita, porca vacca!


  1. chi mi legge avrà anche compreso che la caratterizzazione della frociaggine come “troppa” non è una mia manifestazione di opinione, ma un necessario attributo per completare la citazione —nonché la probabile reazione che hanno avuto i censori in certi paesi. Personalmente, ho invece molto apprezzato la totale naturalezza e trasparenza con cui la (anzi quasi certamente le) relazioni omosessuali sono presentate nel film. È cosí che dovrebbe essere dovunque. ↩

Straume (Flow — un mondo da salvare)

Con quella faccia un po' cosí, quell'espressione un po' cosí, che abbiamo noi che abbiamo visto “Flow — un mondo da salvare”

Straume, noto internazionalmente come Flow ed in Italia come Flow — un mondo da salvare è un film di animazione —il primo (che io sappia) lungometraggio di animazione realizzato interamente con Blender, software libero professionale per la grafica 3D.

Dal punto di visuale e musicale, il film è eccezionale. Grandissima cura nelle animazioni, una grande naturalezza nei movimenti (ed in generale negli atteggiamenti) degli animali protagonisti, scenari spettacolari. La colonna sonora, composta appositamente per il film in una collaborazione tra il regista Gints Zilbalodis e Rihard Zalupe accompagna armonicamente le varie scene, contribuendo brillantemente alla realizzazione dell'atmosfera che le contraddistingue.

Si nota qualche piccola imperfezione qui e lí, come ad esempio i passi udibili del gatto (particolarmente notevoli in alcune scene sulla barca a vela durante le sue passeggiate sulla paratia), anche se non è facile capire se siano veri errori o piuttosto delle (forse discutibili) scelte stilistiche.

Ciò che mi ha però perplesso di piú è stata proprio la storia, o —se vogliamo— il suo senso. Non è impossibile descriverne la trama, anche in forma sintetica: in un mondo post-apocalittico in cui la natura ha ripreso il sopravvento e gli esseri umani sono scomparsi lasciando dietro di sé solo palazzi, sculture ed oggetti varî, un gatto sfugge ad un'inondazione di proporzioni epiche salendo su una barca che raccoglie, nel suo viaggio verso la struttura piú alta visibile, un gruppo variegato che comprende un capibara, un lemure, un labrador ed un serpentario bianco; arrivati nei pressi della struttura, il serpentario per scelta ed il gatto a seguito di un incidente raggiungono terra, ed in cima alla struttura si trovano coinvolti in un fenomeno paranormale che li fa levitare verso il cielo; il serpentario ascende, mentre il gatto si trova a tornare sulla roccia; il gatto torna in acqua per cercare di raggiungere la barca, ma l'inondazione recende, riassorbita da stravolgimenti del suolo; il gatto si ritrova sulla verde terraferma, dove reincontra il lemure, e con il suo aiuto salva gli altri membri del gruppo, rimasti sulla barca ormai appesa ad un albero sopra un dirupo; fuggendo poi da quelli che teme siano i segni di una nuova alluvione, il gatto ritrova anche l'enorme cetaceo che in alcune circostanze gli aveva salvato la vita, ma che ora si trova spiaggiato lontano dall'aqua; solo dopo i titoli di coda vedremo il cetaceo tornato al mare.

Per certi versi, il film è l'equivalente animato di certi albi illustrati o fumetti muti che pur raccontando una storia, prendono il loro valore artistico principalmente dalle immagini in sé, magari nella loro struttura episodica, piuttosto che dalla narrazione complessiva.

In quest'ottica, la massiccia dose di sospensione dell'incredulità richiesta a volte dal film (in primis per la presenza stessa dell'immenso cetaceo nei canali creati dall'inondazione) può essere vista come il necessario collante per tenere insieme scene che, pur avendo ciascuna il proprio valore artistico, non necessariamente scorrono in maniera naturale dall'una all'altra, rendendo necessario questo o quel deus ex machina.

Forse ciò che dà meno soddisfazione nella visione del film è però l'assenza di una vera “risoluzione” definitiva, un problema che il film condivide con altra produzione artistica (teatrale, cinematografica e fumettistica) con una struttura episodica classificabile come slice of life, complicata in questo caso dalla natura drammatica (seppur non priva di pizzichi di umorismo sparsi qui e lí) del film.

Vi sono cosí domande che non trovano risposta: perché l'inondazione? perché il successivo cataclisma che ne causa la recessione? c'è qualcosa di significativo nei chiari riferimenti cristologici della figura del serpentario? c'è qualche legame tra la sua ascensione ed il ritirarsi delle acque? in che modo è tornato al mare il cetaceo, come mostrato dopo i titoli di coda? dobbiamo immaginare una ciclicità tra la grande acqua ed il suo ritirarsi, come potrebbero suggerire alcune scene come il barcone sull'albero visibile all'inizio?

Si potrebbe discutere su quanto l'effetto sia voluto, correlandolo con la natura animale del protagonista, ed a cui quindi la vita “accade senza motivo”, e che ha comunque vissuto una maturazione fisica (imparando ad esempio a nuotare per catturare i pesci), e psicoemotiva (scoprendosi piú coraggioso, laddove prima ogni suono della foresta gli causava angoscia, e costruendo un rapporto in un certo senso di amicizia con i suoi compagni di viaggio, in contrasto con la sua ricercata solitudine delle prime scene), ma rimane il sospetto che possa piuttosto essere dovuto alla minor esperienza del regista con la forma del lungometraggio (questo è il suo secondo, dopo Away).

Nonostante le mie perplessità sulla trama, non posso non raccomandare la visione del film. che rimane artisticamente pregevole. Unica raccomandazione, se andate con bimbi piccoli, tenete presente che potrebbero trovare alcune scene —soprattutto all'inzio— terrificanti.

Fediradio

La musica del Fediverso

Intrada

Sono tanti i motivi per cui sono contento di aver scoperto (e di essermi trasferito su) il . Quello di cui voglio parlare oggi è la , con una menzione speciale per Luca Sironi.

Poesia

Riprendendo quello che scrissi all'epoca su Mastodon, partirò dalla prima scoperta, che risale ad aprile 2023, per merito appunta di @luca​@sironi.tk: si tratta di Terra in bocca - Poesia di un delitto, splendido album del 1971 de I Giganti che racconta una storia di , , , .

E non è solo buona musica ed un tema meritevole. Ho trovato affascinante anche come un gruppo milanese abbia saputo descrivere cosí bene il contesto dei paesini siciliani di 50 anni fa. Tema e testi fanno molto Sciascia.

(Ma che aggettivo o espressione si può usare per indicare ciò? Sciasciano? Sciasciesco? à la Sciascia? (Leonardesco? LOL) Nessuno sul Fediverso mi ha saputo aiutare …)

L'album perlatro ha avuto —pare— una storia editoriale non banale (e non escludo che la sensibilità del tema, soprattutto in quel periodo storico, abbiano contribuito alla sua scarsa diffusione); non mi dispiacerebbe mettere le mani sul libro, allegato alla ristampa del 2009, che ne racconta la storia: «Terra in bocca. Quando i Giganti sfidarono la mafia.» di Brunetto Slavarani e Odoardo Semellini, editore Il Margine, collana Orizzonti. (Ne avevo intravista una copia su eBay, ma al momento una ricerca lí mi propone solo musicassette e vinili a costi esorbitanti.)

Fuga

Dallo stesso @luca ho appreso dell'esistenza del gruppo romeno Phoenix (mando qui alla pagina Wikipedia inglese perché quella italiana è un po' troppo povera per i miei gusti), della loro rocambolesca fuga nascosti negli amplificatori, e della loro musica a cavallo tra il prog rock e la musica folcloristica (pare in buona parte per pressione politica).

(Per inciso, è stata proprio questa seconda scoperta a convincermi a scrivere questo articoletto. Ci sono state altre (ri)scoperte musicali che ho fatto tramite il Fediverso? È possibile, ma al momento non me ne vengono in mente. Non escludo però che in futuro questo articolo si arricchirà di nuovi contributi.)

Coda

Se il prog rock non è il vostro genere, non è un problema: sul Fediverso si trova di tutto.

Volete un esperto di musica antica? C'è Matteo Zenatti (@matz​@y.cubalibre.social). (Da chi credete che abbia preso intrada?) Appassionatə di musica irlandese? Ce l'abbiamo.

Dissolvenza

Potrei continuare, ma non ci sono solo le persone (anche perché le persone parlano anche di altro). Parliamo invece di uno dei modi migliori di scoprire nuovi contenuti (e nuove persone) sul Fediverso: gli hashtag. Sí, non sono una novità, ma mentre i social commerciali hanno fatto di tutto per ridurne l'importanza (dopo averli introdotti), sul Fediverso rimangono lo strumento migliore per trovare e farsi trovare.

Per la musica i miei due preferiti sono fediRadio e nowPlaying. E qui, purtroppo, emerge uno dei limiti della federazione: quelli nei link sopra sono per la mia istanza (sociale.network), e se cercate gli stessi tag sulla vostra istanza probabilmente vedrete note1 diverse. Questo perché (come in ogni cosa), sul Fediverso ciascuno ha una finestra relativamente piccola, circoscritta agli utenti della propria istanza ed a quelli seguiti da utenti della proprioa istanza. Questo può essere fortemente limitante, sopratuttto su piccoli server (ed in particolar modo su quelli “individual”), dove si potrebbe vedere poco o nulla.

La soluzione ovviamente è andare a vedere cosa ne pensano altri server di quegli stessi tag. Ad esempio, gli stessi di cui sopra su Livello Segreto saranno questo per fediRadio e questo per nowPlaying. Per sfogliare comodamente le timeline e i tag di altre istanze potete usare un servizio come MastoVue, oppure appoggiarvi ad un client come Phanpy che offre questa funzionalità “nativamente”.

Buon ascolto.


  1. nel senso di «breve appunto», non nel senso musicale ;-) ↩

(Manual) birth of a logo (2)

I did it again, this time for the Fediverse logo.

I did it again. I mentioned it when talking about my “cool S” experiments, that the proposed Fediverse logo suffers from the issue of all SVGs drawn via graphical software, that the code ends up being just “a bunch of numbers”, even when there's a clear mathematical/geometric way to describe the drawing.

So yeah, I decided to redraw it, hand-crafting an that followed the mathematical principles behind the original design, and the results are clear: you can code the same (or similar) graphic in half the (disk) space, and in many ways it's a more elegant design, even when there are little or no aesthetic differences.

My SVG has several advantages, including a better centering of the pentagon in its bounding box, and having no intrinsic width, allowing it to adjust better to its surrounding:

A pentagon with large circles on the vertices and a hash pattern of diagonals. Nodes, sides and diagonals are all different colors. Same design as the other image, but with sligthly different length ratios.
The Wikicommons Fediverse logo proposal compared to my hand-coded version

OK, in this case there are some small differences, but the main reason for this is that I had to do some guesswork about the sizing of the elements, and due to my passion for powers of 10 and powers of 2, I ended up drawing a slightly larger pentagon: the nodes have a 16-unit radius, and the whole pentagon including them fits in a 100-unit circle, so the radius of the pentagon circumcircle is 84 units; the original one was apparently slightly smaller, which gives the impression that the connectors in my drawing are thinner, at least in proportion to their length. (Also I lied, all lengths have been scaled up by a factor of 10, to avoid using decimals, so it's 160 out of 1000, but the idea is the same.) I may revisit this particular aspect in the future, to build a more accurate recons

There were a few things that were a bit frustrating when preparing this design, but the biggest one was probably that there is no easy way in SVG to do an “inverse clip”: it's easy to say “draw the part of this element that is contained inside this other element”, but not the reverse (“draw the part that is outside of this other element”), and while one can abuse masks for this, the setup is more complex than it should be, and the results are often underwhelming, since some browsers suffer from “early rasterization” when masks are involved, ruining the advantage of SVG for vector art in the first place.

This makes the sides and diagonals of this particular drawing more complex to draw than would be needed otherwise: instead of being simple rectangles clipped to not touch the nodes or create the over/under pattern, they have to be replaced with more complex paths that have to follow the boundaries of the clipping region.

(Still, if anybody has suggestions on how to do this in a more compact way with clipping, do let me know.)

My SVG is also more elegant “internally”: instead of being a bunch of paths with numbers of unclear meaning, the symbol is built “conceptually”: I define one element for each conceptual element (the node, the side, the “split” diagonal), positioned in their “initial” position:

<defs>
<circle id='node' r='160' transform='translate(0,-840)'/>
<path id='side' d='M 0 -50 h 320 a 180 180 0 0 0 0 100 h -640 a 180 180 0 0 0 0 -100 z'
 transform='rotate(36)translate(0,-680)'/>
<path id='diag' transform='translate(0,-260)' d='
 M -100 -50 h  725 a 180 180 0 0 0 0  100 h -757 z
 M -278  50 h -348 a 180 180 0 0 0 0 -100 h  381 z'/>
</defs>

and then simply “paste” them five times around the center, rotating by 72° each time:

<use href='#node' fill='#ffca00' transform='rotate(  0)'/>
<use href='#node' fill='#64ff00' transform='rotate( 72)'/>
<use href='#node' fill='#00a3ff' transform='rotate(144)'/>
<use href='#node' fill='#9500ff' transform='rotate(216)'/>
<use href='#node' fill='#ff0000' transform='rotate(288)'/>

<use href='#side' fill='#ebe305' transform='rotate(  0)'/>
<use href='#side' fill='#30b873' transform='rotate( 72)'/>
<use href='#side' fill='#5b36e9' transform='rotate(144)'/>
<use href='#side' fill='#d0188f' transform='rotate(216)'/>
<use href='#side' fill='#f47601' transform='rotate(288)'/>

<use href='#diag' fill='#dbb210' transform='rotate(  0)'/>
<use href='#diag' fill='#57c115' transform='rotate( 72)'/>
<use href='#diag' fill='#5496be' transform='rotate(144)'/>
<use href='#diag' fill='#a730b8' transform='rotate(216)'/>
<use href='#diag' fill='#ce3d1a' transform='rotate(288)'/>

This obviously defines the symbol “straight up” (upper vertex straight in the middle, bottom side parallel to the side of the bounding box), so all of this is wrapped in a group that is rotated 10 degrees, and then translated to center the result inside the bounding box:

<g transform='translate(-50,30)rotate(10)'>
 <!-- stuff shown above --->
</g>

Not only the SVG source is clearer about what it does, but even with generous whitespace the total file size of this minimal version is only 1480 bytes, which is around 2/3rds of the 2237-byte currently on Wikipedia, which is itself already optimized for (disk) size.

Note: this article stress-tests support for SVG. Sadly, some features seem to be not properly supported on some allegedly ‘modern’ and ‘feature-rich’ browsers. This may result in empty or otherwise broken images in your browser. Consider reporting the issue to the respective developers and/or switching to a standard-compliant browser.

Of course the full thing includes metadata and a “debug” pentacle that makes the size grow to 3496 bytes (at the moment of writing), but as already discussed the last time this is mostly due to the metadata about authorship and license. The “debug” pentacle alone isn't enough to blow the size over the Wikimedia Commons size!

The “debug” pentacle.

Again, this is thanks to judicious use of a more abstract geometric description of the figure. The only thing that remains to be solved in this sense is the description of sides and diagonals. Here's to someone managing to crack this nut.


OK, an update. I've tried to reconstruct the length ratios from the original design and from what I can see it was an entirely “visual” design. If there was an intent for “obvious” ratios in the original design they have either been lost through subsequent editing (scaling, rotations, etc) or they were based on some less obvious and potentially irrational aspects like the golden ratio.

I've been taking notes about it on the Fediverse, but the gist of it is that the figures are all quirky. The main design rotation angle seems to be around 9.12° (9°7'12"), the node radius something like 16.57, outer node radius 18.23 and so on and so forth.

If I try to scale everything so that the node radius is 16 units, then the outer node radius is closer to 17.5 (i.e. the gap between the nodes and the side bands is around 1.5 units) the side and diagonals have a thickness of around 10.5 units and the over/under gap is around 2 units, with a circumcircle radius (the one passing through the center of the nodes) of 71.5 units.

So I've come to think that I have two possible paths to follow here, if I want to make my design closer to the original one: one is to stick as close as possible by scaling units up to make them integer, and the other is to round them up myself and go again my own way, while still trying to stick close to the original.

The rounding up would still have some weird lengths/ratios, though. For example, multiplying by 2, the circumcircle radius would be 143, the node radius 32 with an outer radius of 35 (3 units gap around them), sides and diagonals would have a thickness of 21 units and an over/under gap of 4 units. The angle would still be a weird 9.12 degrees.

But I think in this case it's OK to diverge from the original design a little bit, to try and give figures some kind of meaning. This would mean a circumcircle radius of 72 (inspired by the pentagon's inner angles of 72°), a node radius of 16, a side/diagonal thickness of 10 units, and make all gaps 2 units wide. The figure would be rotated by 9°, which happens to be 1/8th of the pentagon's inner angle.

For the view box size, we need 144 units from the diameter of the circumcircle, plus 16 in each direction to account for the node radius, going to 176. If we add 8 units of slack/padding on each side we get to 192 units, which —while not a power of two— is not an uncommon “large icon” size, being 4×48 or 3×64.

Since even with these choices we end up needed fractional units for centering and the diagonal definitions, we can once again scale everything up by a factor of 10, and the result is the following:

My initial attempt at reproducing the proposed Fediverse logo by hand. The Wikicommon version discussed earlier. Again the same design, hand-coded by me, closer to the original.
The Wikicommons Fediverse logo proposal (middle) compared to my first hand-coded version (left) and my second attempt (right).

The new version is much closer to the original. If we look at the amount of padding in the image, however, we see that the 8 units we had planned, after proper centering of the figure we have nearly 24 units of slack, due to the fact that the diameter of the pentagon is around 10% of a radius shorter than the diameter of the circumcircle. This can be seen in the new “debug” symbol, that includes an “inner frame” with tight spacing around the final symbol:

The new “debug” pentacle, superimposed over the new logo.

(The actual sides of the inner squares are 169 units.) This is actually consistent with the original logo, but may be too much whitespace for some, so for the “minimal” version of the SVG (no metadata, no debug) I've decided to provide both a “slack” and “tight” version.

The Wikicommon version discussed earlier. My initial attempt at reproducing the proposed Fediverse logo by hand.
Again the same design, hand-coded by me, closer to the original. Again the same design, hand-coded by me, closer to the original.
The Wikicommons Fediverse logo proposal (top left) compared with my first hand-coded version (top right) and my second attempt with slack (bottom left) and tight (bottom right) spacing.

Of course, the reduced slack leads to an apparent larger size for the symbol when seen side-by-side with the version with more generous spacing, but it allows more precise control of the symbol placement and sizing in all other contexts.

The new minimals are 12 bytes larger than the v1, but that's only because I was a bit more generous with the whitespace and made the root svg element addressable (with id logo). We're still at around two thirds of the Wikicommons version, but with a scalable, geometric designed. It's a definite win.

And it's even better for the monochrome version, that drops to 1080 bytes including “dark color scheme” aware styling:

The Fediverse logo in monochrome.
The Fediverse logo in monochrome (left) and “styled” (pink) monochrome (right).

Another update. Apparently I'm not the only one who looked into a more algorithmic definition of the logo. Here for example there's someone who went as far as looking for an algorithmic definition of the colors, while building a Julia program for the design. I like the idea of the fractal design presented there, possibly because I was thinking about something similar as a prelude to combining my rebuilt Fediverse logo with the cool S design for the new “Share to the Fediverse” image. The animation on the other hand is a bit distressing, which is also driving me off an idea I was starting to ponder along the lines of the Fediverse logo rolling inside the “cool S” symbol. Aside from the complexity of the animation (nothing that can't be tackled), I'm now aware of how distracting it would be to have an always-on-animation, so if I ever get to something like that it'll only be on hover or something like that.


Yet another update! The author of the original proposal graciously commented on my Fediverse thread about the geometric reconstruction of the logo, and revealed that the aim of the rotation was to try and make the rotated pentagon fit in a square.

As it turns out, however, it's not actually possible to do this while keeping the (circum)center of the pentagon in the same position as the center of the square: the only way to get a square is with a 9° rotation (plus or minus multiples of 18°), but that does require a shift. (I might write a Mathesis article on this some time in the future. But as things stands, no changes to my geometric SVGs are necessary. phew)

Asterisms

Playing around with the idea of the asterism as a Fediverse logo.

Let me get back to the idea of using the as a logo. As I mentioned already this has been recently proposed as a “typographically available” alternative to the proposed Fediverse logo, design built around a fully connected pentagon that I've recently replicated by hand.

If your browser/font/operating system combination supports it, this is what the asterism looks like for you, enlarged to 250%:

It's not a bad choice to represent something which is a constellation of interconnected instances, and plays around on the ambiguity of asterism as both a typography and an astronomy term.

For inline text, talking about the ⁂Fediverse⁂ thus makes perfect sense, even if the actual presentation of the asterism will change from reader to reader, depending on the font of choice: do the asterisks have 5, 6 or 8 points? are the bars forming the asterisks straight or ornate? do they cross at equal angles or are some closer than others? are they staggered or layered? There's a lot of variation on how it may look, and it will be different for all (the Wikipedia page on Asterism has a few variations to show).

One thing that all these designs (or at least the ones I've seen) have in common is that the asterisks don't actually connect. Also, the large variety of presentations mean one can't actually rely on it for anything: just the general concept. So what happens if we actually try to do something about it?

The idea came to me because I noticed that with 6-point asterisks with equal angle opening, their placement on the vertices of a triangle almost showed a hidden figure. So I decided to try and make it more explicit, with this result:

Three 6-points asterisks at the vertices of an equilateral triangle. The design reveals a figure in the center that looks like the projection of a cube
A carefully designed asterism with three 6-points asterisks.

If you're like me (or my son) you'll see a classic “hidden cube” emerge from the contact of the asterisks.

This is a surprisingly effective design, and if a schematic monochrome representation of the Fediverse is desired, this would be a serious contender, possibly winning over the monochrome pentagon logo I presented previously.

I also tried to achieve a similar effect with the 5-point asterisk, but couldn't make it work without rotations:

Three 5-points asterisks at the vertices of an equilateral triangle. The bottom two are rotated so the “base” points all touch, forming a pseudo-triangular shape in the middle.
A carefully designed asterism with three 5-points asterisks.

I find this interesting as well, although I think that rather than this in itself, it could be an inspiration for a different idea, such as a gem-like design obtained intersecting three arcs at τ/3 (that's 120°).

I couldn't stop there, so I thought, what if instead of three asterisks we use five 5-point asterisks, or even better six (one in the middle)? There's actually some interesting designs that can come of such an idea, four of which can easily be obtained with simple π=τ2 rotations of either the central or lateral asterisks:

A spoked gear A spoked wheel
A snowflake A papercraft
The four asterisms that can be obtained from six 5-point asterisks (a central and five lateral ones) rotating the central and lateral one alternative by 0° and 180°.

All of these are interesting designs, in my opinion. An objection that could be raised against them is that the central asterisks may give an idea of “centralization” that is antithetic to the spirit of the Fediverse, but if we consider the “central” star not a specific instance but “the instance the user is on”, the “spoked cartwheel” and “snowflake” designs are actually surprisingly good at representing how messages travel in the Fediverse, from the user to its connections, and then out towards the rest, from connection to connection.

May be worth looking into.

Cooler booster

A quick detour in the world of children's grid designs

I've come across a few mentions of the Cool S on the these days, including mentions of there being a proposal to add it to Unicode (here's a thread, for example).

It's interesting that for some reason I keep forgetting what the “cool S” even is, and rediscovering when it gets mentioned, but this time I decided to do something about it: make an SVG of it, or actually three, in three different orientations:

The cool S symbol The cool S symbol, rotated by 45 degrees The cool S symbol, rotated by 90 degrees
The “cool S” symbol, in the three orientations I've designed.

The reason I did it is not because I actually cared particularly about committing it to memory, but because I suddenly realized that this might actually be a candidate to replace the “share on the Fediverse” symbol I'm currently using.

There's a bit of a backstory here: when I first added tootpick to the Wok, I looked for SVG icons for the “circular arrows” symbol used e.g. in and several other Fediverse platforms for the “boost”, or in the now defunct for the “retweet”. I did find a few, but they were frustratingly complex.

Then I discovered that there is, in fact, a Unicode character just for that: codepoint U+1F501, to be optionally paired with the variation selectors U+FE0E for the “textual” representation and U+FE0F for the “icon” representation, that, if the font used by your browser supports them, would look something like this (enlarged to 250%):

🔁︎ 🔁️

So I decided to roll my own SVG that simply … showed the corresponding Unicode symbol in “textual” form. Leaving aside a couple of “oopses” that I've actually fixed just now as I was writing this article, there were actually a few issues with my choice, ranging from actual availability of the character in the font used by the reader's browser, and the potential inconsistency in metrics between different fonts: and I could actually see this on my local tests, in the difficulty of properly aligning the symbol with the adjacent text when used inline (e.g. at the end of each article) and even more catastrophically in the highly pixelated rendering that I would see in Blink-based browsers (Chromium, Vivaldi).

Ultimately I decided not to waste any more time on it (the overall aesthetics of the Wok has a lot of room for improvements anyway), but the “cool S” discussions got me thinking about the issue again: switching to a design for the “share” link based on this symbol would have several advantages: easily described by vector graphics, it would ensure more consistent rendering without the complexity of the circular arrow designs, solve the issue of potentially missing fonts, all while offering a more original visual representation.

(The latter may not necessarily be a point in favour, since “more original visual representation” also means “user has no idea what it means”. It'll probably depend on the final design.)

I don't think there's much need to explain why the “cool S” design is attractive, (I mean, just the fact that it's called that way is telling), but there's a few aspect in particular that make it particularly appropriate for the application at hand.

For starters, it's an S, which is appropriate for the icon of sharing (at least, in English; for Italian, a C-based design would possibly be more appropriate).

Second, it has a chain-like shape, that is probably best appreciated when looking at the slanted version side-by-side with the SVG icon I designed for my permalinks:

A schematic design with three chain links The cool S symbol
Side-by-side comparison of the permalink icon I'm using (left) and my 45-degrees realization of the “cool S” (right).

And thirdly, in its 90-degree configuration it has the upside of being similar to the symbol for infinity (and in fact, I'm leaning towards this form as the basis for the new “share to the Fediverse” symbol).

Despite all that, I haven't actually designed yet the new “sharing” symbol, so you can expect a “part 2” of this article coming sooner or later. And the reason why I haven't actually designed the new symbol yet is that I got sidetracked by a remark in the Wikipedia article about the “unknown origin” of the Cool S, because to me it just looks like the simplest “closed form” you can have from the simplest “braid pattern” that children learn (possibly as far back as kindergarten, depending on the quality of the school system).


So, as I mentioned, I got sidetracked, because I felt the need to prepare a few more SVGs, one for the single “crossing” in the braid pattern:

Three pairs of small segments connected in (2 3 1) permutation to represent two threads crossing
The simplest braid pattern.

and the second, which actually took considerable time, to represent a simple “braided frame” like the one children would be taught to draw:

A square whose sides are patterned after the simple braid shown earlier.
A simple braided frame.

This particular one took longer than I would have liked, because I couldn't get the corners right. I'm still not satisfied with the results, but I haven't seen suggestions for better ones (that I could make work), which I suspect is due to the combination of limited number of threads (just 2) and tight spacing that prevents some of the fancier stuff possible with Celtic knots due to the reduced “legibility”, and all things considered, after mucking around with some alternatives, this remains the better one in my perception: there is still some crossing at the corners, and the thread “cutting through” alternates, so that each thread has a pair of opposite corners.

I doubt I will ever get anything useful out of these efforts, although the frame could find interesting uses as a border-image for pictures or paragraphs as demonstrated here (OK, I cheated a bit, for the border of this paragraph I used an even more compact version of the frame specifically designed to be used as border-image, with shorter sides to simplify rounding), but who am I to pull away from an opportunity to waste some time drawing SVG by hand?

(Hey, the output is not so bad, maybe I should consider a variant for the “horizontal rule” hr element too, using the 90-degrees “cool S” as basis? Not bad, not bad at all, look at the one following this paragraph!)


But let's go back to the “cooler booster” symbol. Aside from the sidetracking, there's more to my delay of the new symbol, including the fact that there's a number of ideas that I don't know if or how to incorporate.

For example, I'm tempted to add a couple of inner wedges in the “straight” parts of the “cool S” as a callout to the circular arrows design. But maybe it would be too much? Or make the “cool S” pattern less obvious? Or make it look like some rails company?

Another thing I would like to be more prominent about is the relation to the Fediverse (and not just Mastodon). This might entail incorporating the proposed Fediverse logo1, or at least the simpler asterism (three asterisks in a triangular pattern) that has been recently proposed and that, if the font used by your browser supports it, would look something like this (enlarged to 250%):

Again, the big question is if this can be achieved without too heavy a burden (visually: as I'm mentioned plenty of times here, I don't mind the SVG coding, although it may mean that things get done over longer timespans.)

And most of all, if I can incorporate those elements without killing the whole design under its own weight. All things considered, as good as I may be at the technical side of web design, my ability in actually thinking up good designs remains in question.


  1. oh no, I've made the error to look at the source, and now I want to redraw it to eliminate all those fractional coordinates … remember, this is what prompted me to redraw the Grammar Nazi icon, and even though I'm well aware that it's not going to be as easy as it looks on first sight, I still shudder at the idea of using the one on WikiMedia! ↩

compresse

Incisive e/o canine e/o molari

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

L'importanza della salsa yogurt

La salsa del kebabbaro picca sempre due volte.

La salsa del kebabbaro picca sempre due volte.

riflessioni

Considerazioni sulla Vita, l'Universo e tutto quanto

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

(Non) è colpa del Wok

Migliorare la tecnica o la costanza?

Ogni volta che non aggiorno il Wok per periodi lunghi, mi sento in colpa. Non dico che dovrei scrivere con una specifica costanza o in maniera programmatica, ma mi rendo conto spesso, dopo periodi di assenza, che l'aver trascurato il mio sito non è solo stato solo per ragioni “cronotecniche” (mancanza di tempo), bensí quasi sempre per una questione di distrazione.

Rimane vero che la “manualità” necessaria per aggiornarlo (in parte voluta, ma in altra parte —ormai forse la maggiore?— legata a questioni formali che richiederebbero un certo impegno per essere risolte, come ho già avuto modo di discutere svariate volte) è un ostacolo, non foss'altro che per la necessità di sedercisi al computer per poterci lavorare, soprattutto quando raccontare un simpatico aneddoto in poche battute sul Fediverso è un'azione che si può compiere “in scioltezza”, con una immediatezza che francamente è molto piú adatta per aggiornamenti brevi o per sezioni di brainstorming di qualunque cosa io possa sperare di fare per rendere piú “avvicinabile” questo sito.

E non è nemmeno che io abbia particolari obiezioni al PESOS: come ho già spiegato già tempo fa quando ancora ero agli albori della mia esperienza fediversica, è meglio che non scrivere affatto; sarebbe però opportuno ricordarsi di riportarli anche qui, poi, questi benedetti thread, e non soltanto per cose che mi fanno arrabbiare di brutto.

Provo anche (anche qui senza la dovuta costanza) a segnare nei segnalibri di Mastodon le cose che potrebbero richiedere attenzione dopo (ad esempio tra queste ci sono almeno un paio di nuove voci per il neoconio prese dal francese), ma chi ha usato Mastodon sa bene quanto sia dubbia l'utilità di detti segnalibri se non vi viene dedicata in tempi brevi l'attenzione che meritano, per motivi che vanno dall'impossibilità di organizzarli alla loro caducità vista la distucibile quanto diffusa abitudine di impostare la cancellazione automatica di quanto scritto. E la “dovuta costanza” è proprio quella che mi manca.

Può darsi che in questo momento io stia semplicemente passando un periodo piú, diciamo, passivo del solito (non sono Oblomov per nulla), possibilmente influenzato (o come rifugio dallo stress causato) da situazioni lavorative o internazionali, cosa che peraltro potrebbe anche spiegare il maggior ricorso a “vie di fuga” come i videogiochi; può darsi che io mi sia lasciato “catturare” troppo dal Fediverso, che ha cominciato a consumare anche parte del tempo che altrimenti dedicherei al Wok (a questo proposito, potrei dovere delle scuse a Xab, alcuni articoli recenti del quale mi avevano lasciato un po' perplesso, ma il cui ultimo articolo sull'argomento è stato invece abbastanza illuminante, e mi ha trovato molto d'accordo); può darsi che sia una combinazione di fattori, tra cui i due di cui sopra e chissà quanti altri. fatto sta che queste “depressioni” nella frequenza di scrittura (chiaramente visibili ora che ho quelle bellisime sparkline che Google mi vuole toliere) mi sento in colpa.

Ancora: non so se “colpa” sia il termine giusto, non sono sicuro che “colpa” sia il termine giusto. È certo però che quelle cadute rappresentano una anomalia, una criticità nella mia vita. Non voglio pensare alla scrittura nel Wok come un obbligo, come un dovere, e per fortuna non lo faccio, ma le oscillazioni nella mia dedizione alla stessa sono un chiaro sintomo; e come per molti sintomi, è difficile dire se affrontarlo o risolverlo in quanto tale possa aiutarmi anche a superare la criticità (qualunque essa sia) che ne è causa, foss'anche solo per effetto placebo, oppure no, rischiando piuttosto di aggravarla con un burn out.

È anche difficile stabilire in che modo affrontare “il sintomo”, visto che la soluzione all'assenza di aggiornamenti è fare aggiornamenti. L'approccio piú facile, o quanto meno che balza subito a mente, sarebbe quello di sollecitare gli stessi, con un promemoria che mi ricordi che è passato “troppo” tempo dall'ultimo aggiornamento (o quanto meno dall'ultimo commit), ma quanto potrebbe essere considerato “troppo” tempo? Che tipo di metrica adottare? E come evitare la legge di Goohart? Ed anche dopo aver preso queste decisioni, come potrei implementarle? Esistono già strumenti atti all'uopo, o dovrò svilupparmene uno ad hoc? O ci sono e vorrò comunque farlo perché nessuno di quelli esistenti soddisferà tutti i criteri che mi piacerà di adottare per la scelta?

(Al momento sto immaginando un timer che viene “pompato” ogni volta che scrivo/pubblico/committo qualcosa, dopo di che decade esponenzialmente, e comincia a suonare l'allarme quando scende al di sotto di.)

Potrei anche fare una cosa molto semplice, impormi un certo tempo da dedicare al Wok ogni giorno/due giorni/settimana o quello che sia, cosa che potrebbe far molto bene alla mia igiene mentale; una cosa è certa, al momento non mi manca il materiale da scrivere (anche se potrebbe mancarmi l'ispirazione momentanea per alcuni degli argomenti che mi sono preffisato già tempo addietro), quindi non rischierei che detto tempo vada “buco”: ma questo non mi aiuterebbe particolarmente a mantenere viva la rubrica piú “blog” del Wok, a meno di non impormi questi tempi in maniera quotidiana («oggi è successo qualcosa? sí, scrivi della qual cosa, no, scrivi di uno degli argomenti che hai messo in archivio»).

Non so ancora quale criterio adotterò (o se ne adotterò uno), ma per il momento potrei cogliere l'ispirazione al balzo per completare alcune delle piú semplici “missioni di scrittura che mi ero già proposto. Vedremo come va.

Non ci sarà un'altra volta

I Racconta Storie sono stati un'iniziativa irripetibile

Una riflessione di una profonda, malinconica, nostalgica tristezza che ho maturato in questo periodo è che non potrà piú esserci un'iniziativa editoriale come quella dei Racconta Storie e dei C'era una volta, né —se è per questo— della serie britannica originaria, Story Teller. Non vi sono piú gli ingredienti, e probabilmente non vi saranno piú, almeno finché non morirà Internet.

Ed è un vero peccato, perché pur con i suoi difetti, si trattava di una iniziativa editoriale eccezionale, in grado di iniziare bambini e bambine alla lettura ed all'ascolto, familiarizzandoli con grandi classici della letteratura, nonché con qualche nuovo autore (e seppur con un notevole bias verso la letteratura occidentale, e soprattutto —senza sorpresa, vista l'origine— anglofona).

Con i Racconta Storie siamo cresciuti io e le mie tre sorelle (ed anche con i C'era una volta, che però credo abbiamo abbandonato prima di finire la serie), e con i Racconta Storie è cresciuta anche mia moglie, cosí come chissà quante migliaia di bambini e di bambine in tutt'Italia, e chissà quanti altri in giro per il mondo. Ed è qualcosa che ci è rimasto.

Peraltro, del fatto che anche mia moglie abbia vissuto questa esperienza sono particolarmente contento, perché mentre le nostre copie dei fascicoli sono andate per lo piú perdute, quelle di mia moglie sono state conservate (con l'eccezione di un fascicolo) negli appositi raccoglitori, fornendo cosí un'opera che può essere goduta anche dalla nuova generazione —grazie anche, se non soprattutto, al lavoro di digitalizzazione delle audiocassette effettuato dall'anima santa che le ha poi caricate sull'Oasi delle Anime, che in una baraonda tipica di certi siti dell'Internet degli anni '90 nasconde la raccolta completa, se pur non facilmente fruibile, sia dei Racconta Storie che dei C'era una volta (una versione diversamente organizzata e forse piú fruibile dei Racconta Storie potete trovarla qui, gli originali inglesi sono disponibili qui).


Penso che il modo migliore per capire perché un'iniziativa del genere sia irripetibile oggi, sia andare a consultare il tentativo di resuscitarla, adattata ai tempi moderni, su iniziativa del gruppo Facebook dedicato all'iniziativa originale britannica, nella nuova forma degli Story Teller Members' Edition.

Non voglio entrare qui nel merito della veste grafica di quest'iniziativa, (e men che meno parlerò dell'audio, che non ho ancora nemmeno sentito), della selezione delle storie, o della sporadicità delle “uscite” (un volume l'anno), anche perché su questi elementi piú di ogni altro pesa soprattutto il fatto che STME sia un progetto “di passione” (sí, guidata dalla nostalgia, e sí, pur con la collaborazione di alcuni autori che già avevano partecipato alla serie originale), che con tutta la buona volontà di chi vi contribuisce non può sperare di competere con un'iniziativa editoriale professionale e ben finanziata come lo era stata quella della Marshall Cavendish ormai 40 e passa anni fa. (È un tema, questo, sul quale ritornerò.)

Dico solo una cosa, invece: che cosa resterà degli STME tra vent'anni? Probabilmente niente, mentre le raccolte delle opere della seconda metà del secolo scorso resteranno, gelosamente custodite, ancora per decenni, passate con reverenza di mano in mano, di generazione in generazione, sempre piú sbrindellate e rappezzate, finché non si sfalderanno definitivamente nelle mani dei sopravvissuti al cambiamento climatico.

In maniera meno teatrale, quello che nessun tentativo moderno potrà mai ricreare di queste iniziative editoriali sarà proprio la loro irripetibile combinazione di qualità, fruibilità e permanenza.

Qual è la caratteristica dei Racconta Storie?

Al prezzo di 4 500 lire italiane per fascicolo ci si poteva costruire una piccola biblioteca di fiabe, racconti e romanzi per bambini, disegnata da artisti professionisti, letta da attori professionisti (e spesso anche famosi), e con accompagnamento sonoro e musicale da far invidia alle migliori serie radiofoniche1, per un totale di circa 730 pagine e 20 ore di ascolto, a cui si dovrebbero aggiungere i due supplementi natalizi per i natali del 1983 e del 1984 (64 pagine e 90 minuti di audio l'uno, prezzati rispettivamente 7 500 e 8 000 lire).

(Per farmi un'idea della corrispondenza economica, sono andato a vedere l'indagine della Banca d'Italia sui redditi familiari del 1983, che pone il reddito medio familiare annuo intorno ai 20 milioni di lire, con una spesa media annua familiare intorno ai 14 milioni di lire; il decimo percentile dei redditi familiari viaggiava a poco meno di 8 milioni di lire, ed il cinquantesimo poco sopra i 16 milioni. L'acquisto dell'intera serie, inclusi i supplementi, avrebbe pesato per un totale di L. 132 500, ovvero circa l'1% della spesa media annua familiare. Volevo dare un valore “corrente” a questi prezzi, ma i confronti con i dati relativi al 2016 ed al 2020 sono sconfortanti. Lasciamo perdere.)

Qualcuno forse ricorderà che anche prima dei Racconta Storie sono esistite iniziative editoriali simili, che affiancavano lettura ed ascolto per raccontare fiabe ed altre storie (forse la piú famosa in Italia è quella delle Fiabe Sonore pubblicate dalla Fabbri con audio su 45 giri alla fine degli anni '60 e poi riproposta in varie edizioni e formati fino ad una decina d'anni fa). La tipologia è quindi riuscita a tirare avanti, con alti e bassi, per quasi quarant'anni, ma alla fine anche la Fabbri si è dovuta arrendere alla nuova realtà: praticamente l'unico strumento oggi disponibile per i bambini per ascoltare è elettronico: tablet e cellulari; ed in questo nuovo formato, non ha nemmeno piú senso “scorporare” fisicamente il fascicolo dall'audio, virtualizzando l'intera esperienza, facendola diventare inconsistente.

E sono talmente tanti gli aspetti che la rendono perciò diversa che non so nemmeno da quale cominciare.

Sia chiaro, anche i miei figli oggi per ascoltare quelle che furono le cassette dei Racconta Storie e dei C'era una volta devono passare dal “digitale” (anche perché vai un po' a sapere dove sono finite, quelle originali che avevamo raccolto anni fa noi): e questo per me in realtà è già una sconfitta, nonostante il fatto che loro possano ancora sfogliare i fascicoli, girando fisicamente le pagine, godendosi spazi e tempi che il digitale non può replicare.

So già mentre scrivo che tra chi leggerà queste parole ci saranno coloro che, sprezzanti, le licenzieranno con quello stesso fastidio con cui i fan degli ebook prendono in giro gli amanti del libro cartaceo, scimmiottandone la “passione per l'odore di polvere”; ma c'è qualcosa di piú profondo dietro, ed è: che cosa resterà delle nuove forme che queste iniziative editoriali devono prendere?

Personalmente, trovo che ci fosse un valore intrinseco nell'esperienza che abbiamo vissuto noi, l'entusiasmo al ritrovarsi tra le mani il nuovo fascicolo e la nuova cassetta dopo due settimane, ascoltarla mettendosi testa contro testa per poter seguire insieme la storia (e le figure) sul fascicolo, e riascoltarla poi ancora, per giorni e giorni, in attesa del numero successivo, a volte litigando persino per decidere cosa (ri)ascoltare (mangiacassette portatili e cuffie per tutti possono essere una soluzione).

E sí, riascoltavamo le stesse storie. 45 minuti di cassetta ogni due settimane sono tanti riascolti. Imparavamo persino brani a memoria, attivamente. Ed è una ricchezza conquistata: ho potuto raccontare la storia dei Tre capri rochi ai miei figli infanti, trent'anni dopo l'ultimo ascolto, perché le storie che ho ascoltato e riascoltato mi sono rimaste.

Sono cose che restano. Restano nella testa. Restano nel cuore. E restano fisicamente disponibili (purché trattati con la dovuta cura, cosa che ad esempio non è stata per i nostri fascicoli e le nostre cassette; ho già detto quanto sono grato per i raccoglitori di mia moglie? e sí, anche per la digitalizzazione di Susy di Napoli, che fisica non è, ma di questo parlerò a breve).

Oggi qualcosa del genere sarebbe impensabile.

Nuovi contenuti, sempre nuovi “contenuti”. Guai a ritrovarsi a fruire per la seconda volta di qualcosa di già visto, letto o sentito (a meno che non sia una di quelle image macro assurte al ruolo di meme, o l'ennesima copia dell'ultimo trend sulla piattaforma di condivisione di short in voga al momento, chiaramente). E non è solo una scelta personale: è una necessità di sopravvivenza per i distributori: bisogna massimizzare l'engagement, mantenere gli utenti inchiodati alla piattaforma, drogati da un'infinità di contenuti vacui ed insignificanti prodotti a costo zero (ovvero scaricandone il costo sui content creator disposti a farsi sfruttare per noccioline ricavate dalla pubblicità). Bisogna diseducare le persone a fermarsi, riascoltare, rivedere, rileggere, riflettere, imparare. Il prima possibile.

Ma non è solo questione di una intenzionale “malignità”: il modello delle “sottoscrizioni” con le “app” in “streaming”, anche quando scelto per pure questioni economiche da un editore o distributore (quindi non con uno specifico intento deleterio, ma semplicemente come meccanismo di massimizzazione del profitto) è intrinsecamente inferiore per chi ne fruisce, già solo per il fatto che il fruitore si priva del piú potente strumento della memoria: il possesso.

Non voglio dilungarmi qui sui limiti etici e pratici della “gestione delle restrizioni digitali” ironicamente chiamata Digital rights management; mi limiterò quindi a qualche esempio, prima dei quali vorrei però sottolineare che non ho obiezioni al digitale (tutt'altro: per esempio, come ho già detto, non fosse stato per l'opera di digitalizzazione fatta da Susy di Napoli, i miei figli non avrebbero potuto fruire dei Racconta Storie —ed ancor meno dei C'era una volta— come invece hanno potuto), ma che so (vorrei dire ritengo, ma devo ancora incontrare qualcosa che dimostri false le mie considerazioni) che cosa può e non può comportare il digitale.

Il primo punto negativo di cui tener conto è che tutto ciò che è disponibile solo “in streaming” richiede connettività Internet, e con buona pace degli sforzi fatti per portarla “dovunque”, rimane comunque meno disponibile della corrente elettrica, l'unica cosa che serve per qualunque riproduttore audio, analogico o digitale che sia, da supporto fisico (vinili, cassette, CD, penne USB, dischi fissi interni o esterni, o qualunque altra cosa), senza contare che i fascicoli stampati rimangono fruibili anche senza corrente (almeno alla luce del sole). Ovviamente, a questo si aggiunge il fatto che senza la possibilità di scaricarsi fascicoli ed audio per poterne fruire con calma, si rimane in balia dell'editore e del distributore, che in qualunque momento possono decidere di abbandonare il servizio, o non renderlo piú fruibile su questo o quel device.

E per inciso questo non è solo un problema dello streaming: anche i siti come Oasi delle Anime, iRaccontaStorie.it, Story Teller Website ed STME potranno sparire da un momento all'altro. Se vi interessano i contenuti, fatevene una copia adesso.

In secundis, tutto ciò che è fruibile solo tramite “app” non può essere controllato dall'utente. I modi in cui questo danneggia l'utente sono molteplici, anche qui ne menzionerò solo qualcuno pertinente ad una ipotetica iniziativa paragonabile a quella dei Racconta Storie.

La prima cosa che viene in mente è che essere costretti all'uso di un flipbook digitale significa perdere, tra le altre cose, la possibilità di disaccoppiare audio e video. Una cosa che apprezzo molto del succitato progetto STME è che è sí disponibile il flipbook (con tempi di caricamento biblici, ma di questo parlerò dopo), ma è anche possibile scaricare separatamente il PDF di ciascun volume, nonché ciascuna traccia audio. Significa, ad esempio, poter ascoltare le storie durante i viaggi piú lunghi, lasciando i bambini liberi di guardarsi attorno pur intrattenendoli con qualcosa che interessa loro.

Ed ovviamente, il possesso (che sia analogico o digitale) di una tale opera permette maggiore flessibilità nella fruizione rispetto allo streaming: ad esempio, i bambini possono scegliere se leggere/ascoltare la stessa cosa, o cose diverse in contemporanea La seconda non è detto che sia permessa dall'“app”, anche se installata su piú tablet, men che mai se in piú di due (non sto qui a ricordare la débacle quando Netflix decise il giro di vite sulla condivisione degli account). Mi si potrebbe obiettare che comunque cartaceo e cassetta permettevano questa flessibilità solo con la granularità del singolo fascicolo (a meno di non comprarne due copie), ma il digitale per propria natura permette di raffinare questa granularità ed è solo per le restrizioni arbitrarie del DRM che non se ne può godere.

Infine (tertium e poi mi fermo qui), il vantaggio assoluto del bene fisico rispetto a qualunque virtualizzazione è la semplicità del prendere fascicolo e/o cassetta (o CD) per mettersi alla lettura/ascolto (sí, a condizione di avere disponibile e facilmente accessibile un riproduttore audio, e supponendo che fascicoli e cassette/CD siano tenuti bene). Questo dipende in parte dalla qualità dell'“app”, nel senso che è possibile progettare l'interfaccia in modo da minimizzare la frizione ed anzi facilitare la fruizione anche oltre quello permetto dal supporto fisico (ad esempio, nella ricerca di specifiche storie o episodi): ma nella mia esperienza queste “app” non sono generalmente progettate con questo intento.

(La questione della ricerca di uno specifico episodio è abbastanza curiosa come situazione: una “app” con una buona interfaccia può portare direttamente al punto desiderato; sul cartaceo la cosa può essere facilitata da un indice, ma rimane comunque la necessità di sfogliare i fascicoli alla ricerca del punto giusto, ed ovviamente le cassette audio non si prestavano affatto all'accesso casuale, ma la cosa è possibile con i CD. D'altronde, già il solo atto di sfogliare un volume può stimolare l'interesse alla lettura o all'ascolto, e questo rimane un punto forse paradossalmente di vantaggio di fruibilità per l'analogico, anche quando gli strumenti elettronici per la consultazione dei fascicolo permettono visioni d'insieme o altri meccanismi per la consultazione rapida.)

Eppure anche nel caso ideale nulla può superare la semplicità di accesso del modello fisico: già solo il fatto di avere i fascicoli fisici sottomano ed un riproduttore audio finalizzato, che rende disponibile (dal momento dell'inserimento della cassetta o CD) solo quella specifica opera è un modo di focalizzare la fruizione che non è riproducibile con un prodotto virtualizzato, dove ogni azione (accensione/risveglio del tablet/furbofono, ricerca dell'“app” dedicata, ricerca all'interno dell'“app” etc) è fonte di distrazione.

(Bonus: i fascicoli dei Racconta Storie sono in formato A4, e sfogliarli presenta due pagine per volta, quindi l'equivalente di un A3, 20" di diagonale. Siate onesti, quanti tablet conoscete con un formato confrontabile?)


Mi sono fatto due conti.

Un preventivo di print on demand per un volume di 850 pagine A4 a colori su carta patinata opaca da 135 g/m² costa circa 25 € (almeno su questo sito). Il grande libro delle fiabe e delle storie illustrato da quello stesso Tony Wolf delle già citate Fiabe Sonore e pubblicato dalla Dami costa poco meno di 40 € per 432 pagine in copertina rigida. (La versione ridotta, da 120 pagine, costerebbe 10 € se fosse ancora disponibile, ed avrebbe un CD audio allegato, ma non ho maggiori informazioni.)

Il classico album dei Pink Floyd, The Wall, doppio CD per piú di 80 minuti di musica, costa intorno ai 15 €. A braccio, contando due fascicoli di audio come equivalenti ad un The Wall, moltiplicando per 15 (13 coppie di fascicoli piú i due supplementi da 90 minuti) verrebbero 225 €.

(Per confronto, ho provato a vedere quanto “costa” il doppiaggio, e se ho letto bene il PDF di questo CCNL si parte da 11,5 €/minuto per il singolo attore; 1 300 minuti di audio sono non meno di 15K€ senza considerare il resto del personale coinvolto.)

Quando la Fabbri ha ripubblicato nel 2015 le già citate Fiabe Sonore con audio su CD, il prezzo dei singoli fascicoli era di 7 € (a parte la prima uscita da 4 €). Ma anche supponendo 10 € a fascicolo, 26 fascicoli piú due supplementi da 15 € o 20 €, il costo complessivo dell'opera (per l'acquirente) sarebbe di circa 300 € (che scenderebbero a poco piú 200 € con 7 € a fascicolo): a ben guardare, tutto considerato, non economico, ma nemmeno troppo costoso per quello che ti rimarrebbe in mano.

(Proviamo a fare un confronto con gli anni '80: un gelato confezionato costava intorno alle 500 lire, quindi un fascicolo dei Racconta Storie costava quanto 9 gelati; d'altronde, L. 132 500 per la raccolta completa comportava in un anno una spesa pari a circa un quinto dello stipendio mensile di un operaio; oggi un gelato confezionato costa intorno ai 2 €, e 10 € a fascicolo sarebbero l'equivalente di 5 gelati; d'altronde, e 300 € per la raccolta completa comporterebbero in un anno una spesa pari a piú di un quinto dello stipendio mensile di un operaio. Incredibile quanto piú costosi di ieri siano i gelati, in rapporto agli stipendi. Ma avevo già parlato di quanto fosse deprimente provare a fare i confronti, visto che l'unica cosa che emerge è la massiccia —e ben nota— perdita di potere d'acquisto degli stipendi negli ultimi 50 anni.)

Posso fare due riflessioni per sottolineare l'utilità di ciò che rimane in mano.

Come ho già detto, la mia famiglia d'origine è cresciuta con i Racconta Storie ed i C'era una volta, ma diciamo che avremmo potuto essere piú cauti con la loro conservazione. Vista la passione che i miei figli hanno sviluppato per la raccolta (quasi) completa dei Racconta Storie ereditata dalla loro madre, quando ho potuto siamo andati a cercare di ripescare quello che si poteva ritrovare delle nostre raccolte d'un tempo, tra garage e scatoloni distribuiti nel parentado immediato, riuscendo a recuperare forse cinque fascicoli, a volte nemmeno completi, dei C'era una volta. E nella mia esperienza vissuta da genitore questo ha una evidente importanza nella scelta delle cose da ascoltare, e dell'interesse sviluppato per l'ascolto. Questo è forse piú importante per evidenziare l'accoppiata vincente “albo illustrato piú audiolibro”, che potrebbe essere ricostruita con un tablet ed un'“app” dedicata, ma non va dimenticato che questa alternativa verrebbe pagando lo scotto delle penalità discusse sopra (il formato, la flessibilità, l'accessibilità).

Ma possiamo andare oltre. Consideriamo che un abbonamento ad un'“app” di audiolibri in streaming costa intorno ai 10 €/mese: si fruisce della sola lettura, spesso con inutili limiti arbitrari su cosa e quanto ascoltare, e soprattutto senza che nulla rimanga in mano al fruitore: dopo 30 mesi (due anni e mezzo) di abbonamento si sarà sostenuta una spesa pari all'ipotetico progetto editoriale che ho appena descritto, senza che di questa spesa rimanga altro che la memoria di un'esperienza vissuta, e che con ottime probabilità non potrà essere tramandata alle prossime generazioni. Se anche nessuno si fosse presa la briga di digitalizzare l'audio di Racconta Storie e C'era una volta, ai miei figli sarebbe comunque rimasto qualcosa.

E forse quello che mi fa mangiare le mani piú d'ogni cosa è che oggi un'iniziativa editoriale di questa portata potrebbe fornire qualcosa di tecnicamente impensabile 40 anni fa.

Lasciatemi sognare un momento, una cosa anche semplice.

Immaginiamo un'iniziativa editoriale che ricalchi quella dei Racconta Storie, ma che sfrutti a pieno le nuove tecnologie: invece dell'audiocassetta, ovviamente, un CD; ma non un semplice CD audio, bensi uno in formato esteso, che affianchi alle tracce audio una versione digitale del fascicolo.

Prima domanda: perché proprio un CD? Perché rimane il miglior supporto universale per combinare audio e dati: l'obiettivo qui è avere qualcosa per cui si possa riprodurre l'esperienza del “metto il supporto nel riproduttore e subito sento l'audio, sfogliando il libro”, ma con migliore qualità audio e con aggiunta la possibilità di avere anche una copia digitale del fascicolo. Ci si potrebbe spingere anche oltre, ad esempio mettendo una copia in formato FLAC delle tracce audio tra i dati. Troppo spazio? Nessun problema: alleghiamo due CD, come i lati A e B delle musicassette, oppure piú banalmente un CD audio ed un CD di “contenuti speciali” (questa scelta funziona particolarmente bene per l'equivalente dei supplementi natalizi, i cui 90 minuti comunque non starebbero su un CD, portando il numero di CD a 3: due CD audio da 45 minuti ed un CD di “contenuti speciali”.)

È pur vero che, nonostante la recente rimonta delle vendite di CD (sí, la gente sta cominciando a rendersi conto che lo streaming è una mezza fregatura, ed a pentirsi di aver dato via le proprie raccolte di CD), possiamo aspettarci che i lettori di CD siano meno diffusi oggi tra il pubblico che una ventina d'anni fa; ed anche se un lettore CD entry level costa 20–25 €, forse non ci si può aspettare che la gente spenda i soldi apposta —a meno di non allegarlo, opzionalmente, al primo fascicolo della rivista. Ma si può fare anche di meglio (o di piú, è il caso di dire): all'interno del fascicolo, mettere un codice per poter accedere agli stessi contenuti del CD dati, ma online, e possibilmente anche tramite “app” gratuita sul tablet o cellulare, venendo incontro alle limitazioni delle nuove generazioni.

Dirò di piú: per le nuove generazioni, un'iniziativa del genere sarebbe qualcosa di nuovo, che proprio per la sua originalità potrebbe suscitare interesse —e se raccoglie quello dell'influencer del momento, potrebbe arrivare ad avere un successo notevole. E per quelli che riuscirebbe a catturare, non so se spingermi fino a sostenere quanto potrebbe essere educativa, ma non ho dubbi sul valore potrebbe avere, per genitori ed infanti.

Seconda domanda (valida principalmente per chi ha o progetta di avere bambini): sareste interessati ad una simile iniziativa, e se sí in che fascia di costo? Sinceramente, io sí, nonostante il grande sia ormai un po' troppo grande per queste cose, e la piccola sia “uscente”, se dovesse partire un'iniziativa del genere con l'incipiente anno scolastico probabilmente la prenderei in considerazione comunque, al succitato prezzo 10 € per fascicolo, e forse persino qualcosina di piú. E forse regalerei un abbonamento alla mia sorella con figli piccoli. E lo segnalerei a qualche collega con pargoli nella “zona d'interesse”.

Terza domanda: sarebbe sostenibile, per l'editore? Come ho già detto, non ho dubbi sul valore che un'iniziativa del genere avrebbe per l'acquirente. Ma non è questa, purtroppo, l'anima del commercio (nonostante le menzogne su cui gli economisti costruiscono le loro fandonie, lo scopo delle imprese non è fornire servizio, ma fare soldi; l'eventuale servizio fornito è puramente accidentale). Perché un'iniziativa del genere possa essere anche solo presa in considerazione, l'editore deve poterci guadagnare, e possibilmente piú che percorrendo strade alternative.

Vorrei qui avere una maggior familiarità con i costi di produzione e distribuzione nelle edicole, ma mi viene difficile credere che per un'iniziativa del genere la parte “fisica” della produzione costi piú di un paio di euro a numero (sempre estrapolando dal succitato sito di POD), probabilmente meno al crescere del numero di copie. Aggiungendo a questo il 20% (se ho capito bene) per l'edicolante, dei 10 € ipotizzati come prezzo di copertina rimangono circa 6 € a copia (e almeno 10 € per i supplementi), con cui coprire le effettive spese di produzione (personale, diritti, tasse) ed ovviamente il profitto.

Mi piacerebbe avere un'idea anche solo approssimativa di quante copie sono state vendute dei Racconta Storie e dei C'era una volta (dei secondi sospetto meno che dei primi), per farmi un'idea almeno dell'ordine di grandezza che ci si può aspettare per un'iniziativa di successo (mille? diecimila? centomila?), ma se ci facciamo due conti anche già solo con 1 000 copie vendute dell'intera serie completa si parla di un budget di 156 000 € (calcolati da 6×26×1000), che diventano 176 se si riescono a vendere anche i famosi supplementi natalizi: numeri che a me già cominciano a sembrare interessanti (stiamo parlando, dopo tutto, di 3 stipendi da 50 000 € lordi per un anno) ma che probabilmente per un editore saranno numeri da far ridere i polli —ma sono i numeri per mille copie vendute. Con dieci o centomila immagino che il numero di zeri cominci a diventare interessanti anche per loro.

Ma davvero si riuscirebbero a vendere decine di migliaia di copie per una iniziativa del genere? Secondo l'ISTAT ci sono al momento circa 2 milioni di bambini sotto i 5 anni, e circa 2 milioni sotto i 10. Non ho trovato l'indicatore specifico, ma combinato con altri dati direi che da questo e dai tassi di fertilità possiamo dire che ci sono almeno 1 milione di famiglie come target potenziale, forse anche 2. (O ci sarebbero, se non ci fosse, tra le altre cose, un problema legato alla massiccia perdita di potere d'acquisto causata da 50 anni di “neoliberismo”. E torniamo al problema della disponibilità finanziaria della potenziale clientela.)

Ma si pone forse un problema ancora piú pressante, uno in cui emerge subito come gli interessi dell'acquirente sono in forte contrasto con quelli del venditore: non diversamente dall'obsolescenza programmata, qualcosa che fornisca “troppo” valore all'acquirente è anatema per il venditore, ed in questo caso la “follia” è la versione digitale del fascicolo (e possibilmente dell'audio) allegata al cartaceo: non è difficile immaginare come il giorno dopo l'uscita del primo fascicolo se ne troverà almeno una copia a girare su Internet, libera da scaricare da, diciamo cosí, fonti non ufficiali.

Qui si potrebbe aprire una lunga parentesi sulle questioni dei diritti legali e morali ed il loro rapporto con l'informatica, ma non voglio partire troppo per la tangente, quindi sarò breve (risate).

La prima osservazione da fare è che la “comparsa” di copie digitali non autorizzate è sostanzialmente inevitabile. La prova piú lampante è proprio l'Oasi delle Anime, ed il ruolo che Susy di Napoli ha giocato nel preservare la ricchezza dei Racconta Storie e dei C'era una volta. Ed è inevitabile perché qualunque cosa sia fruibile da un essere umano è digitalizzabile: il famoso “problema” del buco analogico che rende sostanzialmente inutili tutti gli sforzi compiuti dalla mafia del copyright nel cercare di rendere “incopiabili” i loro prodotti.

Pertanto, l'unica differenza tra il fornire o il non fornire la versione digitale del fascicolo è semplicemente la quantità di lavoro che dovrebbe essere svolto dall'ipotetico “pirata” per digitalizzarlo, ed ovviamente la qualità della versione digitalizzata; e se è vero che non c'è motivo di favorire inutilmente l'operato del “pirata”, dovrebbe anche essere vero che non vi è motivo di penalizzare chi fruisce legalmente del prodotto.

C'è da considerare però (e questa è la seconda osservazione) che il valore primario di un'iniziativa editoriale come quella di cui stiamo parlando è proprio quello di portare nelle case una raccolta di opere letterarie per bambini in formato misto (cartaceo con audiolibro) e questo è un valore che non può essere “intaccato” dalla “pirateria”, anche quando le copie digitali non autorizzate siano di ottima qualità.

La versione digitale su CD, in questo senso, è solo un valore aggiunto, che non intacca quello primario, per permettere ad esempio la lettura su un tablet in aggiunta a quella su carta senza dover passare da Internet e senza essere legati alla specifica “app” (che vincolerebbe anche il sistema operativo), nonché per facilitare l'archiviazione personale del prodotto legalmente acquistato —azione, ricordiamo, permessa dalla legge, e la cui legalità comporta in Italia un incremento dei costi dei supporti fisici (inclusi dischi fissi, chiavette USB e schede di memoria) per il balzello SIAE anche dove questi non vengano in alcun modo usati per archiviare materiale protetto da copyright.

Ovviamente un discorso del genere non convincerà mai nessun editore, anche tenendo conto del fatto che una larga fetta della potenziale clientela non avrebbe sí gli strumenti per andarsi a cercare le famose “copie pirata” su Internet, ma nemmeno saprebbe che farsene dei dati sul CD, probabilmente (e allora perché metterli? a mio personale uso e consumo), mentre potrebbe essere attratta, ad esempio, dall'“app” a cui avevo accennato e che darebbe accesso legale ai medesimi contenuti a chi è in possesso della copia cartacea.

Anche togliendo di mezzo il famoso CD dati, però, dubito che un'iniziativa del genere verrà piú presa in considerazione. Benché il mercato potenziale sia enorme, infatti, la verità è che l'esperienza proposta è diventata sostanzialmente aliena. Per cercare di “sviare” nuovamente i clienti verso questo tipo di potrebbe sarebbe necessaria una vasta campagna pubblicitaria in netta controtendenza alla direzione scelta da una grossa fetta del mercato editoriale multimediale.

Vi svelo un segreto, che sospetto sia sconosciuto anche a molti dei nostalgici dei Racconta Storie e dei C'era una volta: c'è stato un tentativo di riedizione agli inizi del nuovo millennio, con un progetto che ha riproposto le medesime storie, traduzioni e letture dei periodici degli anni '80, ma su CD per l'audio e con una nuova veste grafica per i fascicoli (sospetto che la casa editrice, una a me sconosciuto OLIRIALE & C s.r.l. di Milano, sia riuscita ad ottenere i diritti alle traduzioni ed alle letture, ma non all'arte degli Story Teller originali, anche se le motivazioni avanzate in questo articolo-intervista del 2003 sono diverse), al prezzo di 6,50 € per i fascicoli successivi al primo; il sito originale non è piú raggiungibile dal 2014, nonostante il dominio sia ancora registrato e sia stato regolarmente rinnovato dalla casa editrice; i curiosi possono ancora visitarlo tramite archive.org, scoprendovi chicche come le custodie per i CD da stamparsi in casa, o la presenza di alcuni contenuti multimediali extra, fiabe animate confezionate sotto forma di programmini per “PC” (Windows) e “Macintosh”.

Senza nulla voler togliere agli sforzi di Elena Quarestani (che sospetto essere la fondatrice di Assab One) e Luca Pancrazzi (che guardacaso allo stesso Assab One ha esposto), il lavoro che hanno svolto è stato un lavoro chiaramente di passione che però trasuda amatorialità (vi ricorda qualcosa?), in un contesto in cui quello che serviva era già in partenza un massiccio investimento professionale e commerciale. Non mi dilungherò sui dettagli del perché parlo di “amatorialità”, ma porterò due piccoli esempi, le custodie “casalinghe” per i CD, e queste due frasi dalla succitata intervista:

Si tratta di un prodotto di nicchia nel panorama dei periodici per i bambini, e in edicola ha bisogno di un po’ di tempo per trovare il suo spazio tra tante pubblicazioni vistose e aggressive. Bisogna conoscerlo e andarlo a cercare.

Senza speranza2. Poco importa se su questo tema hai lavorato con qualche scuola di Milano o il BambiMus di Siena, non è cosí che si può portare avanti un progetto editoriale del genere (e non voglio nemmeno entrare nel merito delle scelte sulla veste grafica).

Ed in un certo senso è proprio qui il paradosso: le risorse necessarie per portare al successo un progetto editoriale di qualità comparabile a quello dei Racconta Storie e C'era una volta degli anni '80 sono disponibili solo con l'appoggio di una casa editrice di un certo spessore, ma vi è ben poca speranza che una casa editrice di un certo spessore scelga davvero di investire in un progetto del genere, men che mai per proporre nuovi contenuti (e non solo una riedizione della versione italiana degli Story Teller, il cui materiale è probabilmente accessibile in maniera piú economica)) —ironicamente, perché un tale progetto potrebbe ben essere un investimento a lungo termine per formare una nuova generazione di lettori “cartacei”. Ma chi mai investe (ora soprattutto) per qualcosa i cui frutti si vedranno (forse) tra vent'anni?

E cosí ci ritroviamo con una Disney che ripropone in salsa Leggi e ascolta (in libricini con QR Code, ma senza CD) la medesima sfangatura delle fiabe tradizionali (e non) che ha già smaciullato in decenni di cartoni animati, tentativi di audiolibri da edicola, e altre “iniziazioni alla lettura” che sanno piú di vendita di gadget che di valorizzazione culturale.

E allora forse il problema non è nemmeno la possibilità o meno di profitto. Forse, ciò che davvero C'era una volta e non ci sarà un'altra è proprio una cultura della cultura.


Lumaca lumachina
che cammini piano piano
vien su per la collina
e ce ne andrem lontano.

Una canzone per una lumaca
(titolo originale: A Song for Slug)
Linnie Price, traduzione di (a me) ignoti; da:
C'era una volta, fascicolo 7, p.188

  1. opinabile. ↩

  2. a voler essere proprio cattivo, parlerei di quanto quell'intervista mi puzzi di fuffa e mistificazione, ma non voglio esagerare. ↩

La cultura dell'incultura

Il contraltare allo snobismo degli intelletuali cui ripugna qualsiasi attività manuale

Questa è una versione estesa, sotto forma di articolo, di un mio recente thread su Mastodon

Qualche tempo fa sul Fediverso si è parlato dello snobismo di certi intellettual(oid)i cui “ripugna” qualsiasi attività “manuale”, al punto talvolta persino di arrivare a vantarsi di non saper piantare un chiodo o stringere una vite.

Essendo quello il tema principale del thread, si è parlato sostanzialmente solo di quella faccia della medaglia, ma io non ho potuto fare a meno di notare che la medaglia ha un'altra faccia, il contraltare di quello snobismo, lo spirito anti-intellettuale ed anti-culturale che è diventato possente negli ultimi decenni, ma che serpeggia in certi ambienti da almeno 50 anni, se non dagli anni '60 del XX secolo —e a guardar bene, in certi altri, anche da prima (ricordiamo il “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” di Baldur von Schirach ed erroneamente attribuito a Goebbels).

Sia chiaro che le critiche al suddetto snobismo non rientrano in questa discussione. Parliamo invece della progressiva svalutazione della cultura, dell'educazione e del lavoro intellettuale, soprattutto se “fine a sé stesso”, sovvertendo quello che prima era invece uno stimolo verso l'elevazione del proprio status (qualunque cosa questo significhi), per trasformarlo quasi in un insulto: un atteggiamento che ha dei risvolti pratici che arrecano danni generazionali irreparabili.

Un marcato esempio di questo si trova nella trasformazione della scuola, su cui non posso dire meglio di quanto tanti altri hanno detto. Un'ottima sintesi la troviamo in questo brevissimo intervento di Alessandro Barbero sull'infame “alternanza scuola-lavoro” che molti dei miei lettori avranno certamente già avuto modo di ascoltare.

E purtroppo, la martellante campagna della “cultura dell'incultura” mossa dalla classe dominante ha sortito i suoi effetti: può darsi che sia solo una mia percezione, ma la sensazione che ho, a vedere le nuove generazioni ed i loro genitori, è che la mia sia stata l'ultima generazione per la quale gli “incolti” (operai, manovali, braccianti, spesso con sí e no la terza media) vedevano ancora alla scuola dei figli come un'opportunità —anche quando non potevano permettersi di mandarli oltre l'obbligo per necessità economica.

Ci sarebbe qui da aprire un'ampia parentesi sulla qualità della scuola e degli insegnanti, e come questo potrebbe in alcuni casi giustificare un certo atteggiamento spregiativo nei confronti dell'educazione scolastica, soprattutto da parte di chi ha —ma piú spesso solamente crede di avere— gli strumenti per giudicare la qualità della didattica, ma si andrebbe un po' per la tangente.

Mi limiterò ad osservare che sembra si sia passati da una forse eccessiva deferenza nei confronti degli insegnanti ad una immotivata e controproducente diffusione di quell'atteggiamento “irriverente” (quando non addirittura violento) che un tempo era prerogativa principalmente di certi “lei-non-sa-chi-sono-io” che spaziavano dall'“incolto” arricchito al mafioso di turno.

Dietro la diffusione di questa cultura dell'incultura c'è però qualcosa di piú del semplice interesse classista (cui accenna Barbero) a mantenere l'ignorante ignorante e quindi piú facilmente sfruttabile, o forse sarebbe meglio dire “qualcosa in meno”: la realtà è che oggi anche la maggior parte degli sfruttatori non conosce piú davvero il valore della cultura.

Per approfondire questo punto, vorrei prima parlare del perché (storicamente) il lavoro intellettuale è stato considerato superiore a quello manuale.

In soldoni, il lavoro intellettuale può permetterselo chi ne ha il tempo, le energie, e gli strumenti; e questi li ha chi ha altre persone che si dedicano alla soddisfazione dei suoi bisogni primari. E storicamente questo significa sostanzialmente aristocratici e religiosi. (Anche qui servirebbe una parentesi, per parlare invece dell'arte e della cultura popolari, degli artisti itineranti etc, ma anche qui si andrebbe per la tangente.)

Con questa considerazione, il lavoro intellettuale sarebbe da considerarsi superiore già solo in virtú di chi può permetterselo, o quanto meno di quando ce lo si può permettere. Ma forse piú ancora che la dicotomia tra lavoro intellettuale e lavoro manuale si dovrebbe guardare, soprattutto oggi, ad altre due: quella della funzionalità del lavoro, e quella della sua meccanicità.

L'aristocratico che poteva permettersi di riflettere sui massimi sistemi invece che lavorare i campi svolgeva un'attività “superiore” non perché la sua fosse intellettuale piuttosto che manuale, quanto perché la sua era fine a sé stessa (ovvero non funzionale alla sopravvivenza sua o del suo gruppo di appartenenza) e non meccanica —a differenza ad esempio di scribi e segretari che svolgevano un'attività anch'essa intellettuale, ma funzionale e spesso puramente meccanica.

(Qualcuno potrebbe obiettare a questa mia scelta dei termini: una appendice cerca di chiarire meglio ciò che intendo con questi termini.)

Ovviamente a questo bisognerebbe aggiungere che ci sono stati periodi storici in cui già solo il saper leggere e scrivere era motivo di vanto, anche perché il fatto che l'aristocrazia potesse permettersi di farlo non significa che lo facessero o ne avessero voglia —per cui anche il semplice meccanicismo della lettura e della scrittura apriva possibilità di lavoro “eccellenti” al servizio diretto dei potenti. (Spero che le mie semplificazioni non facciano venire l'ulcera agli storici che mi leggeranno.)

La borghesia ha sempre avuto aspirazioni aristocratiche. Non vi sto ad annoiare con un'esegesi del parvenu o del disprezzo verso il nouveau riche, ma è un fatto che “da sempre” l'arricchito ha cercato di emulare l'aristocratico, o quanto meno la propria idea di come l'aristocratico avrebbe potuto comportarsi. E nella misura in cui il lavoro intellettuale era stata prerogativa dell'aristocratico che campava di rendita, il borghese poteva aspirarvi come risultato della propria “riuscita”, per sé o per la propria discendenza.

Un cambiamento epocale in tal senso è avvenuto con la rivoluzione industriale, soprattutto la c.d. seconda rivoluzione industriale. Le ramificazioni per quello che riguarda l'argomento di questo articolo sono molteplici.

Sintetizzando “beyond the point of silliness”, i tre cardini di questo cambiamento sono l'esplosione del lavoro intellettuale “meccanico” (burocrazia), la demolizione del privilegio nobiliare “titolato”, e la transizione al valore economico come unica misura di … valore. Non è difficile vedere l'impatto che queste trasformazioni hanno avuto su —mi si permetta il termine— l'intellettualismo.

Ci sarebbe moltissimo da dire su questo, e gran parte di quello che vorrei dire lo potete trovare su Bullshit Jobs di Graeber, che ne parla meglio di quanto io possa mai sperare di fare, ma darò comunque per completezza almeno un punto ad ogni cardine, lasciando però il primo per ultimo, come introduzione ad un discorso piú approfondito che desidero fare sulla questione della “meccanicità” del lavoro.

Partiamo quindi dall'ultimo. La transizione al valore economico come unica misura di valore ha completamente smantellato quella che era un tempo la dicotomia tra lavoro “funzionale” e lavoro “fine a sé stesso”, svalutando completamente il secondo se non nella misura in cui questo può essere sfruttato a fini commerciali, dando cosí tra l'altro il colpo di grazia al mecenatismo: dove dapprima ci si circondava di artisti anche come sfoggio della propria ricchezza (non solo economica) (e magari a condizione che l'artista infilasse la dovuta leccatina di piedi —pardon, il dovuto ringraziamento— al proprio mecenate) oggi la ricchezza “superflua” non esiste piú, e va reimpiegata ad accrescere sé stessa per far diventare il possidente piú ricco del piú ricco dei ricchi, in un inseguimento di net worth talmente alti da essere privi di senso. (Se ne avrò tempo e voglia prenderò altrove una tangente sul “mecenatismo sportivo”, che merita un discorso a parte.)

Sulla dicotomia tra lavoro “funzionale” e “fine a sé stesso” ci sarebbe peraltro da aprire un'altra lunga parentesi, soprattutto sulla “non funzionalità” del secondo, ma di questo parleremo magari piú avanti.

L'abolizione dei titoli nobiliari, sancita definitivamente in Italia al titolo XIV delle «Disposizioni transitorie e finali» della Costituzione è un'indubbia vittoria della sinistra … o no?

È facile vedere il positivo dell'abolizione del valore dei titoli nobiliari, privilegi ereditari di una classe di rentier parassiti. Piú difficile vederne il lato negativo: la sparizione dell'ultima classe ancora in grado di esprimere il valore dell'otium, quell'ozio dagli antichi considerato aspetto talmente caratteristico dell'uomo libero da portare a definire la gestione degli affari intesi a produrre profitto come il suo opposto (negotia).

È possibile che in un contesto sociale, politico ed economico diverso, il vuoto lasciato dalla soppressione (almeno de jure) di questa classe avrebbe potuto essere riempito da qualcosa di diverso ed ancora in grado di esprimere tale valore —ma a fronte del punto già trattato, l'espansione della “cultura” sedicente “liberale” ha trovato campo aperto, senza argine, ad imporre la propria idea unica sul valore.

L'aspetto forse piú grottesco di questa trasmutazione è che la struttura di fondo necessaria per l'otium, la gerarchia dello sfruttamento che permette al potente di avere il tempo libero, è rimasta sostanzialmente inalterata, con la sostituzione della schiavitú dell'antichità con la moderna schiavitú salariale, che continua a vedere nel sottoposto nient'altro che uno strumento produttivo (non piú solo manuale, essendo il “terzo settore” campo di profitto nuovo e spesso piú redditizio).

Ma una cultura che non conosce altro valore che il profitto non sa che farsene del tempo libero, se non cercandovi altre opportunità di profitto e potere (e qui, se avessi tempo e voglia, potrei riagganciarmi alla discussione che non ho fatto sul “mecenatismo dei tempi moderni”, dal già citato esempio dello sport a quello della medicina (un esempio a caso) —ma, ripeto, non è una discussione in cui mi voglio impelagare).

Forse ancora piú importante, questa visione ha amplificato anche gli effetti già di per sé deleteri dell'esplosione del lavoro intellettuale “meccanico”, a spese di quello che —per mancanza di un termine migliore (al momento)— chiamerò “creativo” (di questa scelta parlerò anche piú avanti): non solo infatti il “saper scrivere” (esemplificando) viene svalutato dirottandolo massicciamente su attività ripetitive e di scarso interesse per chi le pratica, ma la stessa prospettiva viene applicata anche a quelle attività intellettuali che meccaniche non dovrebbero essere, come la produzione artistica.

Se vi viene la sensazione che il tema sia vicino a quello dei (ringraziamo Stefano Quintarelli per la proposta), ovvero dei Large language models che vengono spacciati per Intelligenza Artificiale pur non essendo altro che “pappagalli statistici”, è perché questo è proprio il frutto di questa trasformazione.

È un tema su cui ancora non ho avuto la pazienza di scrivere molto, ma qualche spunto (in inglese) legato al tema di questo articolo lo trovate qui, dove esploro l'idea della (generazione continua di contenuti) —ed a prescindere dal fatto che tale mia analisi si riveli corretta o meno, il modo in cui queste parodie di “intelligenza artificiale” vengono spinte per sostituire il lavoro creativo rimane a conferma di quanto ho menzionato all'inizio: i potenti di oggi non conoscono il valore della cultura.

Non c'è quindi solo un interesse socioeconomico dietro la “cultura dell'incultura”, ma una genuina mancanza di apprezzamento per la stessa, se non per un'inerzia mentale che andrà a sparire completamente nel giro di un'altra generazione.

Potrei concludere qui questa infinita tirata, ma voglio cogliere l'occasione per approfondire in una sorta di appendice alcuni aspetti “semantici” che mi ero specificamente lasciato da chiarire dopo aver affrontato il tema principale, e che hanno suscitato reazioni urticanti in alcuni lettori impazienti “in corso di stesura” del thread originale.

“Appendice” semantica

Per questo vorrei tornare sulle due dicotomie che ho menzionato all'inizio, e che a mio parere sono una chiave interpretativa piú utile della dicotomia tra lavoro manuale e lavoro intellettuale: la dicotomia tra lavoro “funzionale” e lavoro “fine a sé stesso”, e la dicotomia tra lavoro “meccanico” e lavoro “creativo”. E colgo subito l'occasione di rimarcare che l'uso delle virgolette qui non è casuale o tipografico.

Quelle virgolette sono lí a significare espressamente che queste scelte vanno prese cum grano salis, essendo state scelte sostanzialmente per un desiderio di brevità (immaginate quanto piú avrei scritto se ciascuna di esse fosse stata sostituita da un'espressione sufficientemente dettaglia da escludere ogni ambiguità sul mio pensiero). Onde per cui si muove il mare questa appendice.

Lascio la dicotomia forse piú problematica (almeno a giudicare dai commenti degli impazienti), quella del “funzionale”, per ultima. Parliamo quindi prima della dicotomia tra lavoro “meccanico” e lavoro “creativo”, che si potrebbe vedere —in luce un po' diversa, ma che evidenzia come in realtà non si tratti davvero di una dicotomia— in termini di automatizzabilità.

Abbiamo cosí ad un estremo quei lavori ripetitivi, alienanti, che l'industrializzazione ha portato all'apoteosi, in incubi satirizzati in scene memorabili (ricordiamo almeno quella di Tempi Moderni di Chaplin (1936), film che potete vedere integrale su Internet Archive, e la nostrana scena della “fabbrica di cibernetica” in Vieni avanti cretino1), ed all'altro estremo manifestazioni uniche ed irripetibili dell'individualità del creatore.

Qualcuno potrebbe obiettare che con questa prospettiva, grazie ai sempre piú raffinati modelli “generativi”, anche l'arte rischia di venir inglobata nella categoria del lavoro “meccanico”; a questo proposito, rimando ancora al mio già citato articolo sulla generazione continua di “contenuti”, o ancora meglio, per chi preferisse una voce diversa dalla mia e piú direttamente coinvolta nella faccenda, a quello che ha scritto David Revoy sull'identità dell'artista contro le creazioni delle presunte “intelligenze” artificiali.

(Per inciso, si parla qui di “creatività” intrinseca: che certe azioni ripetitive inneschino un processo creativo inafferente l'attività stessa —famosamente, il camminare— merita un discorso a parte.)

Peraltro, che un'attività sia automatizzabile non implica che debba esserlo. Tutt'oggi, in un mondo dove l'industrializzazione ha automatizzato larghissima parte della produzione dei generi “di prima necessità” (e non solo) l'artigianato persiste, e ad esempio nel Fediverso italiano si discuteva qualche settimana fa della misura in cui le inevitabili imperfezioni della produzione artigianale diminuissero o aumentassero il valore del prodotto finale.

Eviterò accuratamente ogni discussione sul se e quanto gli artigiani siano artisti (anche perché bisognerebbe prima definire cosa sia l'arte), ma è indubbio che l'artigiano mette piú di sé nel prodotto del proprio lavoro che un operaio (e per semplicità soprassediamo su quelle persone, spesso di età “inadatta”, che vengono sfruttati come macchine pur facendo di fatto un lavoro artigianale).

D'altra parte, forse un discorso sull'arte non potremo evitarcelo nel trattare l'ultima dicotomia.

Quando ho parlato di attività “fine a sé stessa” ho voluto specificare che con questa intendevo “non funzionale alla sopravvivenza”. La specifica non è bastata, perché la scelta dell'espressione è stata comunque criticata (ad esempio da @surveyor3@mastodon.opencloud.lu), per cui mi permetterò di scendere piú nei dettagli su cosa intendevo, e per pigrizia lo farò appoggiandomi per lo piú a cose (de)scritte da altri.

Partirei, senza sorpresa di nessuno, dalla “gerarchia dei bisogni”, memeticamente associata alla Piramide di Maslow. Si potrebbero spendere pagine infinite per dibattere sulle specifiche, ma il dato di fatto rimane: delle priorità esistono, indipendentemente dalla precisione con cui possano essere quantificate o da quanto possano essere soggettive. (Non provate a contestarmi questo punto o vi inviterò a dibattere dell'importanza dell'arte nella storia dopo due minuti di chiusura ermetica di naso e bocca.)

Per inciso, anche in questo caso vediamo come non ci sia una vera dicotomia tra “funzionale” e “fine a sé stesso”, quanto una gradazione, e che —in relazione a quanto scritto prima— la “superiorità” di un'attività rispetto a un'altra sia sostanzialmente legata a quella stessa gerarchia: piaccia o no, sono considerate “superiori” le attività legate al soddisfacimento di bisogni di priorità piú bassa (ovvero “meno importanti”), perché, come già detto all'inizio, il semplice fatto di potervisi dedicare è un implicito indice di status («non devo preoccuparmi dei bisogni elementari, come un animale qualunque, quindi posso dedicarmi a quelli trascendenti»).

Ma forse piú importante dell'aspetto della priorità è quello dell'intento.

Parafrasando una citazione quasi certamente erroneamente attribuita a Feynman le attività “fini a sé stesse” sono quelle che «sí, possono dare dei risultati di utilità pratica, ma non è per quello che le facciamo».

Agricoltura e pastorizia sono attività praticate con il precipuo intento di soddisfare un bisogno primario. Ma piú da queste ci si allontana, meno questo è vero.

O lo sarebbe, se non fosse per lo strapotere acquisito negli ultimi decenni dal pensiero utilitaristico —seppure non piú espresso in termini di bisogni primari, ma dell'unica forma di valore ormai riconosciuta dai potenti— che come ho già accennato all'inizio, sarà irreversibilmente dannoso per le nuove generazioni.

E quando si parla dell'utilità dell'arte …

Mentre scrivevo la prima bozza di questo articolo nella sua forma di thread su Mastodon non ho potuto fare a meno di pensare a 7SEEDS, un manga postapocalittico di Yumi Tamura in cui squadre di (tardo)adolescenti vengono ibernate (parzialmente a loro insaputa) come ultima speranza per il genere umano di evitare l'estinzione a seguito di un cataclisma previsto.

Non so se il fatto che il manga mi venga in mente ogni volta che si parla dell'utilità dell'arte, ma anche per molti altri temi che nel manga vengono toccati, dica piú cose di me o del manga. Una cosa è certa, quest'opera “monumentale” (circa 6500 tavole pubblicate nel corso di 16 anni) è una mia grande passione. Chi fosse interessato, ed al costo di notevoli spoiler, può trovare qui (in inglese) le mie considerazioni su questo fumetto ed i suoi personaggi. (Tenete presente che l'unica edizione integrale del manga sembra al momento essere quella giapponese, quindi la mia conoscenza dello stesso è basata su una scanlation in inglese che, per quanto apparentemente di ottima qualità, potrebbe non esserlo davvero. Caveat lector.)

Come potete facilmente immaginare, in quello che è di fatto un mondo sconosciuto, dove tutto ciò che rimane della civiltà sono ruderi, dove anche le piante, gli animali, persino i cicli delle stagioni, sono sconosciuti, la questione della sopravvivenza assume per le “ultime speranze dell'umanità” (i “semi” del titolo, nel numero di 7 per squadra) un peso inimmaginabile anche per il piú miserabile degli sventurati nella nostra realtà corrente.

Eppure non è (direttamente) di questo che voglio parlare ma di alcune tavole verso la fine dell'ultimo capitolo di 7 SEEDS Gaiden, un volumetto di epilogo della serie principale, che raccoglie alcune storie secondarie.

Questo capitolo, titolato «L'abilità senza nome» (facendo fede alla scanlation «The nameless skill» dell'originale) è incentrato sulla scultura delle statue di Buddha che verranno lasciate come indistruttibili “segnaposto” ai futuri “semi”.

Il protagonista di queste tavole è il padre di uno dei ragazzi che verranno mandati nel futuro. Il figlio (come se non piú del padre) è un artista. Al padre viene data la possibilità di scegliere se mandare il figlio nel futuro in ibernazione tramite il progetto, o metterlo in un rifugio, insieme al padre.

Questo è lo scambio di battute tra il padre del ragazzo (Kiichi) e l'organizzatore del progetto (Takashi):

Kiichi: «per favore, mandatelo nel futuro. Takashi-san, ho saputo che la sua personalità non è molto … estroversa. (si copre gli occhi) Starà bene?»
Takashi: «Ho giusto la squadra per lui.»
Kiichi: «Sarà un lotta anche solo per trovare cibo, giusto? lí dove sta andando (rivela di stare piangendo) C'è davvero ragione di avere un artista in un mondo simile?» Takashi: «Un mondo del genere è esattamente dove credo che avranno bisogno d'arte soprattutto.»
Kiishi lo guarda sbigottito.
Le ultime vignette di pagina 183 e le prime di pagina 184 di 7 SEEDS Gaiden, fornite dal gruppo di scanlation True Love Translations.

Certo, qualcuno potrebbe commentare che l'autrice è un'artista, quindi magari la sua prospettiva è leggermente di parte; ma se davvero pensate che possa valer la pena andare a vivere in un futuro senza arte … be', non sono sicuro che vorrei condividere con voi il mio futuro.


  1. potete risparmiavi i commenti; il punto rimane. ↩

Mastodon versus my father's dessert

Bite-sized writing, reading and commenting as the gateway to long-form content

So, I matured an enlightening revelation these last couple of days. The key to the success of wasn't the influx of Important Names to or people discovering they could read the news there or whatever.

The key to its success was the way my father eats dessert.

Foto di una Rama di Napoli, dolce tipico della provincia Catanese
Rama di Napoli

When my father eats dessert —say, for example, a Rama di Napoli— he doesn't take the whole thing at once. Instead, he cuts it in half, and then maybe each half again in half, and then eats one of those quarters. And then the next one. And the one after. And even the last one in the end.

So in the end he eats the whole thing, but aiming at only a piece of it at a time.

Foto di cannoli siciliani
Cannoli siciliani.

Now, leaving aside that when he does this with a Cannolo siciliano he's probably violating the Geneva Convention, this approach to eating dessert is obviously only a psychological trick, to pretend you're going to eat less, whereas ultimately you eat just the same as before (modulo some crumbs, possibly, but of course you can collect them and eat them too …)

And this is why microblogging won.

I recently had a debate with @hypolite​@friendica.mrpetovan.com about what's even the point for the 500 character limit, when people keep abusing threading to post much longer stuff, split into several chunks, that are also inefficient to propagate through the , to boot! (And yes, this discussion is what triggered the revelation.)

But that's the thing, actually: not only the character limit motivates challenging creative initiative such as the 500-character known as , it actually fits extremely well in the (arguably deplorable) reading approach that has been taking over, based on short blurbs and immediate satisfaction. And yes, it's just a trick, but it works.

Just like my father ends up eating all the fragments of the dessert, the reader of a microblogging split post (such as the original of this one on the Fediverse) will most likely end up reading the whole thing, but it being in snippets both encourages a different writing style and entices the reader with a promise of brevity.

Presented with a wall of text that may requires 5 to 10 minutes to read, the casual reader may bounce off because of considerations of lack of time or prospected boredom. The split structure encourages reading, calling to the «oh, it's just one small piece of text, I can stop whenever I want» mentality.

It's the same mechanism by which people will bounce away at the prospect of watching a 3+ hours movie, but will happily binge-watch 6 30-minutes episodes of their favourite TV series. It's not the length of the content. It's the way it's presented, and the way it is written.

Because yes, of course this also affects writing. You still have a 500 character limit per post, and while you can essentially ignore that and write the whole thing ignoring the limit, splitting at the last word, adding a continuation emoji or character, and then go on, where microblogging gives its best is when each post in the thread has its own self-contained sense, just like a single episode in a long, far-reaching story arc.

I once read a seasoned comic artist remarking the striking difference between s and traditional media, due to the different rhythm imposed by publishing one page at a time, rather than a whole volume at once. And in some sense, this is what microblogging is to traditional long-post blogs.

There's something I can add as a personal note that I'm adapting the original Mastodon thread in article format. The success of microblogging should not be surprising: it's the divide et impera of the writing crafts.

For me, it has been a great stimulus to get back to writing, with several recent articles born first as Mastodon threads and later rearranged (and often expanded) in long form here. Compared to the partial drafts I have lying around in the Wok working directory, often not even committed to the repository, I count this as significant personal progress. And while I'm not entirely happy with my reliance on external services for this (I still remain a fan of POSSE over PESOS), I'd rather take this over not writing at all.

Of course, this has just made finding a replacement for even harder, as now having an integrated (preferably federated) option for microblogging becomes a strong preferential feature —even more so for something that would allow assembling long-form content from the microblogging snippets in non-thread form while still preserving snippet addressing, and ideally commenting.

It's definitely something I have to think about some more.

I corpi degli altri

Riflessioni estemporanee sull'affronto al diritto e l'ipocrisia libertaria

L'assordante silenzio dei libertoloidi (sedicenti libertarti ed anarco-capitalisti) sulla catastrofica perdita di diritti sanitari negli Stati Uniti (accompagnata da una esplicita minaccia di proseguire sulla strada della restaurazione integralista contro l'omosessualità e la mescolanza razziale) è l'ennesima dimostrazione che le loro presunte aspirazioni libertarie altro non sono che un ipocrita paravento dietro cui non nascondo altro che il desiderio di abusare del proprio potere.

Dopo due anni passati a fare una rabbiosa campagna contro l'obbligo vaccinale o di indossare la mascherina, il “meglio” con cui riescono a uscirsene è cercare di mettere sullo stesso piano tali obblighi con la proibizione dell'aborto. Non una parola a favore del diritto all'aborto, o —da gente che non perde occasione di parlare di mercato nero— sul fatto che la proibizione non impedirà che vengano fatti, ma causerà un drammatico aumento dei rischi per chi tenta la procedura.

L'ipocrita discrepanza non è solo indice di una incoerente e superficiale idea di libertà, o della con-fusione tra il diritto all'autodeterminazione dell'individuo (necessariamente limitato già internamente dall'applicazione del medesimo agli altri) e l'individualismo (ovvero la superiorità dell'interesse proprio su quello altrui, che inevitabilmente genera conflitto), ma è anche —se non soprattutto— frutto di una ben piú radicata (e concedendo il beneficio del dubbio, possibilmente inconscia) adesione a quell'idea che il mondo anglofono esprime con il trittico «might is right», rivestito in salsa economica: è il censo (ovvero il potere economico) a determinare la possibilità di esercitare i proprî diritti.

Non è un caso che il pensiero libertario capitalista di stampo statunitense (che ha finito con il corrompere e soppiantare anche il pensiero anarchico comunitarista piú prettamente europeo) si sia sostanzialmente liberato del termine “anarchismo”: laddove la parola anarchia sottolinea l'assenza di potere dell'uomo sull'uomo (e quindi l'impossibilità di abusarne), l'accento invece sul concetto incoerente e contraddittorio di libertà permette loro di costruire un'intera filosofia della giustificazione dello sfruttamento che ha piú somiglianza con l'Arbeit macht frei appropriato dai nazisti che con il pensiero di Errico Malatesta.

La salute (non) è un diritto

L'aberrante tentativo di tracciare paralleli tra gli obblighi comportamentali in pandemia e la proibizione dell'aborto si traduce in un unico pensiero: la salute non è un diritto.

Ogni atto o comportamento che metta a rischio altre persone è una violazione del loro diritto (negativo) alla vita ed alla salute. In quanto tale, è quindi inquadrabile come aggressione violenta, e dovrebbe pertanto essere obbligo morale della persona che lo compie o adotta prendere anche ogni precauzione possibile per evitare conseguenze negative per gli altri.

Ed in realtà di questo i libertoloidi sono ben coscienti, motivo per cui, invece di limitarsi ad obiettare all'imposizione dell'obbligo, preferiscono battere il tamburo sulla presunta inefficacia delle misure adottate, sorvolando ovviamente sulla responsabilità dei loro stessi comportamenti in violazione di quelle stesse norme, o delle pressioni esercitate fin dall'inizio della pandemia dal potere padronale per castrarne l'efficacia nella misura in cui minavano specifici interessi economici: che lo scopo non sia davvero determinare se ed in che misura tali misure siano efficaci (o perché non lo siano come atteso benché di dimostrata effficacia in ambienti controllati), bensí trovare una giustificazione a difesa della scelta (altrimenti eticamente criticabile) di non adottarle, emerge in particolar modo dalla frequenza con cui finiscono con il sottolineare che “sono le persone a rischio che si devono difendere”, proponendo peraltro (coerenza, questa sconosciuta) l'adozione di quelle stesse misure di cui fino ad un attimo prima negavao l'efficacia (efficacia peraltro spesso legata proprio all'adozione collettiva delle misure stesse2, e quindi inficiata proprio dalla scelta dei “non a rischio” di non adottarle).

Scaricare sugli altri la responsabilità della difesa dalle proprie azioni (“non sono io che non devo sparare verso di te, sei tu che ti devi mettere il giubbotto antiproiettile”) è la marca caratterisca dell'individualista e la negazione del diritto altrui: rifiutarsi di adottare comportamenti che riducano il rischio altrui è la negazione del loro diritto all'autodeterminazione.

Questa perversione del pensiero etico si riflette su ogni manifestazione dell'azione umana. Come per la pandemia, ad esempio, il caso è uguale per il cambiamento climatico: dalla negazione dello stesso (finché i dati non diventano incontroveribili) alla negazione del contributo antropogenico allo stesso (per evitare l'implicazione etica della violenza del disastro ambientale3), per finire lamentando che il problema non è il cambiamento climatico in sé e l'aumentare e peggiorare degli eventi estremi ad esso associato, ma il mancato aumento della “resilienza”: il problema non sarebbe quindi che la distruzione dell'ambiente causi danni irreparabili a miliardi di persone, ma che questi miliardi di persone non si siano premurate di difendersi da questi danni, deresponsabilizzando chi di tali danni è causa (coscientemente o meno che sia).

Il filo conduttore è quindi sempre il medesimo: lo scaricamento sugli altri delle conseguenze del privilegio acquisito a loro danno, la deresponsabilizzazione in nome di una fantomatica libertà, il tutto mascherato dietro la pretesa che un “libero mercato” saprebbe prendersi cura di queste cose, trascurando il valore nullo (se non negativo) che l'etica ha nel famoso “libero mercato”, ed intenzionalmente negando l'incapacità dello stesso di rappresentare i costi delle esternalità, ovvero proprio del danno causato a terzi4.

Il negazionismo pandemico (nella forma dell'obiezione all'obbligo ed alle restrizioni), cosí come quello climatico, non nascono quindi da un'etica dell'autodeterminazione (che richiederebbe in primis il riconoscimento della stessa agli altri, ed a fortiori la spontanea limitazione delle proprie azioni per evitare di violarla, consciamente o inconsciamente che sia), bensí proprio dalla sua negazione.

Non sorprende quindi che la soppressione5 del diritto all'aborto sia accolta senza un levata di scudi confrontabile con quella delle restrizioni imposte per contrasto alla pandemia: il diritto all'aborto (soprattutto nella forma sancita dal ribaltato Roe v. Wade) è una questione di autodeterminazione (della madre) e non è quindi difendibile da chi costruisce la propria etica sulla negazione del diritto altrui.

Taciamo poi dei penosi tentativi di contrapporre il diritto di autodeterminazione della madre con quello del feto, non solo perché gli eventuali diritti di una persona non ancora nata non possono prevalere su quelli di una persona in vita6, ma perché la sentenza ribaltata è in realtà estremamente “cauta”: il diritto è infatti sancito senza interferenze dello Stato solo nel primo trimestre, ben lungi dal tempo in cui il feto abbia la possibilità di sopravvivere anche separato dal corpo della madre.

I corpi degli altri non hanno valore.

Il censo come strumento di potere

Ovviamente, la negazion del diritto, in tutta questa filiera, non è assoluta, ma relativa; ed il cardine della garanzia del diritto è il censo.

Al di là delle parole, infatti, l'intera filosofia libertaria individualista, di stampo “anarco”-capitalista7, non solo è fondata sulla giustificazione del potere economico e del suo abuso, ma è di piú mirata a costruire una realtà dove questo è la determina del diritto: è il censo (e nient'atro) a determinare chi (e quanto) può difendere la propria vita da aggressioni ed eventi estremi, e chi no; è il censo (e nient'atro) a determinare chi (e quanto) può difendere i proprî beni da furti e danni esterni, e chi no; è il censo (e nient'atro) a determinare chi (e quanto) ha accesso all'essenziale per vivere (cibo, vestiario, protezione dagli elementi, sanità, istruzione) e chi no; ed è sempre il censo (e nient'altro) a determinare chi (e quanto) può agire contro gli altri, a difesa dei proprî diritti o anche solo dei proprî interessi, contro i diritti degli altri (di censo inferiore).

Scriverò altrove ed in maniera piú specifica ed approfondita su questo aspetto8, e di come ogni pretesa di equilibrio per un sistema fondato su questo sia —nella migliore delle ipotesi— utopistica, ma il nesso con il negazionismo dovrebbe essere evidente: in pandemia, è il censo (e nient'altro) a determinare chi può adottare comportamenti atti a difendere sé stesso, anche in violazione dei diritti degli altri; è il censo (e nient'altro) a determinare chi ha accesso alle cure mediche necessarie alla sopravvivenza; con il cambiamento climatico, è il censo (e nient'altro) a determinare chi può preservare (ed accrescere!) il proprio a discapito dell'altrui, è il censo (e nient'altro) a determinare chi ha accesso alle risorse necessarie per mantenere condizioni ambientali di vivibilità; ed infinie per l'aborto, è il censo (e nient'altro) a determinare chi può avervi accesso senza mettere a repentaglio la propria salute.

La prossima volta che qualcuno vi parlerà dell'importanza della libertà, ricordatevi quindi della sintesi fornita da Bertrand Russell:

Advocates of capitalism are very apt to appeal to the sacred principles of liberty, which are embodied in one maxim: The fortunate must not be restrained in the exercise of tyranny over the unfortunate

I difensori del capitalismo sono molto inclini all'appellarsi ai sacri principî della libertà, che sono raccolti in una massima: il fortunato non deve essere trattenuto dall'esercitare tirannia sopra lo sfortunato

Bertrand Russell, Freedom in Society (Essay 13 in Sceptical Essays)

Pensiero pilotato

Infine una postilla, piccoli indizi che la discussione sul tema, almeno in quegli spazi, sia “pilotata”; uno dei primi commenti che ho visto sulla questione non riguardava (ovviamente) il diritto all'aborto, bensí la reazione del governo statunitense, e le parole di critica usate nei confronti della decisione: “immaginate se a criticare cosí la Corte Suprema fosse stato Trump”, insinuando che ci sarebbe stata una “levata di scudi” contro il governo Trump se si fosse permesso di andare contro la Corte Suprema.

Il commento è talmente indecente che non sono nemmeno sicuro da dove cominciare per un discorso organico: dal fatto che il governo è stato criticato, ma per la sua imbellità e clemenza piuttosto che per la critica? dal fatto che Trump ha criticato l'operato della Corte Suprema ogni volta che non si allineava con i suoi interessi? dal fatto che l'attuale composizione della Corte Suprema è sostanzialmente allineata con Trump ed i Repubblicani? dal fatto che almeno due del giudici nominati sotto Trump hanno mentito, in fase di insediamento, proprio sul tema dell'aborto? dal fatto che almeno uno degli altri giudici è compromesso dal coinvolgemento della moglie nel tenativo di sovvertire il risultato delle ultime elezioni presidenziali statunitensi?

Ma in realtà non vale nemmeno la pena di tentare di fare un discorso organico di esegesi o critica del commento, perché non è altro che uno specchietto per le allodole, con lo scopo precipuo di sviare la discussione da una possibile critica alla decisione in sé alla critica delle reazioni.

Gente che ha speso immani energie a criticare la persecuzione giudiziaria nei confronti di Julian Assange ed il silenzio dei media su tale ingiustizia non ha improvvisamente nulla da ridire su una decisione che priva di diritti milioni di persone, ed anzi preferisce dedicarsi a dare addosso a chi la protesta, con accuse di ipocrisia se non sono insorti contro le restrizioni.

E sinceramente, se sei cosí appassionato nel denunciare violazioni di diritti e mancanze giudiziarie, ma improvvisamente per alcune specifiche preferisci criticare chi le critica piuttosto che proseguire sulla stessa strada, le possibilità sono due (e non necessariamente disgiunte): o su queste violazioni ed ingiustizie non hai da ridire (e allora sei tu l'ipocrita), o stai lasciando che il tuo pensiero, e la sua manifestazione, siano dirottati da altri. Ed in entrambi i casi, ci fai una figura piuttosto meschina.


  1. e la scelta di parole dell'ambito fideistico non è casuale, perché l'assenza di ratio negli aderenti è plateale. ↩

  2. Due esempi per tutti: Cuba, dove la vaccinazione del 98% della popolazione, ivi inclusa quella pediatrica, ha praticamente debellato il COVID-19; e Taiwan, dove un pur minimo rilassamento delle restrizioni a marzo 2022 ha portato in breve alla prevedibilissima esplosione di casi.  ↩

  3. cosa che legittimerebbe, nell'ottica del loro beneamato Non-Aggression Principle, la violenza in contrasto agli scempî ecologici. ↩

  4. è incredibile quanto dia loro fastidio l'esistenza stessa delle esternalità, ed il loro peso effettivo; fanno di tutto per negarne l'importanza, e la miglior scappatoia che riescono a trovare è che “se se ne dovesse tenere conto, non si potrebbe fare piú nulla”, riconoscendo quindi implicitamente che la prosperità che loro imputano alla “non violenza” del “libero mercato” è in realtà costruita proprio su forme di violenza di cui loro scelgono di non tener conto perché mina le basi stesse del loro credo1. ↩

  5. per brevitas; la versione piú lunga è la decisione di ribaltare una sentenza di quasi 50 anni prima (la famosa Roe v. Wade) che sanciva il diritto all'aborto senza interferenze da parte dello Stato (nel primo trimestre); tecnicamente il ribaltamento della sentenza non nega il diritto all'aborto, ma priva tale diritto dalla garanzia costituzionale, delegando quindi ai singoli Stati la scelta se permettere o meno l'aborto, ed eventualmente in quali condizioni; di fatto questo riabilita la legislazione di molti Stati a maggioranza Repubblicana che proibiscono l'aborto, e quindi nega il diritto all'aborto in quegli Stati. ↩

  6. e sorvoliamo anche sull'ipocrisia di chi solleva questa obiezione ma difende le catastrofi ambientali, che danneggiano per persone che dovranno ancora nascere ancor piú che quelle viventi. ↩

  7. le virgolette a sottolineare, come già osservato prima, che non v'è in essa nulla di anarchico, e molto del suo opposto. ↩

  8. o di come, se la situazione non sembra molto diversa nella realtà che ci circonda già adesso, è proprio perché viviamo in quello che pragmaticamente non è molto lontando dalla realtà implicata dal pensiero libertario, per quanto i libertoloidi si rifiutino categoricamente di riconoscerlo. ↩

Come ti costruisco una narrativa

Di libertari, scaffali vuoti, Regno Unito ed Australia

Il primo e forse piú importante passo nella manipolazione dell'informazione non è la scelta di come trattare una notizia (quanto metterla in evidenza, su cosa mettere l'accento, la scelta del titolo, etc), ma risiede, ben prima, nella scelta di cosa trattare come notizia: di cosa parlare, prima che di come parlarne.

In questi mesi, il Twitter libertario (o almeno la piccola finestra che io ho sullo stesso) ha brillantemente dato dimostrazione della cosa nella discrepanza di trattamento data al medesimo evento (“scaffali vuoti”) avvenuti in due nazioni diverse (Regno Unito ed Australia) per motivi diversi.

(A ragione, questo articolo rientrerebbe nella serie non periodica che ho tenuto su Twitter sul bipensiero libertario, ma per varî motivi —tra i quali la scarsa affidabilità della ricerca di Twitter— ho ritenuto fosse piú opportuno dedicarci un po' piú di spazio e di tempo.)

Gli scaffali del Regno Unito

È almeno da tre mesi (giugno 2021) che molte catene di supermercati nel Regno Unito accusano problemi di distribuzione. I problemi si sono amplificati sino a diventare incontrovertibili e ben documentati con la causa principale identificata in una carenza di autotrasportatori (e secondariamente altro personale) dovuta ad una combinazione di effetti.

Perché di questo i libertari non hanno parlato?

La principale causa di questa crisi (come si può evincere dai collegamenti esterni di cui sopra) è la Brexit: gran parte della manovalanza per la grande distribuzione era gente d'oltremanica, per i quali rimanere (o tornare) a lavorare nel Regno Unito dopo la Brexit è diventato talmente problematico da non valer piú la pena.

A peggiorare le cose, la pandemia di COVID-19 ci ha messo il suo: non per le restrizioni imposte dal governo, ma per la diffusione dei contagi nella grande distribuzione (e non solo), amplificata da quella che è stata soprannominata pingdemic, l'esplosione di segnalazione da parte dell'applicazione nazionale britannica per il tracciamento dei contatti (prevedibilissima conseguenza della diffusione del contagio con il rilassamento delle misure restrittive, dimostrando peraltro la scarsa efficacia dell'approccio con auto-isolamento volontario in caso di contatto.)

Il tutto con la ciliegina sulla torta dello scarso interesse per la professione, con conseguente invecchiamento dell'età media della manovalanza, ed un'ulteriore riduzione del numero di lavoratori dovuto ai pensionamenti.

È quindi evidente perché i libertari non abbiamo particolarmente voglia di parlare degli scaffali vuoti nei supermercati del Regno Unito: quegli scaffali vuoti vanno contro il loro mito della Brexit senza particolari effetti negativi, vanno contro la loro propaganda circa la relativa importanza della pandemia in sé e degli interventi statali sulla conseguente crisi economica, ed infine ricordano quanto il lavoro subordinato sia sostanzialmente sfruttamento.

(Ora ovviamente qualche libertario se ne verrà a “dimostrare” che nel Regno Unito non ci sono scaffali vuoti, e che se ci sono non è colpa della Brexit, e che se anche fosse colpa della Brexit la situazione non è peggiorata dalla pandemia, ma dal tentativo di controllo statale della stessa, e quanto sia buono e giusto lo sfruttamento in assenza di alternative.)

Gli scaffali dell'Australia

In questi giorni anche l'Australia sta avendo qualche problema di scaffali vuoti. Ma di questo i libertari parlano. Perché?

Perché possono illudersi che a causare il problema siano un pugno di mentecatti complottisti novax. In realtà dietro i problemi di rifornimento c'è uno sciopero ben piú grosso, che coinvolge migliaia di lavoratori in lotta contro uno dei principali distributori per questioni contrattuali.

Come ti costruisco la narrativa

Si fa un gran parlare di fake news, ma senza nulla togliere al peso che queste possono avere (ricordiamo la massima della bugia che riesce a fare mezzo giro del mondo prima che la verità abbia il tempo di mettersi i pantaloni, attribuita a Winston Churchill), è importante ricordare che la manipolazione dell'informazione parte innanzi tutto dalla scelta di cosa parlare.

Nel piccolo mondo della bolla libertaria questo lo vediamo ad esempio nella coscienziosa omissione di tutta l'informazione negativa sulla Brexit, e solo in un secondo momento nella manipolazione dell'informazione in sé (ad esempio incolpando degli effetti negativi la EU “brutta e cattiva” che non concede al Regno Unito i privilegi che aveva prima della Brexit, senza chiedere nulla in cambio —ovviamente non detta in questo modo).

In generale, ogni notizia che non possa essere presentata “pro-libertate”, o peggio che evidenzi i limiti reali delle loro interpretazioni fantasiose sul “cosa succederebbe se” fossimo “liberi”, viene sepolta nel silenzio. (Non c'è un appiglio “pro-libertate” negli scaffali vuoti del Regno Unito? Silenzio di tomba.)

È poi nel momento in cui invece una notizia viene riportata che comincia la manipolazione vera e propria (lo “spin”), come nel caso dei supermercati vuoti in Australia attributi alla “rivolta” degli autotrasportatori “contro il lockdown” (sorvolando sui motivi reali: migliaia di autotrasportatori in sciopero per un braccio di ferro contro il loro datore di lavoro, qualcosa che ai libertari puzza sempre di ingratitudine).

La sintesi?

Non si parla di ciò che non può essere manipolato.

E quando la tua libertà d'informazione fonda sull'omissione di tutto ciò che contraddice le tue idee, forse dovresti cominciare con il riconsiderare le stesse.

UBI II

Universal Basic Insome in Italia? Seconda parte.

Nella puntata precedente abbiamo visto che un “vero” reddito di cittadinanza, inteso come reddito di base incondizionato ovvero Universal Basic Income (UBI) di 300€/mese/persona, per corprire tutti i cittadini residenti in Italia (circa 55 milioni di persone) impatterebbe sul bilancio statale per circa 200G€/anno. Il peso effettivo sarebbe in realtà inferiore, perché l'UBI assorbirebbe (in parte o del tutto) un certo numero di sussidi che attualmente gravano comunque sul bilancio statale, con un peso effettivo potenzialmente inferiore ai 150G€/anno.

Se nella prima parte l'importo è stato scelto un po' a caso (giusto per avere qualche numero di rfierimento) e la discussione è stata incentrata sui risparmi resi possibili dall'UBI e su alcuni dubbi relativi alla struttura ed agli effetti del reddito incondizionato, in questa seconda parte delle mie riflessioni vorrei riflettere invece maggiormente sulla quantificazione dell'importo. A tal fine, vorrei innazi tutto riepilogare alcuni numeri chiave:

  1. il bilancio statale complessivo si aggira tipicamente sugli 850±50G€;
  2. il bilancio dell'INPS si aggira tipicamente sui 450±50G€, in massima parte (salvo circa 100G€) in pensioni;
  3. 300€/mese/persona sono appena sufficienti a superare la soglia di povertà solo per le famiglie piú numerose (5 e piú persone) nei luoghi meno costosi (paesini delle regioni meridionali); per gli altri nuclei non bastano nemmeno a quello

L'importo massimo

Volendo mantenere sostanzialmente inalterato il bilancio complessivo statale, ma volendolo trasformare interamente (entro i limiti discussi sotto) in UBI, e volendo incamerare anche la parte del bilancio INPS non dedicata alle pensioni, si potrebbe contare su qualcosa tra i 900G€ ed i 1000G€ (1T€).

Questo richiederebbe la privatizzazione di tutti i servizi attualmente finanziati dallo Stato. Oltre all'UBI, resterebbero comunque a carico del bilancio statale solo i parlamentari, i membri del governo e il relativo personale. Con una stima molto a braccio, supponendo 20K€/mese/persona (240K€/anno/persona) e contando qualche migliaio di persone, si arriverebbe ad una manciata di G€ (con 10K persone sarebbero 2.4G€). Anche volendo salire a 10G€, sono comunque valori che possiamo trascurare nei nostri calcoli (avendo una banda d'incertezza almeno 5 volte piú grande, su un valore mediano 90 volte superiore).

Con una semplice divisione tra l'importo disponibile (950±50G€) ed il numero di beneficiari (55 milioni di persone) otteniamo quello che possiamo considerare l'importo massimo (annuale) dell'UBI: arrotondando, l'importo a persona risulta essere 17±1K€/anno, ovvero (arrotondando ancora), tra i 1300€/mese ed i 1500€/mese (o poco piú).

(Volendo vedere la cosa diversamente, possiamo interpretare questi numeri come quello che lo Stato attualmente “spende1” per cittadino.)

Possiamo dire quindi che, volendo mantenere inalterato il bilancio statale, si potrebbe arrivare ad istituire un UBI di 1400±100€/mese, a patto di privatizzare tutto.

La privatizzazione totale

Uno dei punti sicuramente piú controverso della massimizzazione dell'UBI consumando la massima parte del bilancio statale è la privatizzazione totale dei servizi attualmente forniti dallo Stato stesso, che passerebbero quindi integralmente nelle mani dei privati.

La questione può essere affrontata da molteplici punti di vista (etici, economici, sociali, politici, …), ma quelli su cui noi ci soffermeremo saranno soltanto quello fiscale e quello etico-sociale.

Fiscalità

Dal punto di vista fiscale, la privatizzazione ha un duplice effetto “strutturale”, piú un “bonus” una tantum. Il primo effetto strutturale è ovviamente l'eliminazione della spesa corrispondente dal bilancio statale (compensata, nell'ambito della nostra discussione, dall'introduzione dell'UBI). Il secondo effetto è un aumento degli introiti statali: le transazioni economiche associate alla gestione privata sarebbero infatti tassate, e supponendo una scala economica dello stesso ordine della spesa statale, si parlerebbe di una base imponibile di centiaia se non migliaia di miliardi di euro2; con un calcolo a braccio usando un'aliquota “mediana” del 30%, potremmo stimare un incremento del gettito fiscale tra i 100G€ ed i 300G€.

Il “bonus” una tantum sarebbe costituito dagli introiti dovuti al procedimento stesso della privatizzazione (vendita dallo Stato ai privati di immobili, annessi e connessi). Su questo non si possono ovviamente fare considerazioni “di lungo periodo”, ma tale bonus potrebbe avere utili applicazioni (ad esempio nell'abbattimento di parte del debito). Per contro, i 200±100G€ che abbiamo stimato dalle riforme strutturali potrebbero essere considerati sul piú lungo periodo, ad esempio favorendo una riduzione del carico fiscale, o per contro, nell'ottica dell'UBI “massimale”, con la redistribuzione di questo supplemento sempre all'interno dell'UBI, portando ad un incremento dello stesso tra i 150€ ed i 450€ al mese per persona.

Eticità

La questione etica sulla privatizzazione dei servizi verte principalmente su due punti. Assunto che i servizi forniti dallo Stato siano (principalmente) servizi essenziali, e per i quali sia pertanto necessario garantire l'accessibilità a tutti i cittadini (e quindi a fortiori con un certo limite massimo di spesa per gli stessi) con un dato minimo di qualità, è possibile offrire le medesime garanzie delegando la fornitura dei servizi ai privati?

(In realtà l'assunzione di necessità è discutibile, soprattutto in una nazione come l'Italia dove il posto nel pubblico è abusato anche come merce di scambio elettorale. Ottimisticamente, si potrebbe sperare che in questa privatizzazione si arrivi almeno, come lato positivo, a sfrondare l'assunzione come strumento opportunistico, senza tuttavia affondare impietosamente le speranze di sopravvivenza dei corrispondenti nuclei familiari, vita la corposa natura dell'UBI.)

Ovviamente, consci dei limiti di qualità e garanzia di fornitura dei servizi da parte dello Stato (che è fortemente legata all'interesse diretto della cittadinanza nel richiedere tali servizi, come dimostrano le forti discrepanze non solo tra nazione e nazione, ma anche tra diverse regioni all'interno della medesima nazione), la domanda andrebbe posta non (necessariamente) nel senso di un certo limite minimo (di copertura e qualità) in senso astratta, ma quantomeno in termini di “non peggio di quello che fa lo Stato adesso” (anche tenendo conto della succitata variabilità).

La questione è la seguente.

Da un lato, nel fornire il servizio lo Stato ha (o quanto meno dovrebbe avere) la fornitura del servizio stesso, e non il profitto, come principale interesse; questo comporta da un lato che il servizio può essere fornito anche a condizioni in cui non sarebbe —per l'appunto— proficuo fornirlo; dall'altra —per lo stesso motivo— non c'è un particolare incentivo a offrire i servizi in maniera efficiente, cosa che può portare al lievitare dei costi (che lo Stato può coprire tramite indebitamento e/o aumento del carico fiscale), con i conseguenti danni collaterali sulla collettività.

Dall'altro lato, il privato ha come principale interesse il profitto: la fornitura del servizio è solo secondaria, asservita alla possibilità di ricavare un profitto dalla sua fornitura. La principale conseguenza di questo è il rischio il servizio non venga fornito laddove le condizioni per la sua fornitura non permettano di realizzare un (adeguato) profitto.

È interessante come questa discussione si riagganci a certe riflession di Hayek circa la contestuale opportunità di alcuni monopolî, che possono “sovvenzionare” l'elevato costo del portare i proprî servizi in zone particolarmente remote e disperse “spalmando” l'innalzamento dei prezzi coinvolgendo zone piú facilmente servite e piú densamente popolate —cosa che non si potrebbero fare in un regime piú competitivo, per il quale l'innalzamento dei prezzi allontanerebbe la clientela verso offerte che possono tenere i prezzi piú bassi non servendo le aree meno accessibili.

La questione quindi si potrebbe porre in termini di se, ed eventualmente come, lo Stato potrebbe intervenire per incentivare la copertura di aree “non proficue”, ovvero la cui copertura porterebbe a costi eccessivi per i clienti. Presupposta la massimalità dell'UBI, l'unico strumento eventualmente a disposizione dello Stato sarebbe una fiscalità “vantaggiosa” per i privati che riescano ad offrire tale copertura3.

Un discorso piú approfondito si può fare per specifici servizi.

Sanità

Guardando al panorama internazionale, la situazione da evitare assolutamente è quella del sistema sanitario statunitense, che pur con le sue punte d'eccellenza, rimane tra i (se non IL) meno efficienti, piú costosi e meno accessibili tra quelli dei paesi piú tecnologicamente avanzati. Le cause dei costi spropositati e dell'inefficienza del sistema USA sono molteplici, ma sono sostanzialmente legati al meccanismo dell'assicurazione privata ed alla scarsa copertura assicurativa. Esistono soluzioni piú efficienti, anche con sistemi sanitari privati (es. Giappone, Corea del Sud), e la chiave sta proprio nell'assicurazione sanitaria universale gestita dallo Stato. Questo potrebbe essere ottenuto ad esempio sostituendo quello che attualemnte è il carico del Sistema Sanitario Nazionale (che grava sulla fiscalità generale) con un meccanimo assicurativo (gestito ad esempio dall'INPS) obbligatorio4.

Istruzione

Un discorso simile a quello sulla sanità si dovrebbe fare anche per l'istruzione. L'obiettivo anche in questo caso dovrebbe essere di mantenere sul sistema scolastico un controllo sufficiente a garantire l'universalità dell'accesso, pur privatizzando l'istruzione, anche qui cercando quel delicato equilibrio tra i benefici che possono venire dalla competizione all'interno del sistema, ed il rischio che questo finisca con l'amplificare le differenze.

(Per chi fosse interassto ad approfondire, suggerisco la lettura dei lavori di Woessmann, che esplorano in dettaglio l'impatto della competizione sulla qualità e sui costi del servizio scolastico, in funzione anche delle strutture sociopolitiche esistenti; punto di partenza potrebbero essere i suoi studi sull'importanza del “capitale cognitivo” per la crescita economica delle nazioni —letture in particolare da suggerire a quelli convinti che l'istruzione segue la ricchezza, in faccia a tutte le evidenze del contrario.)

Follie?

Piú in generale, bisogna considerare che con un UBI cosí elevato, in molte parti d'Italia (soprattutto le piú remote e meno servite) si può vivere (piú che) dignitosamente anche senza ulteriori introiti. Che una parte (anche consistente) dell'UBI venga assorbita dal pagamento di meccanismi assicurativi per poter ottenere quei servizi che attualmente garantisce (piú o meno bene) lo Stato è, in questo senso, perfettamente ragionevole —anzi, andrebbe sottolineato che questo è in un certo senso proprio l'idea di fondo dell'UBI: sostituire tutti i sussidî ed i servizi offerti dallo Stato con un importo erogato direttamente al cittadino e da questi gestito per accedere ai servizi offerti ora dai privati, con la speranza che da detta privatizzazione risulti un miglioramento dell'offerta.

Tutto ciò presuppone ovvimente che con la transizione all'UBI non vi sia un aumento esplosivo dei prezzi di ogni cosa (“tanto la gente prende almeno 1300€/mese in piú”), che finirebbe in men che non si dica con l'assorbirebbe l'UBI già solo per il sostentamento di base. (E vista la scarsa lungimiranza della classe imprenditoriale italiana, un tale scenario non sarebbe nemmeno la parte meno realistica di queste considerazioni.)

E se da un lato è vero che una tale esplosione dei prezzi porterebbe ad un corrispondente aumento del gettito fiscale, che potrebbe andare a finanziare un incremento dell'UBI (innescando un meccanismo circolare del quale se e quando avrò tempo e voglia studierò l'eventuale esistenza di punti fissi o punti limite), è anche vero che sarebbe ben piú opportuno (e ragionevole) che anche in questo lo Stato eserciti una funzione di sorveglianza (ma, se andiamo a rivedere come andò con l'euro, è legittimo chiedere se ne abbia le capacità).

Disesenzione

Un altro calcolo sui possibili importi da scegliere per l'UBI si potrebbe effettuare partendo da quelle che sono le soglie d'esenzione IRPEF: vista la varietà delle stesse, consideriamo i due possibili valori estremi, arrotondandoli a 3000€/anno e 8100€/anno, ovvero rispettivamente 250€/mese e 675€/mese.

Visto che con i 250€/mese/persona ci troveremmo addirittura al di sotto dei 300€/mese/persona già trattati la volta scorsa, soffermiamoci invece sull'estremo superiore, magari arrotondato a 700€/mese/persona, piú del doppio di quello visto allora.

Il costo complessivo dell'UBI salirebbe in questo caso a quasi 500G€/anno (circa la metà dell'importo massimo visto sopra); anche considerando i possibili risparmi (largamente invariati rispetto a quelli visti la volta scorsa, con la possibile eccezione degli stipendi del pubblico) che potrebbero farlo scendere di 100G€/anno o giú di lí, ci troviamo comunque davanti ad una spesa molto piú difficile da sostenere senza privatizzare comunque una certa parte dei servizi (a meno di non considerare un'auspicabile crescita di introito per lo Stato, dovuta almeno in parte anche alla diversa fiscalizzazione che l'UBI comporterebbe).

Tassazione

Un punto chiave (che potrebbe risponde anche ad un quesito già posto la volta scorsa, ma finisce con il sollevare invece altri dubbi non discussi alla puntata precedente, e di cui quindi parleremo qui) riguarda proprio la tassazione: con l'introduzione dell'UBI, si potrebbe eliminare la “no tax area”, considerando la base imponibile esclusivamente in base alla tipologia del reddito, e non in base all'importo.

Una questione da affrontare in questo caso è la potenziale divergenza di trattamento tra percettori dell'UBI (cittadini residenti) e non percettori (non cittadini e/o non residenti): per i secondi diventa pure imponibile l'intero reddito, o per loro rimarrà istituita una “no tax area” che viene semplicemente “coperta” automaticamente dall'UBI per i percettori? (Ed ancora piú interessante sarà vedere come si andrà a mischiare questa scelta, qualunque essa sia, con gli accordi internazionali.)

Per inciso, possiamo osservare che la “promozione” dell'intero reddito da lavoro (dipendente o autonomo che sia) porterebbe anche ad un maggiore introito per lo Stato senza con questo inficiare la positività dell'impatto dell'UBI sul reddito disponibile dei percettori (almeno non direttamente, e quindi assumendo invariati stipendi e costi della vita —un dubbio già sollevato anche la volta scorsa).

Servizi

Come già detto, mentre per i 300€/mese/persona si poteva sperare di ragionare su risparmi e ritorni di cassa tali da poter coprire il bilancio (soprattutto sfruttando i fondi del PNRR che verrà invece bruciato in falò di buzzwords (PDF) per l'avvio del programma), per importi piú elevati, come i qui discussi 500€/mese/persona, diventerebbe comunque necessario una riduzione dei servizi statali, molto probabilmente (ed auspicabilmente, se l'alternativa è la cessazione dell'erogazione del serizio) con una transizione verso la loro privatizzazione.

La questione diventa a questo punto la non banale scelta di quali servizi trasferire ai privati, e quali mantenere sotto il controllo (soprattutto finanziario) del governo. Il primo passo sarebbe andare a vedere come è attualmente distribuito il bilancio statale, e vedere quali servizi potrebbero essere trasferibili liberando un importo complessivo comparabile con il nuovo peso in bilancio dell'UBI. (Mi riservo di fare questi calcoli in un futuro in cui avrò il tempo e la voglia di farli.)

L'importo minimo?

Volendo fare invece un discorsi “inverso” rispetto a quello fatto per il tetto massimo, l'importo dell'UBI lo si potrebbe calcolare assumendo di non intaccare né il bilancio complessivo statale, né i servizi erogati al cittadino. Con questo approccio, si dovrebbe quindi ragionare in termini di sussidî, raccogliendo tutte le forme di sussidio attualmente erogate dallo Stato, e redistribuendo l'importo in forma di UBI.

In un certo senso, questo è il reciproco del calcolo per i risparmi fatto nella puntata precedente. E se i calcoli fatti lí sono validi, si può contare su qualcosa come 100G€ o poco piú, un importo che redistribuito risulterebbe in circa 150€/mese/persona: un importo confrontabile con i famosi “80€ di Renzi” (divenuti “Bonus 100” in tornate piú recenti), ma nella forma di un reddito incondizionato.

Il vantaggio di un simile importo sarebbe la possibilità di coprirlo senza carico sul bilancio statale. Lo svantaggio è che l'importo è decisamente esiguo: senza essermi fatto i conti, sospetto per gli attuali percettori del sussidio pentastellato si tratterebbe di un passo indietro (con grande gioia di altri), e considerando anche l'opzione risparmio sulle pensioni, potrebbe risultare in un'iniziativa alquanto impopolare.

D'altronde, il vero nodo da risolvere è: riuscirebbe un importo cosí esiguo ad essere comunque una soluzione efficace? La risposta a questa domanda dipende da quale si intende che sia lo scopo dell'UBI. Se si tratta di una forma semplice (ed incondizionata, quindi “facile” da erogare) di supporto alle famiglie piú bisognose, potrebbe comunque “salvare” qualcuno dalla miseria, e quindi la si potrebbe comunque considerare efficace. Se però si mira a scardinare certi meccanismi di sfruttamento (come discusso piú avanti), è probabile che 150€/mese/persona non siano sufficienti a sollevare le persone oltre la soglia della ricattabilità, amplificando invece il timore della perdita di potere d'acquisto senz la forza di bilanciarne l'effetto come potrebbe fare un importo piú cospicuo.

Altri dubbi

Rimango dell'idea che un UBI sia una strategia perseguibile, ed oserei direi rivoluzionaria. Soprattuto, sarebbe un'idea ben migliore dell'attuale cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che considero semplicemente “una porcata” (sebbene non certo per i motivi per cui viene combattuto dagli imprenditori che oggi lo usano come scusa per dire «non trovo gente disposta a lavorare onestamente», quando intendono «non trovo gente disposta a fare lo schiavo 12 ore al giorno per 7 giorni la settimana a 300 euro al mese in nero»), soprattutto con un piú dettagliato ragionamento sugli importi (possibilmente avendo a disposizione dati che per me non sono facilissimi da reperire).

Personalmente, trovo che uno dei principali argomenti a favore del reddito di cittadinanza propriamente inteso sia lo scardinamento della retorica del sussidio, e l'associato stigma del parassitismo. In questo senso lo si può considerare uno dei piú potenti “equalizzatori sociali”, riducendo se non eliminando almeno quella parte di discrepanza iniziale legata allo stato di necessità.

Mi viene da riflettere che forse proprio per questo non verrà mai preso seriamente in considerazione da nessuna forza politica in Italia, che non abbia speranza in un contesto politico-culturale come quello italiano, dove da 400 anni la classe “impreditoriale” preferisce la rendita all'investimento, e la classe politica le rimane asservita su tutto lo spettro (dal centro-“sinistra” alle varie sfaccettature della destra, passando per il democristianissimo M5S), senza alcun sussulto di dignità, senza nessuna prospettiva per un futuro di crescita (come dimostrato, tra le tante cose, anche dai miseri investimenti nella ricerca di base nel già citato PNRR), optando al piú per un contentino, qualcosa che non può essere definito in altro modo che appeasement nei confronti del popolino (perché alla fine è a questo che si riduce l'attuale sussidio di disoccupazione che infanga il nome del reddito di cittadinanza), quando non direttamente mercificazione del voto. Dove dovremmo trovare —in questo contesto politico-culturale, dicevo— anche solo un politico di spessore che riesca ad affrontare con la dovuta saggezza i punti piú delicati dell'implementazione di un UBI?

A peggiorare la cosa, come già detto, ai dubbi sollevati la volta scorsa se ne aggiunge un altro, proprio in questa prospettiva.

Non percettori

In un contesto in cui fosse implementato un vero reddito di cittadinanza, che copra per l'appunto tutti i cittadini residenti (come nella proposta inizialmente considerata), i temi della cittadinanza e della residenza diventano ancora piú caldi di quanto non lo siano adesso.

Non è infatti un mistero che già adesso la cittadinanza abbia un'enorme significanza in termini di accessibilità a risorse ed opportunità, al punto che alcuni studiosi hanno avanzato (soprattutto a fronte di un calo dell'interesse nella partecipazione sociale e politica attiva) l'ipotesi che al giorno d'oggi la cittadinanza si possa considerare alla stregua di un affitto. È questo peraltro uno dei motivi per cui la destra pubblicamente, e una certa “sinistra” dietro le quinte, continuano ad opporsi ad una gestione piú sana della questione dell'immigrazione (clandestina e non, dei migranti economici come dei rifugiati) —peraltro perdendo cosí anche la possibilità di sfruttare, in maniera socioeconomicamente vantaggiosa, le competenze che dall'estero possono venire, accontentandosi invece di manodopera in nero a bassissimo costo (e voglio dire, non sto mica chiedendo loro di sposare in toto la tesi di Bryan Caplan). Ma anche questo, come vedremo, è un segno della collusione dell'intero spettro della politica con la già citata meschinità della mentalità “imprenditoriale” delle nostre parti.

Non è difficile immaginare come l'introduzione di un UBI andrebbe ad amplificare la questione. Da un lato, l'UBI assorbirebbe (parte delle) risorse che potrebbero essere dedicate alla gestione dei flussi di migranti (accoglienza, smistamento, etc; i famosi “35 euro al giorno ed alberghi di lusso”, per intenderci). Dall'altro, la presenza stessa dell'UBI renderebbe la cittadinanza ancora piú appetibile, facilitando argomenti per la restrizione dello ius soli e piú in generale tutti gli argomenti che dipingono lo straniero come aspirante parassita.

Al di fuori del dibattito politico, la distinzione tra percettori e non percettori dell'UBI (che nella proposta considerata significa la distinzione tra cittadini residenti e non cittadini/non residenti) comporta anche un'amplificazione della differenza in fragilità economica, soprattutto nell'ipotesi di importi UBI che andrebbero ad assorbire anche parte dei servizi (quali sanità e salute) che attualmente sono forniti dallo Stato. Ma anche per importi tutto sommato limitati come quelli contemplati la volta scorsa, la differenza tra percepire e non percepire l'UBI comporta una non indifferente differenza di ricattabilità sul mercato del lavoro.

Perché ricattabiltà?

Da sempre gli imprenditori (ed i gruppi di interesse che fanno loro da megafono, ivi incluso gran parte del giornalismo, ma anche della politica5) lamentano la difficoltà nel trovare dipendenti, vuoi che siano i giovani bamboccioni e choosy, vuoi che siano i percettori di quella porcata di cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Pochi invece hanno il coraggio di denunciare pubblicamente il segreto di Pulcinella: che il vero problema sono gli stipendi da fame, spesso in nero, ed in condizioni di lavoro che hanno piú dello schiavismo che del libero scambio di prestazioni e servizi, e che il vero “dramma” degli imprenditori a fronte di ogni iniziativa di supporto a giovani e disoccupati sia come queste iniziative riducano le possibilità di sfruttamento dei soggetti piú deboli. Non a caso, in parallelo alle lamentele, abbiamo il massiccio (e spesso illegale) sfruttamento dei migranti (vittime del capolarato, prevalentemente in agricoltura), da sempre soggetti particolarmente deboli, sia dal punto divista economico, sia dal punto di vista giuridico.

Nel dramma degli stranieri è però opportuno ricordare che anche tra i cittadini residenti non mancano i ricattati (sebbene spesso6 con meno rischi per la vita): docenti dei “diplomifici privati” disposti ad essere pagati meno di quanto percepiscono sulla carta solo per avere la possibilità di fare punteggio, cuochi e camerieri (soprattutto stagionali, ma anche no) che accettano di lavorare ben oltre il numero di ore previste dal contratto (e dalla paga, salvo mance), operai in tutti i settori che non denunciano le diffusissime violazioni dei protocolli di sicurezza, e tutti coloro che accettano di lavorare in nero, o pagati una miseria, o a partita IVA, semplicemente perché opporsi allo sfruttamento significa spesso non solo perdere quel posto di lavoro, ma anche entrare nella lista nera degli indesiderati, e perdere cosí ogni possibilità di trovare lavoro.

Questo è l'aspetto su cui l'UBI può agire: una rete di protezione che possa dare agli sfruttati la possibilità di contrastare lo sfruttamento. (E pur ritenendo l'attuale “reddito di cittadinanza” una porcheria malfatta, una cosa gli si deve riconoscere: ha mostrato quanto possa essere utile uno strumento del genere, anche quando costruito ed applicato male.) Tale protezione, però, varrebbe solo per i suoi percettori; gli “altri” (soprattutto migranti ed altri emarginati) rimarrebbero nelle medesime condizioni di ricattabilità (e sfruttamento), se non in condizioni peggiori: un UBI piú corposo che andrebbe a sostiuirsi alla fornitura di servizi come istruzione e sanità renderebbe infatti tali servizi ancora piú inaccessibili per i non percettori in cattive condizioni economiche.

Di piú, l'aumento della fragilità dei non percettori renderebbe anche lo strumento meno efficiente per i percettori stessi, dando all'imprenditore una solida (per quanto eticamente discutibile) alternativa al miglioramento delle condizioni di lavoro: lo sfruttamento dei non percettori.

Una soluzione al problema potrebbe essere quella di estendere l'UBI a tutti i residenti (indipendentemente dalla cittadinanza). Sinceramente, vista la scarsa capacità dimostrata finora dalla nostra classe politica di gestire in maniera corretta ed intelligente i flussi migratori, rimango alquanto dubbioso della sostenibilità di un tale approccio, anche se lo si potrebbe considerare eticamente piú solido e “di sinistra” di altri.

L'altra soluzione, altrettanto immediata (ma non per questo piú popolare, soprattutto in certi ambienti) sarebbe contrastare lo sfruttamento alla radice: controlli nelle aziende. Ma in un Paese dove già il solo proporre una cosa del genere, o dire di progettare di assumere personale per poterlo fare, è considerato sentimento anti-imprenditoriale, non è difficile immaginare come una scelta del genere sarebbe un suicidio politico non meno di quella precedente.

(Peraltro, la seconda è una soluzione che si potrebbe applicare già oggi, visto che le leggi ci sono, quello che manca è la volontà di applicarle, e mi sembra legittimo chiedere come mai.)

Il vero problema?

Forse, il principale problema dell'UBI non è la scelta della soluzione tecnica ai dubbi sollevati finora (minori, tassazione, i possibili abusi), o la scelta dell'importo, o la scelta della strategia da adottare per ridurne il peso sul bilancio statale, ma semplicemente la profonda meschinità di un'economia ed una politica che si ritrovano solo nella rendita e nello sfruttamento.


  1. con efficienza che possiamo ottimisticamente definire “discutibile”, ma bisognerebbe vedere se ed in che misura il privato riuscirebbe a fare di meglio, e con quali costi per gli utenti —ma di questo parleremo piú avanti. ↩

  2. da queste andrebbero escluse ovviamente le spese del personale, per le quali ai fini del gettito fiscale la differenza pubblico/privato non comporta particolari differenze. ↩

  3. esempi in cui lo strumento della riduzione del carico fiscale per “pilotare” l'iniziativa industriale privata è stato usato —insieme ad altri— con successo si trovano per esempio nella realizzazione dei piani quinquennali di sviluppo della Corea del Sud, che nel giro di una trentina d'anni hanno portato il Paese dal zoppicante reduce di una guerra ad una potenza industriale e tecnologica. ↩

  4. si potrebbe ragionare a questo punto anche sull'opportunità di una detrazione automatica dall'UBI —si pressuppone che il premio assicurativo sia (notevolmente) inferiore— ma nel caso in cui la copertura sia a carattere familiare, questo meccanismo andrebbe a complicare la già incerta situazione dell'UBI per i minori. ↩

  5. e taciamo qui dell'ipocrisia di chi come esponente pubblico si scaglia contro lo sfruttamento ed il lavoro nero, salvo poi farsi scoprire come aguzzino. ↩

  6. e forse nemmeno tanto, vista la mortalità per incidenti sul lavoro. ↩

UBI ed ob(ol)i

Calcoli spannometrici per un ipotetico reddito di cittadinanza in Italia

Qualche tempo fa ho provato a fare dei calcoli “spannometrici” per avere un'idea di quanto potrebbe costare (allo Stato) un vero Reddito di cittadinanza (non quella porcata di “sussidio di disoccupazione esteso” appiopatoci dai governi del Movimento 5 Stelle).

Il calcolo di base

Supponiamo di voler coprire, con il suddetto reddito di cittadinanza, i cittadini (duh) italiani, che siano residenti in Italia: parliamo quindi di circa 55 milioni di persone. Supponiamo inoltre di porre il valore del reddito a 300€/mese/persona1. L'erogazione complessiva (per il bilancio statale) sarebbe quindi di 300×12×55 (milioni di euro), ovvero 198 miliardi di euro l'anno, che per semplicità possiamo arrontondare a 200G€/anno.

È tanto? È poco?

Per avere un'idea dell'ordine di grandezza di questa quantità possiamo andare a vedere i consutivi dei bilanci degli ultimi anni dello Stato e dell'INPS. Arrotondando, il bilancio complessivo statale si muove tra gli 800G€ e i 900G€, mentre quello dell'INPS2 tra i 400G€ e i 500G€.

Dal punto di vista dei percettori, 300€/mese/persona netti garantiti possono essere cruciali per la sopravvivenza (per le fasce meno ricche), un contributo utile se pur non essenziale (per le fasce “centrali” di reddito), o una nullità (per le fasce piú ricche). Per avere un'idea, possiamo guardare alle statistiche ISTAT sulla povertà per il 2019, le cui tabelle finali definiscono le linee di povertà in base a luogo di abitazione e numero (e distribuzione) dei componenti del nucleo familiare: 300€/mesi/persona sono appena sufficienti a superare la soglia di povertà solo per le famiglie piú numerose3 (5 e piú persone) nei luoghi meno costosi (paesini delle regioni meridionali).

I risparmi

Torniamo un momento ai 200G€/anno del costo (per lo Stato) di questo ipotetico reddito di cittadinanza.

Una delle idee fondanti dietro l'UBI (Universal Basic Income) è che esso dovrebbe essere sostitutivo (piuttosto che complementare) alla stragrande maggioranza (se non la totalità) dei servizi pubblici resi dallo Stato: con una prospettiva del genere, i 200G€/anno andrebbero a sostituirsi (quasi interamente) agli 800G€ (e passa) annuali del bilancio statale. Un bel risparmio, ma di tutt'altro che facile attuazione (il periodo di transizione, in particolare, sarebbe alquanto … interessante da gestire).

(Come prospettiva diversa, si potrebbe considerare di investire lo stesso budget (800G€/anno) per aumentare di 4 volte l'importo del reddito di cittadinanza, portandolo quindi a 1200€/mese/persona, accompagnando questa riconfigurazione con una soppressione della totalità dei servizi statali.)

Possiamo però considerare un approccio piú morbido. L'introduzione dell'UBI porterebbe, per cominciare, all'eliminazione di ogni altra forma di sussidio statale, o gran parte di esse.

Reddito (di cittadinanza) contro “reddito (di cittadinanza)”

La prima cosa a dover andare via è il famoso “reddito di cittadinanza” pentastellato.

Grosso vantaggio dell'UBI rispetto ad altre forme di sussidio è la sua semplicità burocratico-amministrativa: essendo per sua natura incondizionato, il (vero) Reddito di Cittadinanza non richiederebbe tutto l'apparato burocratico (calcoli, domande, verifiche) e le sue conseguenze (in particolar modo, i ritardi) associati invece alle misure che da questo verrebbero sostituite. (La controparte di questa semplicità è un'omogeneità di importi che potrebbe essere considerata ingiusta; ma di questo parleremo piú avanti.)

La soluzione pentastellata costa (al momento) tra i 5G€ e i 10G€ l'anno, di cui un 10-20% circa diretto ai Centri per l'Impiego per la famosa “fase 2” con l'istituzione dei “navigator” che dovrebbero aiutare i percettori a trovare lavoro. Con l'UBI, si elimina il problema della lentezza nell'evasione delle domande e si elimina il baraccone di dubbia utilità nato dalla pretesa di trasformare questo sussidio in un “ponte per le assunzioni”.

Sussidi di disoccupazione

La legislazione vigente al momento della stesura di questo articolo prevede l'esistenza di una certa varietà di ammortizzatori sociali. Tra queste, le molteplici indennità di disoccupazione, quali NASpI, DIS-COLL e ASDI, differenziate per le categorie a cui vengono appplicate, per le circostanze di applicazione, per la durata, per l'importo.

Anche in questo caso, l'UBI come alternative propone una netta semplificazione. Non sono riuscito (al momento) a trovare dati sul numero di indennità corrisposte in questi anni ed il loro importo (complessivo), quindi non posso dire a quanto ammonterebbe il risparmio (per Stato ed INPS) associato all'eliminazione delle stesse.

L'eliminazione delle indennità di disoccupazione e la sua sostituzione con l'UBI è concettualmente e praticamente un'azione molto diversa dall'intervento precedentemente descritto: le prime sono infatti legate all'importo dello stipendio (l'idea è di evitare un tracollo improvviso nello stile di vita per superare un periodo —che si suppone breve— di crisi, fino al nuovo lavoro), laddove l'UBI è fisso: la sostituzione non è quindi equivalente, ed il vantaggio (o svantaggio) dell'UBI rispetto all'indennità di disoccupazione dipendono da una varietà di fattori che coinvolgono non solo l'importo degli stipendi, ma anche l'oculatezza della gestione finanziaria del percettore, nonché la durata del periodo di disoccupazione. Di questo parleremo piú avanti.

Cogliamo però adesso l'occasione per menzionare un (piccolo) risparmio legato all'abolizione delle indennità in favore dell'UBI: l'abolizione del corrispondente prelievo (1,3% dell'imponibile) per il finanziamento dei sussidi uscenti: l'importo è modesto (su uno stipendio sui 1500€/mese parliamo di circa 20€/mese), ma comunque da tenere in conto.

Stipendi del pubblico

È una triste realtà italiana (e non solo) che il “posto pubblico” è usato come strumento clientelare, sia in forma diretta4, sia in forma indiretta5.

Un eventuale UBI non potrebbe evitare questi meccanismi clientelari (benché ci sia da sperare che ne riduca la necessità aiutando i nuclei familiari a raggiungere o superare la soglia di sussistenza e quindi di “ricattabilità”), ma potrebbe depotenziarlo se tutti gli stipendi nel pubblico venissero ridotti (al netto) di un importo pari a quello erogato tramite UBI.

Il risultato sarebbe, per i dipendenti nel pubblico, un inalterato introito (almeno su base individuale), laddove impiegati nel privato si ritroverebbero con 300€/mese/persona in aggiunta al loro (inalterato) stipendio. Dell'etica di questa discrepanza parlerò piú avanti, ma in termini di costi questa operazione porterebbe indubbi beneficî.

Dato l'importo costante dell'UBI (e quindi dell'importo da scalare dagli stipendi, assumendo non vi siano importi inferiori ai 300€/mese), per calcolare il risparmio attuato da questa soluzione basta moltiplicare i 300€/mese/persona per 12 mesi per il numero di dipendenti pubblici: si parla di circa tre milioni e mezzo di persone, portando il risparmio a poco meno di 13G€.

Le pensioni

Anche qui si tocca un tasto dolente, ma è una triste realtà da fronteggiare il fatto che decenni di “patto intergenerazionale” non soddisfatto e certi abusi del sistema pensionistico come strumento clientelare hanno reso la sua gestione una delle piú pesanti palle al piede del bilancio statale italiano.

Per calcolare il risparmio che si avrebbe scalando, come fatto per gli stipendi dei dipendenti pubblici, le pensioni di un importo pari a quello erogato tramite UBI, ancora una volta, ci appoggiamo ai dati INPS per scoprire che in Italia vengono erogate poco meno di 14 milioni di pensioni “previdenziali” (almeno per il 2019), portando il “risparmio” a circa 50G€ l'anno.

(Se a queste aggiungessimo anche le oltre 4 milioni di pensioni assistenziali, potremmo risparmiare altri 14G€ e passa, ma non sono sicuro che tutte le pensioni assistenziali superino i 300G€/mese.)

A quanto stiamo?

Sommando i succitati possibili contributi potenzialmente risparmiabili concorrentemente all'introduzione dell'UBI otteniamo, sui 200G€/anno di spesa, un risparmio che oscilla tra i 70G€ e 100G€; a questi risparmi andrebbero aggiunti quelli ottenuti con la soppressione o riduzione (al solito, di 300€/mese/persona) di sussidî, indennità di disoccupazione, ed altre forme assistenziali che qui non sono state conteggiate. Supponendo da questi ultimi un contributo marginale, al primo anno dell'introduzione dell'UBI il suo costo effettivo sarebbe quindi non superiore ai 130G€ (probabilmente in realtà anche meno, con in piú i benefici delle associate semplificazioni burocratico-amministrative).

La scappatoia del momento?

A seguito della pandemia di COVID-19 di quest'anno, l'EU ha istituito un Recovery Plan da cui l'Italia riceverà circa 80G€ a fondo perduto e 120G€ di prestiti. Il notevole e diffuso scetticismo sulla capacità dell'Italia di spendere tali soldi in maniera opportuna è ben giustificato da certe scelte politico-economiche degli ultimi anni (soprattutto se per ultimi si intende ultimi 45).

I 200G€ complessivi capiterebbero a fagiolo per coprire completamente l'UBI per un anno, o potrebbe aiutare a completare la copertura dell'UBI, senza ulteriori spostamenti di spesa, per i prossimi due o tre anni —e sarebbe, sotto molto punti di vista, una spesa ben piú oculata e condivisibile di molte delle proposte di questo governo.

Certo sarebbe interessante capire se una scelta di questo tipo potrebbe essere fatta rientrare nei criteri e nelle condizioni per l'erogazione del fondo, o se dalla prospettiva dei controllori europei cositutuirebbe una violazione del patto. (Personalmente, con il potenziale di rilancio economico dell'UBI, ritengo ci si potrebbe trovare a recuperare nei prossimi anni una buona dose di introiti con cui ripagare prestiti e interessi, ma ovviamente la mia è una considerazione afflitta da pesante faziosità —dopo tutto, è la mia proposta.)

I dubbi

Non mi dilungherò sui benefici teorici di un UBI (non è quello che mi interessa discutere qui). Voglio però analizzare alcuni aspetti critici della sua implementazione.

La gestione dei minori

Il primo problema è di tipo tencico: la gestione dei minori. A chi andrebbero i 300€/mese del minore? La difficoltà sorge dalla necessità di conciliare da un lato l'idea che l'UBI sia diretto al cittadino residente (per cui i soldi dovrebbero andare al minore), dall'altro che essodovrebbero servire al sostentamento dello stesso (compito, nel caso del minore, degli adulti a cui è affidato).

Estremizzando la prima richiesta, i soldi potrebbero venir accantonati in un fondo da cui il minore potrà prelevarli sotto opportune condizioni (quando ancora minore) o in piena libertà una volta diventato maggiorenne (300€/mese per 18 anni fanno poco meno di 64K€). Il problema di questo approccio è che l'adulto responsabile del minore non avrebbe alcun supporto al suo sostentamento, a meno di non essere (ad esempio) cointestatario del fondo, e potervi quindi accedere (anche qui, sotto opportune condizioni).

All'altro estremo, i soldi andrebbero direttamente al tutore, con la fiducia che questi vengano spesi (o altrimenti gestiti) a favore del minore in questione. Ed ovviamente, nel caso di piú tutori (come è tipicamente il caso, con due genitori), la domanda diventa: a quale, o distribuiti in che misura? si decide al momento della nascita, con la possibilità di modificare la scelta con il consenso di tutti? E possiamo facilmente immaginare la polveriera che la gestione di questi soldi diventa nel caso di separazione o divorzio.

Cosa succede poi, nel secondo caso, nel momento in cui il minore raggiunga la maggiore età? I tutori si troverebbero da un mese all'altro (ma potendo pianificare) con 300€/mese (a minore) in meno, ma generalmente con le stesse spese (a meno che, al compimento dei 18 anni, il minore in questione non decida di andar via di casa di punto in bianco), con la potenzialità che la situazione diventi causa di un conflitto interegenerazionale legato ad una esplicita (e potenzialmente non gradita, per quanto giustificata) richiesta di contribuire alle spese di famiglia.

Perché anche ai ricchi?

La domanda piú “comunista” sull'UBI è: perché ne dovrebbero beneficiare anche i ricchi? Secondo una famosa massima di Don Lorenzo Milani, infatti

Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali
Don Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa

La risposta è semplice e pragmatica: perché la complessità associata ad un UBI “selettivo” non vale la pena. Uno dei principali vantaggi dell'UBI rispetto ad altre forme di stato sociale è la sua semplicità, con i conseguenti notevoli risparmi di gestione. Rendere l'UBI selettivo, oltre al nome (non sarebbe piú universale, o di cittadinanza), ne ammazzerebbe anche la semplicità: a cosa dovrebbe essere legata la sua erogazione? Alla dichiarazione dell'anno precedente? A quella dell'anno corrente, con misure correttive per l'anno successivo o in fase di pagamento delle tasse?

Queste complessità assorbirebbero gli eventuali risparmi sull'erogazione dell'UBI, andando per di piú a pesare in primis sui cittadini che meno se ne dovrebbero preoccupare (con la supplementare complessità nella dichiarazione dei redditi). In che modo infatti dovrebbe essere gestita la differenziazione?

Le possibilità sono due: o il reddito viene erogato solo a chi ne ha diritto, cosa che richiede informazione adeguata (quanti aventi diritto non verranno nemmeno a sapere di averlo, tale diritto?), la necessità di sbrigare le necessarie carte, e gli inevitabili ritardi legati alla verifica dell'idoneità; o il reddito viene erogato in maniera incondizionata, ed in fase successiva si dovrebbe procedere ad una restituzione nel caso l'idoneità non fosse in realtà stata raggiunta: ad esseren colpiti maggiormente, in tal caso, sarebbero i redditi piú bassi al limite della percepibilità, per i quali anche un semplice errore di calcolo o svista farebbe la differenza tra il dover restituire 3600€ o no.

Tassazione

Un altro punto che richiede attenzione è l'eventuale tassazione dell'UBI. La fiscalità italiana comprende varie soglie di esenzione in base all'importo e tipologia del reddito. La domanda a cui trovare risposta è se, con l'inclusione dell'UBI, sia necessario rivedere le soglie di esenzione, ed eventualmente in che misura, in modo da un lato di evitare che ci si ritrovi con meno reddito disponibile dopo l'introduzione dell'UBI, e dall'altro da parzialmente compensare il fatto che chi gode già di un reddito notevole non trae particolare beneficio dall'UBI.

In effetti, con una opportuna calibrazione del regime fiscale, si potrebbe probabilmente anche far sí che, al di sopra di un certo reddito (quello che potrebbe essere il reddito oltre cui sarebbe “ingiusto” percepire l'UBI), il carico fiscale finisca con il coprire interamente l'importo erogato.

Discrepanza pubblico/privato

Un altro punto contenzioso nella mia proposta è sicuramente la discrepanza tra dipendenti del pubblico e dipendenti del privato. Perché i dipendenti pubblici dovrebbero essere “penalizzati” (o piuttosto “non favoriti”) dall'introduzione dell'UBI?

Ho già introdotto una parziale spiegazione quando ho presentato il tema: piaccia o non piacca, e per quanto la cosa possa non essere universale, è indubbio che il “posto fisso nel pubblico” sia stato (e sia tuttora, e rimarrà per sempre) una non indifferente sorgente di clientelismo, ed una forma, per quanto parziale, di assistenzialismo. In linea con questa riflessione, ed essendo la mira ultima dell'UBI, almeno in teoria, la sostituzione di ogni altra forma assistenziale, non dovrebbe sorprendere piú di tanto la scelta di scalre l'UBI dagli stipendi pubblici come proposto anche per le altre forme di assistenzialismo.

Sia beninteso che in questo argomento non rientra quello stereotipo che —benché non totalmente infondato, come tutti gli stereotipi— fa di tutta l'erba un fascio, eguagliando il dipendente pubblico al fancazzista o parassita: il discorso si riferisce esclusivamente all'uso clientelare del posto pubblico, indipendentemente dallo sforzo lavorativo dell'assunto. Scalare l'UBI dallo stipendio è una strategia che può aiutare a depotenziare questo meccanismo. Non è quindi intesa come azione “punitiva” nei confronti dei “fannulloni del pubblico” (ed infatti non punisce: semplicemente non remunera), ma come disincetivo a tale abuso.

È indubbiamente vero che la scelta finisce con il colpire anche chi prenda il proprio impiego nel pubblico seriamente; ma d'altronde è anche vero che —per come stanno le cose ora— costoro sono molto piú colpiti dal parassitismo di chi invece tale impiego lo vive solo nella forma superficiale dell'assistenzialismo e del clientelismo, senza possibilità di contrasto: perché chi lavora sa benissimo chi tra i colleghi abbonda di pause ed assenze, riesce sempre a non farsi trovare, e anche quando è presente è come se non lo fosse —cosí come conosce la connivenza dei superiori.

Prima di occuparci del mancato supplemento dell'UBI, sarebbe piuttosto utile trovare un modo per scardinare questi meccanismi, ed evitare che l'impiego pubblico diventi una roccaforte inespugnabile anche del peggior menefreghismo.

Come ho già detto, l'UBI non risolve il problema né dell'uso clientelare del pubblico impiego, né del disimpegno del fannullonismo. Lo scalamento dell'UBI dagli stipendi pubblici aiuterà però a rendere gli stessi, seppure marginalmente, meno appetibili.

I rischi

L'introduzione di un UBI porta inevitabilmente dei rischi. Vediamone alcuni.

L'abuso dell'«a persona»

L'idea è semplice: se ogni nucleo familiare riceve 300€/mese/persona, facendo piú figli si avranno piú soldi. Con 4 figli, siamo già a 1200€/mese solo dalla prole, puliti puliti. Praticamente uno stipendio.

È indubbio che il rischio ci sia, ed è altrettanto indubbio che non mancherà chi abuserà della cosa. Ma a ben pensanrci, è davvero una cosa tanto negativa?

L'Italia è da anni in crisi demografica, grazie al crollo delle nascite. La popolazione è sostanzialmente stabile da anni solo grazie all'influsso migratorio. Il numero di giovani (sotto i 14) è quasi la metà del numero di anziani (sopra i 65), minacciando il ricambio generazionale.

In questa prospettiva, il possibile incremento della popolazione potrebbe dare una bella spinta al rinnovo demografico. E come per altri sussidî, l'UBI sarebbe di supporto a ciò in maniera molto piú semplice (e sostanziosa, sul medio periodo) dell'attuale caterva di “bonus” (premio nascita, bonus bebè, assegno di maternità, bonus asilo nido, etc) tra cui si devono barcamenare i genitori ad oggi (e che sarebbero ovviamente soppressi con l'introduzione dell'UBI).

Alzata di prezzi, calata di stipendi

Il vero rischio dell'introduzione dell'UBI è nella “risposta imprenditoriale”. («E quando mai!» sento dire dai seggi a sinistra.) Il rischio è duplice: un innalzamento dei prezzi («tanto la gente ha piú soldi»), da un lato, ed un'ulteriore stagnazione degli stipendi («tanto la gente ha l'UBI») dall'altro.

L'innalzamento dei prezzi è abbastanza inevitabile (salvo misure di calmierazione, che sarebbe meglio evitare), nonostante l'obiettivo primario dell'UBI sia la semplificazione dello stato sociale, e quindi in primis di venire incontro alle esigenze dei redditi piú bassi, che già con i prezzi attuali si trovano in difficoltà.

La (magra) consolazione è che l'aumento dei prezzi porterà anche a maggiori introiti per lo Stato (introiti che contribuirebbero poi ad alimentare l'UBI), sia direttamente (per l'IVA), sia indirettamente (dalla tassazione della maggiorazione dei profitti). Non è facile calcolare a quanto questi maggiori introiti ammonterebbero, ma volendo dare una stima a braccio, per ogni euro di incremento lo Stato potrebbe recuperare poco piú di 4G€ assumendo un 20% di ritorno per 60 milioni di persone per 365 giorni l'anno.

Potrebbe anche essere interessante studiare un'eventuale meccanismo che leghi l'importo dell'UBI all'andamento dei prezzi, non dissimile dalla scala mobile degli stipendi, la cui soppressione ha contribuito alla perdita di potere d'acquisto di cui torneremo a parlare a breve.

Ben piú grave è il rischio di stagnazione degli stipendi.

Da decenni ormai (a dir la verità anche mezzo secolo, se non di piú) il lavoro dipendente in Italia soffre di una contrazione del potere d'acquisto, nonostante un marcato aumento della produttività. Che questo sia un importante (se non il piú importante) fattore della stagnazione dell'economia italiana è evidente a chiunque non soffra di quella miopia che purtroppo affligge buona parte dell'imprenditoria italiana.

Ho pochi dubbi sul fatto che il contributo che l'UBI darebbe alla disponibilità finanziaria degli italiani (lavoratori dipendenti e non) potrebbe dare una spinta non indifferente al rilancio dell'economia. Ho molti piú dubbi, però, sulla capacità del fenomeno di aprire gli occhi, o altrimenti risolvere la miopia, della piccola imprenditoria.

Il risultato pertanto, lungi dall'essere «oh ma guarda, se la gente ha i soldi compra di piú, aumentando i miei profitti; manco c'avesse ragione Keynes» rischia di essere piuttosto un «oh bene, posso risparmiare 300€/mese sugli stipendi per aumentare i miei margini di profitto» che finirebbe con l'arenare l'onda espansiva nel giro di qualche anno —e far ricominiare le polemiche sui giovani bamboccioni e choosy, perché non disposti a sgobbare per una miseria a profitto d altri, dando la colpa al'UBI piuttosto che alla miserabile natura dello sfruttamento.

Ci si troverebbe cosí in una triade: da un lato l'UBI che, alleviando lo stato di necessità, darà maggiore libertà di scelta per l'impiego e quindi maggiore peso contrattuale ai lavoratori; al lato opposto l'aumento dei prezzi, che ridurrà l'efficacia dell'UBI nell'alleviare lo stato di necessità, potenzialmente corregibile con il già citato meccanismo tipo scala mobile; il terzo lato della giostra è occupato dalla stagnazione degli stipendi, laddove sarebbe piuttosto opportuna (di nuovo) la reintroduzione della scala mobile.

La triade è sbilanciata a favore degli imprenditori, che in ultima analisi hanno il controllo di due fattori su tre. È possibile bilanciare la triade? Servirebbe un quarto lato, che possa ulteriormente ridurre il vantaggio contrattuale dell'imprenditore. E questo viene dalla maggiore concorrenza. Curiosamente, è ancora l'UBI ad aiutare in questo, anche se potrebbe essere necessaria qualche facilitazione.

Il contributo che può dare l'UBI al bilanciamento della triade nasce dalla già citata funzione di alleviazione dello stato di necessità. Il principale meccanismo di riduzione del potere imprenditoriale è infatti l'aumento della domanda di lavoro, ovvero un incremento del numero di aziende ed un'espansione di quelle esistenti. In questo l'UBI aiuta con una riduzione del rischio annesso all'imprenditoria: i rischi che si può scegliere di correre avendo 300€/mese garantiti (indipendentemente dal successo o fallimento dell'impresa) sono infatti diversi da quelli che si potrebbe scegliere di correre senza una tale “rete di protezione”. Questa possibilità potrebbe essere “consolidata” da un'incentivazione dell'iniziativa individuale: facile a dirsi, un po' piú difficile a realizzarsi senza alimentare tecniche di sfruttamento quali l'abuso della partita IVA come alternativa all'assunzione (dipinta a colori da certo giornalismo). Ma forse anche in questo braccio di ferro già solo un UBI opportunamente calibrato potrebbe aiutare a ridurre lo sfruttamento.

Altro?

Ci rivediamo alla prossima puntata.


  1. perché proprio 300? Il numero è scelto sostanzialmente a caso, ma come sarà discusso piú avanti, non è nemmeno un'ipotesi troppo azzardata. ↩

  2. il bilancio complessivo dell'INPS. Nello specifico la parte delle pensioni si aggira tra i 300G€ e i 400G€. ↩

  3. sebbene immagino non sia necessario puntualizzarlo, il fatto che per le famiglie piú numerose i costi per persona diminiuiscano non deve sorprendere, giacché la numerosità riduce il contributo relativo delle spese fisse: un appartamento in affitto a 400€/mese è una spesa di 400€/mese/persona per un singolo individuo, ma una spesa di 100€/mese/persona per un nucleo familiare di 4 persone. ↩

  4. La classica forma diretta è quella del voto di scambio: io (o chi per me) offro a te e/o un tuo parente un “posto pubblico”, e tu e tutto il mio parentando votate per me (o per chi dico io). ↩

  5. La forma indiretta è molto piú sottile, ma è emersa abbastanza smaccatamente in questo periodo di crisi associato alla pandemia, quando la quarantena ed il rischio di contagio hanno forzato l'adozione di tecniche di lavoro a distanza (telelavoro e “lavoro agile”). A mesi di distanza, nonostante queste forme digitalizzate di lavoro abbiano dato risultati positivi, e nonostante il rischio della pandemia si sia tutt'altro che esaudito, torna la pressione per “il rientro”: ricomincia una campagna mediatica contro telelavoro e lavoro agile in cui questo è descritto come “vacanze pagate”.

    Le pressioni per il ritorno al lavoro d'ufficio in ufficio, di cui si sono fatti promotori sindaci da Sala a De Magistris (da Milano a Napoli), al di là del fumo propagandistico sui “fannulloni” (se sono fannulloni, perché non vengono licenziati?) e sul rilancio dell'economia hanno dietro la difesa di interessi economici specifici che vivono sullo sfruttamento di una situazione lavorativa non necessaria: dagli esosissimi bar del centro agli affitti fuori misura pompati dai palazzinari (per tacer dei “finanziamenti perduti” per le multe non fatte), questo intero impianto economico è di fatto sovvenzionato dall'impiego pubblico —nella misura in cui venga forzata la presenza in ufficio.

    Anche le pressioni per le gabbie salariali per i dipendenti pubblici di cui Sala continua a farsi promotore rientrano in questa categoria: è un modo per evitare di ripensare la città in modo da abbattere questa esplosione del costo della vita, ed allo stesso tempo di nascondere la continua perdita di potere d'acquisto che da decenni affligge l'intera nazione. ↩

Sucker trump

Riflessione impopolare sul commento di Trump sulla coglionaggine dei militari

In questi giorni ha suscitato un certo scalpore negli Stati Uniti la (presunta?) classificazione dei veterani e dei militari morti in guerra come “losers” e “suckers” (“perdenti” e “coglioni”) da parte dell'attuale presidente USA, Donald John Trump.

Sdegno nei confronti dell'opinione di Trump, con grande adunata (virtuale e simbolica) a supporto delle vittime degli insulti, non sono mancate: prevedibilmente in gran parte dagli oppositori del POTUS, ma il fatto che a due giorni dalla notizia siano arrivate le smentite è indicativo di quanto la notizia possa essere “politicamente pericolosa” per lo stesso, soprattutto in prossimità delle prossime elezioni.

D'altra parte non è certo una novità l'ambiguità della posizione del partito Repubblicano statunitense nei confronti delle forze militari nazionali: da un lato grande entusiasmo per questo strumento essenziale per le politiche (apertamente o implicitamente) espansionistiche/imperialistiche degli Stati Uniti, dall'altro scarsa attenzione per gli esseri umani che incarnano questo strumento.

È vero che l'ambiguità non manca neanche dall'altro lato (almeno per quanto riguarda la base, se non necessariamente gli esponenti politici), ma se non altro è un'ambiguità meno iporcita: da un lato opposizione all'espansionismo militare e contrasto al famoso military-industrial complex contro cui mise in guardia Eisenhower, dal'altro maggiore attenzione (almeno a parole) alle loro esigenze.

Non è comunque mio interesse qui discutere delle rispettive posizioni (ideologiche) sul ruolo e l'importanza del personale militare, né della discrepanza tra cittadini e politica, o dell'opportunismo dei critici. Voglio invece spingere una riflessione, forse (un po') impopolare, sul (presunto?) giudizio manifestato da Trump:

Non ha tutti i torti

Vi sono almeno due valide motivazioni a supporto del suddetto giudizio: una soggettiva (nella prospettiva del soggetto che l'ha presumibilmente emesso), ed una oggettiva (o quanto meno analizzabile al di fuori della prospettiva trumpiana).

Cominciamo con la prospettiva soggettiva, ed in particolare dal rapporto tra Trump ed il servizio militare, o per la precisione della mancanza dello stesso —cosa nella quale, c'è da dire, Trump non è molto diverso da altri esponenti del suo (attuale) partito . Non dovrebbe sorprendere che nella prospettiva di qualcuno che, nel periodo della guerra del Vietnam, è riuscito ad evitare (vuoi per caso, vuoi grazie agli agganci giusti) il servizio militare (attivo), coloro che hanno invece attraversato lo stesso periodo “sul campo”, riportando a casa (quando fortunati abbastanza da riuscire a tornare a casa) menomazioni fisiche e mentali, siano dei “perdenti”, dei “coglioni”.

Anche a volerle considerare vittime (delle loro circostanze, del sistema socioeconomico e politico degli Stati Uniti, della perversione geopolitica della cosiddetta guerra fredda, o checchessia), infatti, è indubbio che nella vita non li si possa considerare vincenti (cosa hanno “vinto”, con la loro partecipazione alla guerra?). o scaltri o smaliziati. Persino gli eventuali atti di eroismo (nei confronti dei proprî commilitoni o nei confronti della popolazione invasa che sia) non potrebbero spostare un giudizio del genere, rimanendovi sostanzialmente ortogonali (si può, dopo tutto, essere contemporaneamente eroi e fessi).

Ma possiamo andare oltre: sorvoliamo la questione della guerra del Vietnam e della ridotta o mancante esperienza militare del soggetto. Possiamo dire, oggettivamente, che la scelta di entrare nelle forze armate (quando questa sia una scelta, e quindi non certo nel caso del servizio di leva) si possa considerare una scelta vincente, una scelta furba?

Con la possibile eccezione di chi riesca a fare carriera, raggiungendo (quanto per merito, quanto per “nascita”?) i vertici piú alti, di cui possa poi godere i beneficî senza correre particolar rischi, cosa c'è mai da “vincente” nella scelta? È difficile pensare a motivazioni che non portino a giudizi negativi.

Lo fai per disperazione, perché non riesci a trovare niente di meglio, ne hai bisogno per pagarti gli studi? Sei un disperato, uno sfigato, un perdente.

Lo fai perché credi alla retorica del servizo reso alla nazione, o dell'aiuto alle nazioni dove ti porta l'intervento, all'esportazione della civilità e del nostro benessere? Sei un illuso, un fesso che non riesce (o non vuole) vedere alla realtà dietro gli interventi militari odierni: sei qualcuno che dietro la pretesa ideologica viene mandato a morire (a spese pubbliche) per favorire gli interessi di qualche grossa compagnia privata.

Lo fai perché ti piace l'idea di andare a picchiare ed ammazzare gente? Sei uno stronzo, un farabutto. (che va be', tecnicamente non rientra nella categoria di “losers” e “suckers”, ma non è certo un complimento.

In definitiva, nel diagramma proposto da Cipolla nel suo famoso saggio sulla stupidità umana, le uniche posizioni occupati dai membri delle forze dell'ordine sono quelle degli sprovveduti (sfruttati a beneficio di altri, ma a scapito del proprio), degli stupidi (sfruttati a danno di altri —a cui portano la guerra— sempre senza beneficio proprio), e dai banditi (che dal far danno agli altri traggono giovamento e soddisfazione).

Dov'è l'errore?

Quindi diciamocelo. Il problema con l'opinione di Trump sui militari non è che sia sbagliata. Il problema è che è un pensiero indelicato, e nella sua indelicatezza può —comprensibilmente— offendere.

E soprattutto il problema è che è un'indelicatezza rivolta alle persone sbagliate. Perché il problema non è che la carne da macello sia costitutita sostanzialmente da sfigati e perdenti che non posso sperare di fare di meglio, e da fessi e sprovveduti imbottiti di (e imboniti da) buone intenzioni. Il problema è che il militare sia la migliore occasione a cui sfigati e perdenti possono aspirare, perché intorno non c'è niente di meglio, e/o perché altrimenti non hanno nessuna speranza di pagarsi un'università (cosa comune negli USA) che apra loro prospettive migliori. E il problema è l'uso e l'abuso di forza militare per tutto ciò che non è pura e semplice difesa da forze armate nemiche durante un'invasione.

Se vogliamo mandare al macello gente per difendere interessi privati, almeno mandiamoci solo gli stronzi.

In the mists of NAP

Is the NAP really all you need? Some remarks on the inadequacy of a libertarian founding principle, and the unclear concept of violence.

Introduction: the NAP

One of the founding ethical principles of many libertarian philosophies is the NAP: Non-Aggression Principle. This principle is so essential that you'll hear phrases such as «All you need is NAP» (nah-nah-nanananah) almost routinely, even (or especially) in lightweight contexts.

As a philosophical principle, the NAP solves the arguably biggest paradox of that pacifism often espoused by (certain) anarchists: the self-defense paradox. Indeed, interpreted in its strictest sense, pacifism does not allow for self-defence where violence would be required: safe for the few cases where a “soft” approach can be effective (think: deflection), therefore, it puts the holder of pacifist ideas into a position where they may not be able to defend themselves without resorting to that same violence that their pacifist ideas reject.

The NAP solves this problem by clarifying that ethical behavior is to not initiate violence (i.e. don't be the aggressor), but doesn't condemn the use of violence in self-defence (in fact, one could even argue in some extreme sense that the whole point of the NAP is to justify the use of violence in self-defence; but let's not get carried away.)

On a superficial level, the NAP makes perfect sense, and has the appeal of the simplicity and effectiveness that would justify its adoption as founding philosophical principle. In some sense, it's the negative rights version of The Golden Rule: instead of «Do unto others as you would have them do unto you» it's a «Don't do unto others as you would have them not do unto you». And it's a principle that —if followed by all— would (assumingly) lead to a peaceful society, and without the «turn the other cheek» weakness of hardcore pacifism.

In its simplicity, however, the NAP is plagued by an insurmountable issue: the unclear, and subjective, definition of aggression. As we shall see, this poses some significant limitations on the sufficiency of NAP as a founding principle1.

Am I under attack?

We'll start soft before moving to the core issue. As mentioned, the NAP allows for violence in self-defense:

«Somebody tries to kill you, you try to kill'em right back!»

Captain Malcom Reynolds. In Firely, episode 6: Our Mrs. Reynolds

The most obvious, if superficial problem of the NAP is reminiscing of the limitations of the Mutual assured destruction nuclear weapons military doctrine, i.e. the issue of deterrence, escalation and retaliation.

To put it simply, when is it right to exert violence?

On one side of the timing, if your reaction time is too slow, you wouldn't be able to defend yourself, so you want to exert your reactive violence as soon as possible —but not sooner, otherwise it wouldn't even be a reaction, but you'd be the one initiating the violence instead. The NAP doesn't help you in any way in the assessment of the acceptable threat level for escalation.

This introduces a significant degree of subjectiveness in adhering to NAP, leading to situations when “who started it” may be unclear: if I believe I am not posing a threat, but somebody else believes I am, they may feel in their right to resort to violence (i.e. escalate) in defence, and I may see their escalation as initiation of attack and thus feel in my right to actually resort to violence. Even with both of us behaving “ethically” with respect to NAP, violence would ensue.

On the other side of the timing, the issue is for how long after the aggression has begun we can still react and call it a defensive reaction to that aggression, rather than an entirely new episode of violence. Is revenge, «a dish best served cold», justified by the NAP?

More in general, is perpetuating violence justified by the NAP? Let's simplify by saying that throwing the first punch is a violation of the NAP, and counterattacking to defend yourself in a fist fight is not. What if the aggression was a single punch —such that violence would have ended there if there had been no response— and the only reason why the situation degenerated into a fist fight in the first place was the retaliatory punch thrown by the victim of the first punch?

Again, in the absence of clarification, subjective (and situational) judgement is necessary to assess the morality of the action and reaction, and the potential for neverending feuds. Ultimately, even with the best intentions, the NAP does not solve the problem of violence.

And finally, there's the related issue of proportionality: does the NAP justify any kind of violent defensive or retaliatory action in response to any kind of aggression, or is violence in self-defence only morally acceptable if commensurate to the (actual or perceived?) (threat of) aggressive violence? In the former case, it would justify the killing of entire families for the most trivial of offenses, in the latter it again requires additional (potentially subjective) criteria for the ‘measure‘ of the threats and violence.

The deeper issue: what constitutes aggression?

All of the questions raised in the previous section are actually aspects of a much larger issue that affects the NAP, and that's the definition of aggression.

Asking «what constitutes aggression?» may seem like an idle question, since it's easy to come up with positive (and even negative) examples that are likely to be universally (for some sufficiently restrictive meaning of the word) accepted as example of aggression (or not); it's however much harder (if possible at all) to come up with a universally (as above) discriminating answer, i.e. with a definition that would allow “anyone” to determine, given sufficient knowledge of any particular event, whether that specific case was a case of aggression or not.

There are two possible, relatively easy (and frequent, in my experience) answers that I am going to debate now —mostly because rather than actually providing an answer, they simply shift the subjectiveness of the definition to something else.

Aggression is the initiation of violence (?)

It's easy to see why this answer is just a cop-out, since then one would just ask: what is violence?

Again, this is far from being an idle question.

Most if not all the libertarians I've had the opportunity to discuss this with, for example, have an extremely restrictive concept (or at least range of example) of violence, limited essentially to the (ab)use of physical force or, slightly more generally, to the (threat of) physical harm.

Yet there are other forms of violence and threats that do not entail any form of physical force. Psychological abuse, for example, is another well-accepted, and sadly all-to-frequent, form of violence. But does it stop there?

The common (and arguably the defining trait) of (threat of) violence is the abuse of power in an unbalanced relationship: any time a party has power over another party, and (threatens to) abuse(s) such power to inflict (not necessarily physical) harm on the other other party, we can talk about violence.

One cannot exert physical violence on another unless they are stronger (either on their own, or by auxiliary means, e.g. weapons) and can act without particular risk of (effective) retaliation. Similarly, in a relationship, it's the emotionally/psychologically stronger party that can exert emotional or psychological abuse on the other.

Note that who's responsible for the power disparity is irrelevant. For example, I have power over someone who is enamoured with me regardless of whether I actively tried to seduce them, or even if it just happened because of reasons outside of my control. What matters is what I do with the power I have over them, and in particular whether I abuse such power to (intentionally, but we'll get to this point later on) harm them. In fact, it doesn't even matter how much they consciously realize they are being harmed (a frequent trait in abusive relationships is how hard it is for the abused partner to even recognize the abuse patterns); this is for example the rationale behind legislation against the exploitation of the unable or incapacitated.

Violence as abuse of power to inflict harm covers not only the “commonly” accepted forms of violence and power abuse (such as physical and psychological violence), but also forms that are either not formally acknowledged as such, or are so only in limited contexts.

For example, someone living upstream of someone else has power over them, because what they do with the water affects who is living downstream. Polluting the water or diverting its course will harm those living downstream, and may be considered an act of (“environmental”) violence.

Another example is economic abuse, which is only generally acknowledged in the specific context of personal, intimate partnerships, but also exists in the more general sense of harming others economically, taking advantage of one's superior power (e.g. forcing others to accept unfavorable conditions under threat of even worse action, such as driving them out of the market or enacting killer acquisitions).

Whether any of these types of violence is acknowledged as such or not is largely subjective (in fact, one of the leading differences between anarchism and libertarianism is precisely their view on economic violence), which already clouds the “completeness” of the NAP; but even worse, the existence of multiple forms of violence beyond the physical raises further question, such as whether it is acceptable or not to respond to one type of violence with another, and if so in what measure and to what extent (does responding to (threats of) environmental or economical violence, or to emotional abuse, with physical violence violate the NAP or not? if yes, how far can one go with the physically violent response to a non-physical threat?)

Aggression is the (unprovoked) violation of a negative right (?)

A slightly more elaborate cop-out answer to the question “what is aggression?” shifts the lack of clarity to a different concept, that of negative rights.

Note that this is still a cop-out. Even if arguably better defined than the concept of violence (to the point where one may define violence itself in terms of the violation of negative rights), the concept of negative right leaves plenty room for interpretation, since the distinction between a negative and a positive right is much less clear cut than the supporters of the distinction like to claim —if actually possible at all— and so is their violation.

The general distinction between positive and negative rights is framed in terms of action from a second party: a negative right is one that requires someone else to act for it to be violated, while a positive right is one that requires someone else to act for it to be enforced. A dual perspective presents the argument in terms of negative and positive moral duties for the other party: the dual of somebody's negative rights are moral duties for everybody else to not act against those rights (thus, negative duties), whereas the dual of somebody's positive rights are a moral duty for everybody else to act in support of my right (and thus a positive duty).

The classic example is the distinction between a negative and positive right to life: a negative right to life implies that others may not act in a way that endangers your life (and thus the right is violated when someone tries to kill you, for example), while a positive right to life would require others to assist you when your life is in danger (e.g. by providing you with food and water if they come across you in the desert, or by assisting you against a third party that is attempting at your life). In a similar fashion, a negative right to liberty implies that others may not deprive you of your liberty, and a negative right to ownership or private property is the dual of the “do not steal” moral duty (commandment).

Negative rights are generally considered to be first generation rights, and by their negative nature to be “compatible” with each other, in the sense that one will not violate somebody else's negative rights by exerting their own negative rights.

The inadequacy of the distinction between negative and positive rights can be remarked from a variety of different perspective.

We have mentioned that the dual to one's own negative right is a negative moral duty for others (a duty not act in a way that violates that right): but what does a negative right say about one's own action? It is generally argued that protection of one's own negative rights justifies one's own actions, even if this ends up violating someone else's right. Indeed, this is in many ways the “spirit” of the NAP: I should not violate others' negative right to life, but if I happen to kill someone while protecting myself from their attempt at violating my negative right to life, my actions are morally justified. The limit of this interpretation is that it still needs a grading of the rights that goes beyond the mere negative/positive dichotomy.

The simplest example is the question: can I kill someone for stealing (or trying to) from me? Is the negative right to life (violated by killing the thief) less, more or equally important as the right to property (violated by the theft, and in defence of which the killing happens)?

But there's more convoluted examples.

Consider a scenario in which someone is hoarding natural resources beyond what it's needed for their sustenance, and in doing so is depriving others of the essentials needed for survival. Such actions directly threaten the negative right to life of the others (not unlike the environmental or economic violence mentioned before).

Are the others then morally justified in “stealing back” the resources needed for their survival, violating the hoarder's negative right to private property to protect their negative right to life? Are they morally justified in killing the hoarder to protect their negative right to life?

What are the answers to those same questions if the scenario doesn't involve a hoarder, but a natural scarcity, where there simple aren't enough resources for everybody's survival? Are people morally justified in killing each other to protect their negative right to life against others' negative right to life?

But not only is the distinction between negative and positive rights insufficient to clarify the NAP, the distinction itself, as we mentioned, is not well defined. In some sense, there is a semiotic issue: it is possible to rephrase or reframe rights in such a way that they are considered either a positive or a negative right, without changing the practical implications in the respect of the right itself. This implies that “negativity” or “positivity” isn't an intrinsic property of the right, but depends on the frame of reference (and is thus at least partially subjective).

A concise example can be found in the negative right to private property, reframed as a positive right to have your property claim recognized (which it might not be, for example because you are considered a thief, or ownership was transferred to you under unacceptable circumstances, e.g. coercion). More aggressively, your negative rights to life and liberty can be reframed as the positive right to not be considered a threat to the life and liberty of others (since otherwise they would be in their right to suppress your life, as per the NAP).

The ambiguity is even more evident when looking at the dual viewpoint of negative versus positive moral duties. Consider for example the following scenario: I'm walking or standing outside of somebody's private property, marked by a wall, but due to lack of proper upkeep, the wall falls down on me, hurting or killing me. My negative right to life/good health has then been violated not by a direct action, but by inaction: in the specific case, failure from the wall owner to maintain the wall in good condition so that it wouldn't endanger passers-by. Similar examples would be for example the failure to secure one's domestic animal (dog's leash/muzzle) or failure to wear a mask in public while potentially infectious.

More in general, the moral duty of not endangering others (to not violate their negative rights to life and good health) covers both negative aspects (duty to not take actions that would endanger others) and positive aspects (duty to secure others from the danger posed by things one is responsible for).

A counterargument to this remark is that the positive duty is consequence of a previous actions (building or taking ownership/control/responsibility2 for something that can endanger the lives of other if left unchecked), but this simply confirms that the positive/negative view depends on the framing, and presents other aspects of the conflict, such as the right to private property entailing positive personal duties (e.g. to not let one's property endanger others). Is it then morally justifiable to act in violation of someone's negative right to private property, if they shy away from the consequent duties?

(The right to private property, in this sense, is one of the most fascinatingly debatable rights, but this is something that deserve its own discussion.)

Intentionality, awareness, ignorance, inaction.

The last point of subjectiveness in the NAP, whatever definition of aggression is chosen, is the matter of intentionality, here used in the “common language” meaning of acting with deliberate purpose.

We can consider four degrees in the undertaking of a harmful action:

  • intentionally harmful actions are actions undertaken with the express purpose of inflicting harm to another party;
  • a lesser degree is the awareness of the harmful nature of the action, even though harm is not the purpose of the action itself, with the action being undertaken because we value the benefit it gives us as more important than the harm it inflicts others as a side-effect;
  • even lower, we have ignorance of the harmful nature of the action, which leads us to undertake it because we are unaware of its harmful nature;
  • and finally, of course, inaction, as not undertaking the action in the first place.

The NAP clearly covers the highest degree, but arguably it covers the next one as well: even if harm is not the purpose, undertaking the action knowing that it will harm others shows a conscious (thus, intentional) disregard for their safety that can be considered an unprovoked act of violence or a violation of their negative rights to safety.

Or is it? The semantic choice of the word “aggression” carries with itself an implication of intentionality, as debated for example by Kinsella and Tinsley, even though this is not meant to imply that other degrees are exempt from punishment or reprisal, although it would influence the degree to which they would be.

From the perspective of the harmed (i.e. the one that by the NAP would be in their right to exert their right to act violently against the aggression), however, it really makes no difference if there was an intent to do harm, or “just” an intentional disregard for the safety of the others: even if might not considered an aggression in the strict sense, retaliation would be considered morally justified.

The distinction between the second and the third degree (ignorance) is again one that highlights the insufficiency of the NAP. There is wisdom in not escalating violence, which in this case might mean trying to communicate with whoever (presumably unaware of the fact) is acting threateningly or in a harmful manner , making them aware of the threat or harm they pose to you, and hopefully settling the situation without further violence.

Differentiating between the second and third degree however requires a subjective interpretation of the motives or knowledge behind the harmful actions (not unlike the distinction between the first and the second degree, but with a different outcome to the assessment). While it would be wise (with the aim to avoid escalation) to always assume the third degree, there are circumstances where this either requires a massive suspension of disbelief, or a considerable trust in the others, that due to other circumstances we may be unwilling or unable to concede. Even more so, there may be no way or time to contact the actor and inform them about the threat they pose or harm they are causing —especially considering the possibility that, despite our optimism, it might really be a case of disregard for others' safety (at best).

All of this thus requires subjective judgement, and further highlights the inadequacy of the NAP, since the “wise” approach to “assume no malice” is external to the NAP, and its own principle, better known as Hanlon's razor:

Never attribute to malice that which is adequately explained by stupidity.

or at least a variant thereof where ignorance is assumed instead of stupidity, since the latter may preclude any possibility of “enlightenment” and thus the undertaking of corrective actions —and of course, that's assuming we aren't in the previously mentioned situation, where the two parties might have different opinions or perceptions on whether a specific behavior is or is not harmful to others: do we still get to act according to the NAP if even after the confrontation the other party refuses to acknowledge the harm or potential harm (threat) posed by their actions?

And finally, in the fourth degree, we have the lack of action, which should be undoubtedly exempt from the NAP —unless of course, it's the kind of inaction that causes harm to others, when such a view is accepted.

The third party involvement issue

The last obstacle to the universality of the NAP is in reference to the subjective application of it to third party involvement, which can be summarized in the following question: can a third party intervene in a violent conflict while respecting the NAP? In other words, if a party A attacks a second party B, would a third party C intervening in B's defense against A be acceptable within the NAP, or would it be a violation of the NAP for C against A?

The answer to this question is both contextual and subjective.

Contextually, it is generally accepted that the NAP is not being violated if the intervening third party C has a relationship with the offended party B that would “command” their intervention: the typical example is a contract binding C to protect B.

The subjectiveness of the answer is tied both to the subjectiveness of the applicability of the NAP itself, previously discussed, as well as to other ethical considerations.

Consider for example the case where the protection contract that would (contextually) justify the third party intervention has as a trigger the unprovoked violence against the protected party (and is thus essentially just an extension of the NAP to the third party): all of the considerations made about the subjectiveness of the concept of violence that have been discussed so far will come into play. Does the contract trigger based on the protected party's idea of violence (thus being an extension of the NAP “from the perspective of the protected”), or based on the protector's idea of violence (thus being an extension of the NAP “from the perspective of the protector”), or their union, or their intersection?

Of course, this specific example isn't as much an issue for the NAP itself, but just one of the aspects of the contract that need a clear and detailed specification due to the subjectiveness (and thus inadequacy) of the NAP; it also poses an ethical conundrum for the protector, that might find themselves in a situation where they'd need to violate the NAP to satisfy the terms of the contract —but of course, that's up to the prospective protector to decide.

The situation becomes more subjective when one starts to consider that there are circumstances under which one may be compelled to intervene not because of a “legally binding” contract, but due to a specific relationship with one of the parties involved in the conflict that carries a moral (if not legal) obligation to intervene in their defence. This could be for example a blood relationship (parent/offspring/sibling), a close friendship, or being member of one's inner circle or other tightly-knit community. But why stop there? If one's ethos can be summed up as

Homo sum, humani nihil a me alienum puto
I'm human, I think nothing human is alien to me
Cremes, in Plautus' Heautontimorumenos

it would be ethical to intervene in any conflict, even if just to defuse or de-escalate it, but especially in defense of any obviously victimized party, all without —subjectively— violating the NAP.

A core NAP?

A way to escape the extent to which the NAP becomes applicable due to the subjective interpretation of the concepts it relies on is to limit the NAP to its “core”, its “stricter” interpretation: do not initiate physical violence, but accept its usage as a defence to a physical attempt at your (and nobody else's) life, liberty or private property.

This may be considered an “objective” core of the NAP, agreement on which could be reached by all; a “necessary” part, so to say. This being the case, though, is it still actually sufficient? If so, what are the implications of such a stance with respect to the morality of e.g. psychological and emotional manipulation, such as gaslighting or child grooming, which by such a “core NAP” would not be covered?

Conclusions

Assuming you've managed to get this far, it should be clear that none of my remarks invalidate the NAP per se. They do however highlight its insufficiency as an ethical founding principle, and the need for further clarifications, due to the highly subjective underpinnings of its application.

Beware then of anybody claiming that all you need is NAP, they obviously haven't thought this through.


  1. which is to say, even assuming that the NAP is an acceptable founding principle —which is actually debated even in libertarian circles— it is not true that it's sufficient, i.e. it's not true that «all you need is NAP». ↩

  2. and that's before even getting to the moral dilemma about responsibility and inaction, enshrined in the dubiously attributed maxim «for evil men to accomplish their purpose it is only necessary that good men should do nothing» and that culminates in the trolley problem, that will be discussed too. ↩

ludica

Sui giochi di ogni sorta, presenti, passati e futuri

[Quanto ho lavorato su questa rubrica]

Nana, Trio & co

Un gioco di carte di tris, memoria e strategia

L'altro giorno sono stato all'Aci Comics & Games ed agli stand dei giochi da tavola ho scoperto alcuni giochi nuovi, tra i quali un gioco di carte che è diventato la nostra nuova passione di famiglia.

Il gioco si chiama Trio ed è una variante di un gioco, ed è una variante del meno conosciuto (almeno in occidente) ナナ(NaNa), con arte diversa e piccole variazioni delle regole. Per i curiosi, su BoardGameGeek, dove i due giochi (Trio e Nana) sono classificati come lo stesso, c'è una discussione in corso sull'opportunità di averli come voci separate. (Personalmente, io concordo che chi sostiene che i due giochi dovrebbero essere considerati separati.)

Come si gioca

Il mazzo di carte è composto da carte numerate da 1 a 12, ciascuna in triplice copia. Lo scopo del gioco è formare tris formati da(lle) tre copie della stessa carta.

All'inizio del gioco vengono distribuite tutte le carte, in parte tra i giocatori, e le restanti coperte sul tavolo, disposte come nel gioco del Memory. È raccomandabile che i giocatori disponganlo la propria mano (coperta), in ordine crescente.

Al proprio turno, ogni giocatore può svelare una carta, o tra quelle al centro, o tra quelle nella propria mano, o tra quelle nella mano di un altro giocatore. L'unica condizione è che dalla mano di un giocatore (inclusi sé stessi) si possono svelare solo la carta piú alta o quella piú bassa. Il turno finisce quando l'ultima carta svelata è diversa dalla precedente, o quando si sono svelate 3 carte uguali (nel qual caso il giocatore di turno raccoglie il tris ottenuto). Se le carte svelate non compongono un tris, esse tornano nella mano del giocatore di appartenenza.

È possibile chiedere allo stesso giocatore di svelare la carta piú alta (o piú bassa) due volte durante lo stesso turno, nel qual caso il giocatore in questione rivelerà sia la carta piú alta (o piú bassa) sia quella immediatamente precedente (o successiva), che potrebbe avere lo stesso valore, oppure no.

Ad esempio, supponiamo che A abbia le carte: 3, 5, 5, 6, 7, 7; e che B abbia le carte 3, 4, 4, 4, 6, 7.

Il giocaote B _non_ può svelare il proprio tris di 4 perché ha sia carte piú alte che carte piú basse.

Il giocatore B può chiedere ad A di svelare la carta piú bassa, ed A metterà giú il 3. Il giocatore B può quindi chiedere nuovamente ad A di svelare la carta piú bassa, ed A metterà giú il 5. A questo punto il turno di B finisce, ad A potrà riprendere le sue due carte.

Se invece B chiede ad A di svelare la carta piú alta, A dovrà mettere giú il 7. E se B chiederà nuovamente ad A di svelare la carta piú alta, A dovrà mettere il anche il secondo 7. A questo punto B potrà svelare il proprio 7 e fare un tris.

Le condizioni di vittoria sono: fare tre tris, fare un tris di 7, o —secondo alcune regole— fare due tris di numeri “collegati” (ovvero la cui somma o differenza sia 7, come ad esempio 1 e 6, 1 e 8, 2 e 5, 2 e 9, 5 e 12 etc);

(Per inciso, se siete curiosi sul perché del 7, in giapponese nana è la lettura kun del numero sette, anche se normalmente è scritto in hiragana come なな e non in katakana come il nome del gioco.)

Varianti

NaNa e Trio differiscono in alcuni dettagli.

  • NaNa è per 2–5 giocatori, mentre Trio è per 3–6 giocatori;

  • NaNa rimuove alcune carte per le partite con 2 o 3 giocatori;

  • NaNa ha come condizioni di vittoria il tris di 7, due tris collegati, o tre tris; Trio ha come condizioni di vittoria solo il tris di 7 o tre tris nella versione “semplice”, ma ammette una variante “avanzata” (chiamata “piccante”) in cui si vince anche con due tris collegati;

  • Trio include regole per il gioco di squadra con 4 o 6 giocatori; si gioca in squadra con il giocatore seduto di fronte, ed è permesso scambiarsi una carta all'inizio del gioco, o quando un'altra squadra vince un tris;

  • esiste una versione “natalizia” di NaNa che aggiunge una regola: ogni volta che viene fatto un tris di valore 2, 4, 6, 8, 10, i giocatori dicono tutti insieme “buon Natale” e passano la propria mano al giocatore alla loro sinistra.

Fatto in casa

Non è necessario il set di carte originali per giocare a NaNa o Trio: si può fare “in casa” con un mazzo di carte francesi, togliendo i jolly, un seme ed i Re. Le carte hanno il loro valore di base (A = 1, J = 11, Q = 12). L'unica cosa che rimane da ricordare è la distribuzione del numero di carte in base al numero (#) di giocatori, che qui riporto in una tabella di comodo:

#Carte per giocatore / in tavolaNote
ナナ(NaNa)Trio
210* / 10n.d.*senza 11 e 12
38* / 99 / 9*senza 12
47 / 8
56 / 6
5n.d.5 / 6

Perché mi piace

Il gioco è semplice, veloce, con una tecnica inusuale (è possibile rimanere senza carte e continuare a giocare con quelle sul tavolo ed in mano agli altri), ed una particolare combinazione di casualità, memoria e strategia («vale la pena di farmi quel tris di 8 sbloccando cosí il 7 che altri potrebbero usare per fare il tris vincente?») anche se il caso gioca certamente il ruolo predominante.

La vittoria con il semplice tris di 7 può essere frustrante, e contribuisce non poco ad amplificare la natura stocastica del gioco (è tecnicamente possibile trovarsi con un tris di 7 in mano e poterlo giocare subito), solo parzialmente bilanciata dal marginale contributo alla strategia che può venire dal mirare alla copia di tris collegati. Ovviamente, nulla proibisce di introdurre una “regola della casa” che restringa al solo tris di tris la condizione di vittoria.

Ma nella mia seppur breve esperienza di gioco posso dire che, a patto di prenderla con il giusto spirito, anche la regola del sette può rendere il gioco divertente.

10 francesi e 7 sicliani

Adattare un trucco di carte da un mazzo di carte all'altro

Il trucco

Ho appena scoperto un affascinante trucco con le carte. Il gioco, proposto nel video su un mazzo di carte francesi ed ugualmente giocabile con un qualunque mazzo di 52 carte divise in 4 semi da 13 carte ciascuno, si svolge nel seguente modo.

Il mazziere scopre una carta, e conta dal valore di quella carta fino a 13, impilandovi sopra le carte. Se ad esempio gioca ha girato un 4 di picche, vi aggiungerà sopra nove carte. Arrivato a 13, capovolge il mazzetto di carte cosí ottenuto, e scopre un'altra carta, su cui impilerà altre carte contando fino a 13 partendo dal valore della nuova carta, e cosí via.

Alla fine avrà costruito cosí sul tavolo un certo numero di mazzetti (coperti), ed avrà in mano un certo numero di carte rimaste perché non sufficienti a contare fino a 13 sull'ultima carta girata.

A questo punto, il mazziere chiederà al giocatore di selezionare tre dei mazzetti sul tavolo, e riprenderà in mano tutte le altre carte. Chiederà poi al giocatore di scegliere due dei tre mazzetti selezionati, di scoprire le rispettive carte in cima ai due mazzetti scelti, sommarne i valori ed agginugere 10.

Il mazziere ora scarterà dalla propria mano tante carte quanto è il risultato di questa operazione, e svelerà che in mano gli sono rimaste tante carte quanto è il valore della carta in cima al mazzetto rimasto coperto.

Com'è possibile?

Il trucco svelato

Il trucco giace nel fatto che la carta in cima a ciascuno dei mazzetti dice quante carte mancano al mazzetto per arrivare a 14 carte. (Ad esempio, il mazzo “partito” dal 4 di picche avrà 10 carte in totale.) Tre mazzi da 14 carte fanno 3×14=42 carte, ma ci sono 52 carte in un mazzo: le carte in mano al mazziere sono quindi 52-42=10 piú la somma dei valori delle carte in cima a ciascuno dei tre mazzetti. Scartando 10 carte piú la somma di due delle tre “cime” si otterrà un numero di carte pari alla terza cima.

Adattamento

Una volta capito il meccanismo di gioco, il mio primo pensiero (dopo averlo sperimentato con mia moglie ed aver verificato che non solo funziona ma fa davvero effetto sulle persone) è stato come adattarlo alle carte siciliane (o napoletane, o qualunque altro mazzo di Carte da gioco italiane) con 40 carte (4 semi da 10 carte l'uno).

Il gioco si può ripetere uguale, ma contando fino a 10 invece che fino a 13. A questo punto bisognerà aggiungere 7 alla somma dei valori delle cime dei due mazzi scelti, e scartare quel numero di carte per rimanere con tante carte in mano quante sono quelle della cima del mazzetto rimanente.

Ho verificato, e funziona.

In questo caso, la cima di ogni mazzetto indica quante carte mancano ad averne 11, e 3×11=33=40-7 da cui la necesstià di aggiungere 7.

Il problema

Come dicevo, il trucco fa un effetto enorme, ma c'è una cosa che “infastidisce” il giocatore: perché quel 10, o quel 7 nel caso del mazzo da 40 carte? Sembra un po' artificioso, ed è un po' un singhiozzo nella magia del trucco.

Una possibile soluzione sarebbe quella di costruire i mazzetti contando piú in alto di 13: arrivando ad esempio fino a 16, basterebbe aggiungere 1 alla somma delle due cime scoperte (poiché 3×17=51), ed 1 è un numero abbastanza magico. (Con i mazzi da 40 carte bisognerebbe contare fino a 12.)

Il problema di questo approccio è che viene a mancare il legame “naturale” tra la conta ed il numero di carte che psicologicamente il giocatore associa ai mazzi (13 con i mazzi da 52, 10 con i mazzi da 40).

Servirebbe qualcosa di piú raffinato.

Una proposta

L'idea che mi è venuta in mente consiste nell'aggiungere un passo al trucco: dopo aver raccolto i mazzetti non selezionati dal giocatore, si fa una pila con 13 carte (10 se si gioca con mazzi da 40), e si “pescano” 3 carte da questa pila, una per ogni mazzetto selezionato dal giocatore. Cosí facendo, si sono già contante le 10 (rispettivamente 7) carte in piú che bisognerebbe scartare.

L'astronave (da fare)/1

Un gioco da tavolo “carta e penna” a tema spaziale

Introduzione

Il gioco da tavolo che mi sono sognato stanotte mi ha fatto ricordare che qualche anno fa avevo cominciato a progettare un gioco da tavolo “carta e penna” con mio figlio, a tema spaziale. Ricordavo pure di aver buttato giú per iscritto, in forma elettronica, le regole che avevamo progettato per provare a giocare, ma un'infruttuosa ricerca sul mio laptop, sul server, e persino sul laptop di mia moglie, cercando parole chiave che avrebbero potuto essere parte del titolo, mi aveva scoraggiato dalla speranza di ritrovarle, anche se nella ricerca di almeno una copia cartacea mio figlio è riuscito a ripescare il blocco note in cui avevamo fatto la partita di prova.

In un momento di distrazione (e quando se no?), l'illuminazione: forse l'avevo fatto online? Prontamente, una ricerca su Google Drive ha portato alla luce prima un foglio elettronico in cui avevamo segnato alcuni calcoli necessari per il gioco, ed infine il documento dove avevamo appuntato le regole. Per i curiosi, le date di modifica dei file indicano che le prime idee del gioco L'Astronave sono state buttate giú il , con alcune piccole modifiche giorno .

(E mentre parliamo di note storiche: il gioco è molto superficialmente ispirato al videogioco FTL: Faster Than Light, con cui condivide però solo l'idea di una “mappa a quadretti di un'astronave”.)

Il gioco è ben lungi dall'essere completo, ma per una scelta “archivistica” (in primis il desiderio di non dipendere dai servizi di Google) ho scelto di pubblicare qui sul Wok le regole nel loro stato attuale, nonché alcune riflessioni sui limiti correnti e sulla loro possibile evoluzione futura, in quello che nel gergo (anglofono) dell'ambiente si chiama devlog, crasi di development log ovvero “diario di sviluppo”.

Andiamo quindi a cominciare. La prossima sezione presenterà lo stato corrente delle regole come steso all'epoca seguendo sostanzialmente le indicazioni di mio figlio (che all'epoca non aveva ancora compiuto 8 anni).

Seguiranno alcune riflessioni, alcune delle quali già condivise con mio figlio giusto stamattina.


L'Astronave

Obiettivo

Costruire un'astronave il piú grande possibile.

Preparazione

Inizialmente l'astronave ha solo il muso, tutti i giocatori si trovano nel muso.

Turni

Al proprio turno, il giocatore può compiere UNA azione:

  • Muovere il proprio omino (2 caselle in astronave o 1 casella nello spazio).
  • Riparare la tuta (propria o di un altro giocatore)
  • Rigenerare il proprio scudo
  • Costruire un nuovo pezzo
  • Aggiustare un pezzo rotto
  • Assegnare il ruolo o potenziare una stanza

A fine turno un meteorite attraversa il tabellone

Se colpisce un pezzo integro, il pezzo viene rotto.

Se colpisce un pezzo rotto, il pezzo viene tolto.

Se nel pezzo c'è un omino, l'omino perde lo scudo. Se l'omino non ha lo scudo, si rompe la tuta. Nel vuoto (e.g. pezzo tolto), l'omino senza tuta può durare un solo turno. Un omino che finisce l'aria nel vuoto muore (il gioco finisce con la sconfitta dei giocatori).

Stanze speciali

G = numero di giocatori

Centro di comando (25)

Dimensione: 5×5

Funzione speciale: vedi armeria.

Motori (25)

Dimensione: 5×5

Devono essere potenziati (+1, richiede un'azione) per poter far funzionare tutte le stanze (inclusa la sala motori stessa).

Se un meteorite colpisce la sala motori, questa perde 1 di potenza (per ogni meteorite). Arrivata a zero, si applicano i danni standard.

Generatore di scudo per l'astronave (9)

Dimensione: 3x3

Lo scudo in funzione elimina una minaccia meteorite (se il meteorite colpisce una stanza, non vi sono effetti, ma lo scudo dell'astronave viene perso, e va riattivato da qualcuno). Lo scudo può essere in funzione solo se i motori hanno abbastanza potenza per tutte le stanze costruite.

Armeria (9)

Dimensione: 3x3

Se c'è personale al centro di comando E in armeria, il meteorite può essere distrutto prima di interagire con l'astronave (prima ancora che colpisca lo scudo).

Infermeria (9)

Dimenione: 3x3

Mensa (6+3xG)

Dimensione: 3x(G+2)

Alloggiamento (4xG)

Dimensione: 2x2, uno per giocatore

Camera di pressurizzazione (8)

Dimensione: 4x2, per forza a bordo nave (uno dei lati da 4 deve essere “all'aperto”).


Riflessioni

La descrizione del gioco soffre evidentemente dei limiti dell'essere stata congegnata da un ragazzino di 7 anni, per quanto sveglio. Mancano alcune informazioni essenziali, quali la dimensione del piano di gioco, la posizione del “muso” dell'astronave, e molti altri dettagli pratici su come una partita di questo gioco dovrebbe essere giocata.

In (buona?) parte, questo è anche dovuto al fatto che durante la fase di brainstorming in cui queste prime istruzioni furono buttate giú molti di questi dettagli non erano ancora noti: sono anzi stati l'“oggetto di studio” della già citata prima partita di prova. Alcuni di questi dettagli sono rimasti “su carta”, chiaramente leggibili (ad esempio: la partita è stata giocata su una griglia 20×20, richiedendo quindi l'utilizzo di almeno un d20 per determinare dove arriverebbero i meteoriti), altri sono sfumati nel tempo, lasciando sul foglio di carta quadrettata segni a matita di difficile (se non impossibile) interpretazione.

Certi aspetti rivelano invece l'ingenuità di fondo della giovane età che ha concepito il gioco. Una per tutte, l'obiettivo espresso in maniera semplice quanto ambigua come la costruzione dell'astronave piú grande, mancando alcuni cruciali dettagli come ad esempio le condizioni sotto le quali l'astronave si possa considerare completa (e quindi il gioco finito).

Molte meccaniche di gioco sono implicite o non pienamente sviluppate: ad esempio, il concetto del finire l'aria mentre si è nel vuoto. Si può supporre che questa sia semplicemente una questione legata al danno alla tuta causato dalla meteorite, ma lascia intendere invece che ci sia (o ci possa essere) dietro un meccanismo piú articolato, legato al consumo dell'aria.

Proprio di questo abbiamo parlato oggi (anzi ieri ormai, essendo passata la mezzanotte) con mio figlio, osservando che per rendere il gioco piú dinamico potrebbe essere importante introdurre un consumo di ossigeno, evitando cosí uno stallo con pochi giocatori (astronave incompleta, ma comunque con sistemi di difesa attivi, ma con i giocatori troppo timorosi di andare in giro a riparare o espandere la nave, abbandonando i sistemi di difesa).

Si potrebbe quindi aggiungere una certa quantità di ossigeno (che magari si esaurisce piú velocemente dopo il danno alla tuta causato dal meteorite, ma non istantaneamente, rendendo cosí superfluo lo scudo individuale) ed una nuova stanza per permettere ai giocatori di rigenerare l'ossigeno sotto opportune condizioni (ad esempio: motori attivi).

Le prospettive di sviluppo del gioco sono interessanti, anche se rimane da vedere se è possibile sviluppare queste idee mantenendo il tutto in formato “carta e penna” (e dadi da D&D).

Unnamed dream game idea

A competitive/cooperative boardgame I literally dreamed up last night.

Intro

Last night I woke up from a dream where I was among the characters of a boardgame I have never actually heard of before. And I think that's because it doesn't exist, so I'm going to discuss the idea behind the game here, an idea that matured between the dream and some lucid thoughts when I was just awake (and which I jotted down in this Mastodon thread.)

(Incidentally, it's actually unusual for me to wake up remembering anything about what I was dreaming right before, and I'm actually quite glad it happened this time.)

Basic idea

The (yet unnamed) game is a 1 vs 1 vs many competitive/cooperative tile-placement game. The setting is “rescue the princess”: a group of adventurers is sent to a fortress/dungeon to rescue the princess imprisoned within, but unbeknownst to them the princess is already attempting a daring escape; the Evil Lord (or Lady) who kidnapped and imprisoned the princess is aware of both the escape attempt and the adventurer invasion, and makes all efforts to try and prevent the rescue/escape.

The general idea ends up being a mix between Sub Terra II, particularly with the Typhaon Wakes expansion, (for the adventurers side) and Night Cage (for the princess side), with some inspiration from Bang! for the competitive/cooperative multi-party system.

On each turn, the adventurers try to advance inwards, the princess tries to advance outwards, both facing traps and dangers, while the EL plays interference, trying to make things harder for them (the “how” is a detail yet to develop, but at the very least the EL, rather than the adventurers/princess, will have control on the placement choices as the other players explore the fortress/dungeon).

The adventurers and princess may be “downed” during play.

If the princess is downed, she is dragged back to her cell and has to start again.

If some of the adventurers are downed, they can still help each other recover and continue, but if they are all downed they are out of the game.

Winning condition for the EL is that all adventurers and the princess are downed (the princess must be back in her cell when all adventurers are down).

Winning condition for the princess is that The Princess Saves Herself In This One.

Winning condition for the adventurers is that they rescue the princess.

The princess is considered “safe” when she either meets with the adventurers, or she manages to get out of the fortress/dungeon on her own. If the adventurers find the princess in “their” side of the board, it counts as a princess win (to win, the adventurers must find the princess while she is still on her side of the board).

Alternatively (hard mode?) the princess is not safe until she is out of the fortress (joining up with the adventurers is not sufficient), although it's not clear how the win conditions would be handled in this mode. A possibility could be that it's a shared win for the adventurers and the princess if at least some of the adventurers manage to get out as well (rather than sacrificing themselves to let the princess escape).

With a cooler mind

These are the ideas I jotted down this morning just as I had woken up. Over the course of the day, with a cooler mind, there's a few more clarifications that have emerged.

The game setup is probably a combined fortress and dungeon, with different rules. The fortress is the “adventurers” side, and the dungeon is the “princess” side of the board. In this sense, the adventurers win (in easy mode) if they meet with the princess while she is still in the dungeon, while the princess wins if she meets with the adventurers in the fortress side (or she gets out of the fortress altogether on her own).

There is some kind of door between the fortress and dungeon, and players on either side have to find the key needed to open it before moving to the other side. The adventurers may need to prevent the door from closing behind them when they enter the dungeon.

It may actually be possible to play prototypes of this game combining a Sub Terra II and a Night Cage set, with the Sub Terra II temple playing the role of the fortress and the Night Cage the role of the dungeon: opening the temple sanctum corresponds to finding the entrance of the dungeon, and on the other side the princess can exit the dungeon (into the fortress) if she reaches a Door after finding a Key (or three, to match the other side; some playtesting and balancing will have to be done here, and to clarify where the sanctum door appears on the fortress side if opened by the princess).

The game has either complete or partial information: the adventurers have knowledge of what the princess is doing (her moves are not hidden), the princess has knowledge of what the adventurers are doing (their moves are not hidden), and the EL has knowledge of both. Each party can use this to their advantage.

If the princess manages to get to the fortress before the adventurers find the door, they face an interesting conundrum: the princess has all interests in meeting up with the adventurers (this marks her victory), while the adventurers may actually prefer if she gets downed and goes back to the dungeon, as this gives them a possibility to be the rescuers (thus marking their victory). On the other hand, if they don't meet with her and she still manages to exit the fortress, it's her victory anyway.

Maybe rather than just a win/lose condition it would be better to have rankings? Needs more thinking.

Giochi da tavol?

Giochi da tavola o giochi da tavolo?

Ho sempre detto “giochi da tavola”. Poi è arrivato Internet, e mi sono trovato davanti ad una triste realtà: pare che il mondo (italofono) preferisca la dizione “gioco da tavolo”.

Ci sono rimasto male.

L'Accademia della Crusca dice la sua, e come al solito non dà una risposta “normativa”, semplicemente evidenziando che il genere maschile è preferito, mentre quello femminile è generalmente riservato al campo semantico dell'alimentazione.

Mi sono anche rivolto anche al con un sondaggio nel quale tra l'altro avanzo in maniera molto sintetica le mie ipotesi sull'etimologia delle due diciture.

L'espressione gioco da tavolo, secondo me, è legata al fatto che questi giochi richiedono un “supporto” (su cui lanciare dati, buttare carte, etc), che tipicamente è un tavolo (nel senso del mobilio). Per contro, l'espressione gioco da tavola evidenzia il fatto che questi giochi hanno tipicamente una plancia o tabellone (la tavola, per l'appunto) su cui si piazzano/muovono pedine ed altri elementi del gioco.

In questo senso, entrambe le diciture sarebbero corrette, ed anzi introdurrebbero una relazione “insiemistica” tra le due, ponendo che non tutti i giochi da tavolo (i.e. giocati su un tavolo) sono da tavola (i.e. hanno una plancia/tabellone), relazione che riflette peraltro la distinzione che usa ad esempio nella lingua inglese tra Tabletop game (gioco da tavolo) e Board game (gioco da tavola). Cosí, un gioco di carte come il sarebbe un gioco da tavolo, ma non un gioco da tavola, mentre il Risiko! sarebbe un gioco da tavolo da tavola. (E volendo estremizzare, gli Scacchi viventi sarebbero un gioco da tavola non da tavolo?)

Nel succitato sondaggio vince a mani basse la dizione al maschile, e non posso fare a meno di chiedermi se questo sia legato in qualche modo alla superiorità numerica dei polentoni rispetto ai terroni nella mia sfera allargata.

Per quel che vale, anche Wikipedia preferisce il maschile, ma ammette la variante con tavola con un reindirizzamento. Da notare che nella definizione fornita da Wikipedia è detto “da tavolo” qualunque gioco abbia “una ben definita superificie di gioco”, detta appunto plancia o tabellone, in contrasto con le mie ipotesi etimologiche, ma aggiunge poi i giochi di carte nella categoria, evidenziando che questi non hanno una plancia o tabellone. Peraltro, colgo l'occasione che anche giochi come il calcio o la pallavolo hanno “una ben definita superficie di gioco”, quindi la definizione data è quantomeno “altamente discutibile”.

Parlando di altre lingue, è interessante anche notare l'estensione della pagina Wikipedia tedesca sul Brettspiel (gioco da tavola), considerato un sottoinsieme dei Gesellschaftspiel (gioco di società) —sembra quindi mancare una dicitura specifica per quelli che in inglese sono detti Tabletop (da tavolo)— e che sulla Wikipedia francese vada tutto nella pagina del Jeu de société (gioco di società), lasciando al Jeu de table un misero reindirizzamento.

La Wikipedia spagnola (castigliano) ha pagine separate per il juego de mesa ed il juego de tablero, e cosí anche quella catalana, che distingue il joc de taula dal joc de tauler: per entrambe le lingue, il primo corrisponde a quello che in inglese è il tabletop game, ed il secondo a quello che in inglese è il board game, e quindi corrisponderebbero, secondo la mia ipotesi etimologica, rispettivamente al gioco da tavolo e da tavola. Adoro in particolare questo inizio di capoverso nella pagina catalana:

En català sovint hi ha confusió entre els conceptes joc de taula i joc de tauler, amb molta gent que restringeix el significat del primer al segon.
In catalano vi è spesso confusione tra i concetti di gioco da tavolo e gioco da tavola, con molta gente che restringe il significato del primo al secondo.

Devo confessare che inizialmente, vedendo i risultati del sondaggio, mi ero un po' scoraggiato, rassegnandomi a dover sostituire tutte le diciture “errate” usate nel Wok, lasciando la versione al femminile dal tag come redirect a quella maschile. Ma ripensandoci, oggi, mi sono detto: e perché mai?

La dicitura gioco da tavola non è errata, per quanto meno attestata di quella al maschile. E se vogliamo dirla tutta, il De Mauro, ormai preservato solo nel dizionario di Internazionale, attesta gioco da tavola, ma non gioco da tavolo (c'è da dire che però magari la versione maxi in sei volumi piú due supplementi attesta magari entrambe le forme; non lo so, non ce l'ho sotto mano).

Ho deciso quindi di invertire la tendenza, e sostenere con orgoglio la versione al femminile ove appropriato, ovvero caratterizzandola (in maniera forse arbitraria, ma quanto meno supportata dal De Mauro) come indicativa dei giochi “con plancia” (board game), e lasciando la versione al maschile per la categoria piú generale dei giochi che hanno bisogno di un ripiano (tabletop). Ed userò questo articolo per motivare la scelta.

Lo faccio per gli accenti acuti su í e ú, posso farlo per i giochi da tavola.


Un post scriptum: da quando ho inizialmente pubblicato questo articolo, ho trovato altro materiale sul dibattito, e sembra sempre piú che la questione sia una di “uso comune” in contrappunto all'“uso proprio”.

Parto da un articolo sul sito dell'Associazione Ticinese Giochi Da Tavolo, che sottolinea come il loro nome (Giochi in Tavola) sia costruito sulla frase carte in tavola, e non sulla forma (ritenuta erronea) giochi da tavola. L'articoletto, peraltro, menziona (senza però fornire un link) un commento di Guido “the Goblin” Ceccarelli, confondatore della Tana del Goblin, che a quanto parte criticava proprio l'uso del femminile in favore del maschile. Mi piacerebbe ritrovare quel commento, perso probabilmente chissà dove nel forum della TdG.

(A sproposito, ma Guido Ceccarelli sarà il dirigente INPS o un omonimo?)

Non mi dispiacerebbe dibattere con lui sulla questione, ma non ho intenzione di iscrivermi alla Tana del Goblin solo per questo, e non so nemmeno quanto vi sia ancora attivo. Rischia di essere piú probabile che ci si incontri sul Fediverso.

Ho anche fatto un giro per la Treccani, dove viene rimarcato l'uso di tavola (al femminile) anche (2a e seguenti) per tutti gli usi comunemente associati al termine maschile. Viene anche segnalato che è preferita la versione al maschile, almeno fuori dalla Toscana. Da notare che l'esempio t. da gioco è presente sia nel lemma femminile che in quello maschile.

Al lemma gioco invece la Treccani demolisce completamente la tesi di Ceccarelli, sostenendo:

g. da tavolo, o più propriam. da tavola (dall’ingl. board game),

Anche la voce dell'Enciclopedia sul gioco preferisce la dicitura giochi da tavola. Nonostante questo, prendendo ad esempio la voce sugli scacchi nell'Enciclopedia, lo troviamo definito come gioco da tavolo (al maschile).

Alla fine, sembra che la mia scelta di “riservare” la versione al femminile per quelli con plancia e lasciare la versione al maschile per la categoria piú generica rimanga la migliore.

Il gioco delle mani incrociate

Un Ferragosto non troppo rovinato.

Ieri ho avuto occasione di rispolverare un gioco che penso si possa definire “di società”, uno di quei passatempi che si fanno per distrarre l'infanzia dalla noia ed evitare che cerchi per conto proprio distrazioni piú catastrofiche. Non so quanto sia conosciuto questo gioco di attenzione e coordinazione, e sono sicuro anche che abbia un nome diverso da “il gioco delle mani incrociate”, ma non lo conosco altrimenti.

Si gioca seduti in cerchio, mani sul tavolo, ma disposte “a intreccio”, ovvero ponendo la propria mano destra davanti al giocatore alla propria destra, e la propria mano sinistra davanti al giocatore alla propria sinistra (ciascuno avrà quindi davanti, viceversa, la mano sinistra del giocatore alla propria destra, e la mano destra del giocatore alla propria sinistra). Il modo piú semplice per ottenere l'effetto è che ciascuno ponga il proprio braccio sinistro sopra il braccio destro del vicino a sinistra, ed il proprio braccio destro sotto il braccio sinistro del giocatore alla propria destra (o viceversa).

Schema del posizionamento delle mani per una partita con cinque giocatori, con le mani destre in rosso e quelle sinistre in blu.

Il gioco consiste nel propagare un'“onda” battendo una mano sul tavolo, a turno. Si parte da una mano a scelta dei giocatori, in senso orario, e le mani devono battere nella sequenza in cui sono. Facendo ad esempio riferimento allo schema qui sopra, e supponendo che cominci Anna, le mani batteranno in ordine Anna (destra), Elena (sinistra), Biagio (destra), Anna (sinistra) Se qualcuno batte la mano fuori sequenza, dovrà toglierla dal gioco.

Una volta che i giocatori hanno preso dimestichezza con questa regola, si introducono, progressivammente, le successive.

Se una mano batte due colpi (in rapida successione) invece di uno, la mano successiva salta il turno.

Se una mano batte tre colpi (in rapida successione), si cambia senso di marcia.

Volendo, si può aumentare la difficoltà con regole supplementari, come ad esempio quattro battiti per cambiare senso di marica e saltare una mano.

Il gioco continua finché non rimane un solo giocatore con mani ancora sul tavolo. Di fatto, per evitare che gli altri si annoino troppo, già quando ci si è ridotti a due o tre giocatori si può terminare il gioco, eventualmente dichiarando vincitore chi ha piú mani ancora in gioco, o ex æquo tutti i rimanenti.

Imparare fallendo

Sul diverso stile di apprendimento per certi giochi da tavola, e cosa comporta questo per la sua natura

Imparare fallendo

Le recenti vittorie e sconfitte con il redivivo Flash Point mi hanno portato a riflettere su alcuni aspetti caratteristiche peculiari dello sviluppo delle strategie vincenti per una particolare categoria di giochi.

Non ho parlato qui in passato (solo brevemente su Mastodon), delle nostre esperienze di gioco con Sub Terra (il gioco da tempo desiderato e il cui accaparramento è stato quasi un'avventura) o con Pandemia, ma c'è una cosa che secondo me accomuna questi giochi cooperativi di tipo PvE (Player versus environment, giocatori contro ambiente), ed è che fallire è una parte essenziale dell'apprendimento delle corrette strategie di gioco, forse anche piú che in altre categorie.

Si potrebbe osservare che questo è vero per tutto (giochi e non), e certamente sarebbe stolto negare l'importanza del fallire nell'imparare: dopotutto,

an expert is a person who has found out by his own painful experience all the mistakes that one can make in a very narrow field.
un esperto è una persona che ha trovato per propria dolora esperienza tutti gli errori che si possono fare in un campo molto ristretto.

È anche vero, però, che l'esperienza da campi simili ci può aiutare molto. Considerando un altro campo (non i giochi da tavola) con cui ho grande familiarità, ad esempio, una persona con una solida esperienza con un certo paradigma di programmazione non avrà grossi problemi ad avviarsi all'uso di un nuovo linguaggio basato sullo stesso paradigma e piú tipi di linguaggi e paradigmi di programmazione conosce meno problemi avrà ad approcciarsi a linguaggi o paradigmi anche nuovi, riuscendo magari a prendere spunto dalla sua esperienza con certi linguaggi o paradigmi per migliorare il proprio codice scritto in altri linguaggi e/o con altri paradigmi —senza con questo negare che ovviamente al di là delle basi ogni linguaggio ed ogni paradigma avrà le proprie peculiarità ed idiosincrasie su cui ci si dovrà rompere la testa per potercisi definire “esperti”.

Con i giochi da tavola vale un discorso molto simile.

Il primo gioco in stile tedesco (detti anche Eurogame) può essere un po' ostico per chi ha solo conosciuto prima roba tipo Risiko! o Monopoly, ma con il crescere della propria esperienza diventa piú facile approcciarsi anche a nuovi meccanismi senza sfigurare (un esempio è stato proprio il secondo posto ottenuto dalla maggiore delle mie nipoti ad Aquanauts nonostante l'assenza di esperienza con giochi di questa categoria).

I giochi da tavola cooperativi PvE, però, sono una categoria completamente separata, e l'esperienza con giochi di tipologie piú classiche risulta, da quello che ho visto e vissuto, largamente inutile. Questo li contraddistingue anche da altri giochi cooperativi (quali Tranquility o Level 10) dove è piú semplice arrivare ad una strategia vincente “semplicemente” riflettendo (e per i quali si tratta quindi, in un certo senso, di “rompicapi cooperativi ad informazione incompleta”).

Nei giochi PvE, nonostante l'obiettivo sia evidente, la necessità di difendersi dall'ambiente tende ad essere fuorviante, forse per una spinta innata ad un certo “perfezionismo”, o piú semplicemente perché siamo naturalmente portati a difenderci dalle minacce per istinto di sopravvivenza. In un certo senso, si finisce con il prestare piú attenzione alle condizioni di sconfitta piuttosto che a quelle di vittoria.

Faccio qualche esempio, parlando di Pandemia, Flash Point e Sub Terra. Parlerò inevitabilmente di alcuni aspetti fondamentali della strategia di questi giochi. Come discuterò nelle conclusioni (e questo è quindi il TL;DR dell'articolo) scoprire questi aspetti è, per certi versi, parte integrante del gioco. Per questo, i capoversi che seguono potrebbero essere considerati spoiler. Procedete quindi a vostro rischio e pericolo.

Spoiler Alert!

Pandemia

Lo scopo del gioco è trovare la cura a quattro epidemie che stanno contemporaneamente imperversando per il globo. I giocatori assumono il ruolo di medici, ricercatori ed operatori di vario genere che girano per il mondo cercando di raccogliere l'occorrente per le cure, tenendo le infezioni sotto controllo. L'obiettivo (trovare le cure) va raggiunto prima che queste epidemie si diffondano a livello catastrofico, condizione che nel gioco è legata al verificarsi di almeno una di tre condizioni: carte insufficienti, eccesso di ondate, o esaurimento dei cubetti che indicano la diffusione di una malattia.

Il fatto che due condizioni di sconfitta su tre siano legate all'eccessiva diffusione delle malattie porta spesso i giocatori a concentrarsi sul controllare la diffusione delle malattie piuttosto che sul curare le malattie (che è il vero obiettivo del gioco). Curiosamente, questo si può riflettere anche in un eccesso di zelo nella cura: il gioco offre la possibilità di debellare una malattia (eliminando tutti i cubetti del colore, dopo aver trovato la cura), che può essere un'ottima scelta per avere un po' di tranquillità durante la fase di propagazione delle malattie —a condizione però che questo non sottragga risorse preziose alla cura delle altre malattie!

Ovviamente la difficoltà del gioco sta nel trovare il giusto equilibrio tra la ricerca della cura ed il contenimento, ma nel farlo è importante ricordare che è meglio arrivare all'ultima cura “per un pelo” (7 ondate, ultimo cubetto di tutte le malattie) che ritrovarsi senza piú carte (e non abbastanza cure) dopo essere riusciti a spazzar via dalla mappa quasi tutti i cubetti e non essere andati oltre la seconda ondata.

Flash Point

Lo scopo del gioco è salvare (almeno) 7 vittime dalla casa in fiamme prima che la casa crolli (essendoci 10 vittime in totale, si perde anche se muoiono 4 vittime).

Poiché i giocatori assumono il ruolo di pompieri (eventualmente con diverse specializzazioni), viene naturale concentrarsi sullo spegnere il fuoco, cosa peraltro necessaria per evitare che la casa crolli: le esplosioni indeboliscono i muri (la casa crolla quando si esauriscono i segnalini per indicare i danni) e queste si verificano quando il progredire dell'incendio (un evento che avviene alla fine del turno di ciascun giocatore) avviene in corrispondenza di una fiamma già accesa (o in corrispondenza di materiale pericoloso).

Alla prima esperienza di gioco, però, si impara subito che è sostanzialmente impossibile estinguere completamente il fuoco (giocando correttamente): bisogna invece concentrarsi sul tirar fuori le vittime, senza le quali è impossibile vincere.

Ovviamente, questo va fatto mantenendo comunque l'incendio sotto controllo per evitare il crollo della casa, ma è tutto assolutamente inutile se le vittime non vengono tirate fuori. Anche per questo gioco, tirar fuori l'ultima vittima con un solo cubetto di danno ancora da piazzare è comunque una vittoria. Ed una sconfitta con la casa che crolla al turno immediatamente precedente l'estrazione delle ultime vittime può essere indice di sfortuna (vista l'elevata componente aleatoria nel gioco), ma una in cui si riesce a tirare fuori solo tre o quattro vittime al piú prima del crollo indica piú probabilmente un errore fondamentale di strategia.

Sub Terra

Lo scopo del gioco è riuscire a scappare dalla caverna lasciando indietro meno compagni possibile. A differenza degli altri due giochi, la mappa è “costruita” dai giocatori durante la partita, piazzando tessere che rappresentano i meandri (ed i pericoli) della caverna esplorata alla ricerca dell'uscita —che è sempre una delle ultime tessere.

I giocatori perdono se vengono sopraffatti dagli orrori o dalle altre insidie, e devono trovare l'uscita prima che si esauriscano le pile delle loro lampadine tascabili: il gioco non termina immediatamente in questo caso, ma al buio gli orrori diventano ben piú aggressivi, riducendo drasticamente le speranze di sopravvivenza dei giocatori.

La difficoltà del gioco consiste nel bilanciare due importanti aspetti: la necessità di esplorare la caverna per trovare l'uscita, e la necessità di restare uniti —sia per portarsi soccorso l'un altro, sia perché comunque all'uscita bisogna arrivarci tutti, o almeno quanti piú possibile.

Per dare un'idea di cosa significhi affrontare un gioco come questo per la prima volta, vi racconterò della nostra prima esperienza: pur avendo giocato in 6, abbiamo esaurito le pile quando ancora eravamo sí e no a due terzi delle tessere della caverna, e solo una delle giocatrici (la nipote maggiore, con il ruolo di Arrampicatrice) è riuscita a scappare dalla caverna, sopravvivendo al buio contro ogni statistica aleatoria.

L'esperienza è stata illuminante: lo scopo del gioco è trovare l'uscita, e l'unico modo per riuscirci (nel gioco) è bruciare tessere: l'uscita si trova sempre e soltanto tra le ultime 6 di una pila di 64 tessere, e se non vengono piazzate (o scartate, quando possibile) le precedenti 58 abbastanza velocemente non vi è speranza di arrivare all'uscita prima dell'esaurimento delle batterie. Tenendo conto che da principianti si hanno solo 22 turni a disposizione (o 19 o 17, a seconda del numero di personaggi, da 4 a 6) basta semplice aritmetica per capire che vanno svelate almeno 3 tessere per round (4, se si gioca in 6): ma se non si fa mente locale sul fatto che questo è il calcolo che va fatto, ci si ritrova inevitabilmente al buio nel bel mezzo dell'esplorazione.

Conclusioni

Come ho anticipato sopra, ciò che —a mio parere— contraddistingue questi giochi da tavola (cooperativi PvE) è che l'apprendimento della strategia migliore è parte integrante del gioco. Non è cosí per tutti, direte voi? A mio parere no, e soprattutto non nello stesso modo.

Nei giochi competitivi, la complessità strategica nasce da due fattori: la complessità dei meccanismi di gioco (che non a caso a volte viene portata a livelli estremi) con cui può essere raggiunto l'obiettivo (spesso semplicemente un “massimizzare il punteggio”), e la necessità di rendere la propria strategia “resiliente” nei confronti dell'interazione (conflittuale!) con strategie degli altri giocatori. Inoltre, per caratteristica precipua del gioco, “qualcuno” vincerà comunque.

Nei giochi cooperativi PvE, regole ed obiettivi possono essere anche estremamente semplici (Sub Terra da questo punto di vista è emblematico, a mio parere), ma riescono ad essere fuorvianti anche nella loro chiarezza. Le interazioni tra i diversi ruoli (gli uni con gli altri, e tutti insieme con gli ostacoli ambientali), portano a comportamenti emergenti per i quali sperimentare (e quindi giocare e fallire) è l'unico modo di capire cosa può funzionare e cosa no, e quando le cose non funzionano la partita finisce male per tutti. Non vi sono vincitori in un contesto dove si vince e si perde insieme. E pertanto il fallimento (e l'apprendimento che ne consegue) è un'essenziale componente del gioco molto piú che nei giochi competitivi.

Esistono giochi competitivi con caratteristiche emergenti? Certamente sí.

Ma da quello che vedo, per i collaborativi PvE tali caratteristiche sembrano essere imprescindibili, e la “dura lezione” per i giocatori ne è il marchio.

I'm not a game developer, but

I don't consider myself a game developer, but I sporadically dally with some JavaScript and HTML to create things that might be construed as belonging to the “web game” category if you squint the right way while looking at them.

I don't consider myself a game developer, but I sporadically dally with some JavaScript and HTML to create things that might be construed as belonging to the “web game” category if you squint the right way while looking at them. To wit, it's not stuff that I consider worth of uploading to services like itch.io despite the fact that the platform has stuff ranging from carefully polished gems to throwaway bags of … whatever.

Here's what I've released so far:

  • Drop the math, inspired by the classic Funnels & Buckets, an educational game to practice on the four operations.

  • Uniflags, a single-player memory game using the Unicode flag codepoints. I've discussed the implementation here.

  • Finger maze, a maze generator that can be played with your finger. No fancy effects. Also not a particularly sophisticated generator, so you may want to reload a couple of times to generate a more challenging maze. Some documentation on the internals are available at this link.

  • Intruso, a “find the intruder” game where you must find a single string different from the other repeated. I presented this game first on Mastodon. You can customize both the “common” and “intruder” string. Unicode works, so you can use something like this to find the single Irish flag among the Italian ones.

Bonus (not a game):

Ibridi

Ibridi: un gioco di disegno (carta e penna e dado) per sopravvivere e divertirsi in quarantena (traduzione italiana delle regole originali di Boulet)

Il gioco Ibridi è stato inventato da Boulet per intrattenere la figliolanza in questo periodo di quarantena da Coronavirus. Per coloro che non avessero dimestichezza con il francese, mi sono preso la briga di tradurre le regole in italiano.

Materiali

  • carta;
  • penna o matita;
  • 2d6
    • un dado a sei facce (d6), oppure:
    • due dadi a sei facce (2d6) distinguibili (e.g. colori diversi, uno con numeri ed uno con puntini, etc);

Preparazione

  • disegnate una griglia 6×6 (o meglio 7x7, per includere lo spazio dove mettere i disegni per le ascisse e per le ordinate

  • in ascissa, disegnate 6 bestiole/robe a caso (da decidere insieme ai bambini: orsacchiotti, zombi, soldato, automobile, etc); fate lo stesso per le ordinate;

Svolgimento

  • lanciate 2d6 (un dado 2 volte, o due dadi distinguibili: un valore vi dà l'ascissa, l'altro l'ordinata):

    • se la casella corrispondente è vuota, disegnate l'incrocio (ad esempio, orsacchiotto zombi) e guadagnate un punto;
    • se la casella è già occupata, prende un punto chi ha fatto il disegno;

    La griglia in tal modo si riempie, fino a quando non rimangono 12 caselle libere, nel qual caso si passa in modalità “morte istantanea”;

  • in modalità morte istantanea, si continuano a lanciare i dati, ma:

    • se la casella corrispondente è vuota, si disegna l'incrocio e si guadagnano due punti;
    • se la casella corrispondente è già occupata, prende un punto l'autore del disegno e si riempie un'altra casella a caso;

A griglia piena, ci si è divertiti, si contano i punti e si ha un bel disegno!


Variante: se la casella è già occupata, si colora il disegno (ma il punto lo prende sempre chi ha fatto il disegno originale). Se il disegno è già colorato, si può tirare di nuovo.


Per chi volesse, ho preparato uno schemino stampabile:

Schema per giocare a Ibridi
Ibridi (schema prestampato)

(Multilingue, il poco testo visibile è nella lingua del browser di chi legge.) Ed una variante “ombreggiata”:

Schema per giocare a Ibridi (con ombreggiatura)
Ibridi (schema prestampato) (con ombreggiatura)

(Multilingue, il poco testo visibile è nella lingua del browser di chi legge.)


Ho anche preparato (Aprile 2023) uno schemino unificato:

Schema per giocare a Ibridi
Ibridi (schema prestampato)

Anche questo è multilingue (il poco testo visibile è nella lingua impostata come preferita del browser di chi legge), e la versione con ombreggiatura è nel file stesso (anche se mi sembra di capire non sia stampabile con il metodo con cui ho implementato la possibilità di scegliere la variante).

Uniflags

I've done it

I have recently made some “metric” considerations on a memory game that offered “all” national flags. The result is huge, but it's really hard to appreciate how huge it is.

My final comment in the previous post was that a possible choice to have a large number of flags was to rely on the Regional Indicator Symbols pairs supported since Unicode 6.0, that covers 258 regions and thus requires 516 cards.

Get the code for
Uniflags, a memory game with UNICODE flags:

GitHub
uniflags

So I've done it. I have created a playable (single player only, at the moment, sorry!) Memory game based off the “current” RIS pairs.

And it is huge. Humongous. To appreciate how impractically large it is, you'll probably have to zoom out to see all of the tiles. Now try playing. See how far you can go, how quickly you'll forget.

But before you do, a couple of implementation notes.

Layout

The initial card layout will be square-ish or rectangular-ish depending on the aspect ratio of your browser window. One the cards are laid out (on load), resizing the window will not change the layout (obviously).

There are only two layouts. The rectangular layout has a fixed aspect ratio, so there's not going to be a different layout for, say, 16:10 vs 2:1. However, the rectangular layout also has a vertical version.

One feature that would be nice to have is an option to let the user choose a layout.

Controls

Playing is very simple: click on a hidden card to show it, and when you have two cards showing, click on either card to hide both of them. If the two shown cards form a match, they will be ‘locked open’, and you can uncover a new pair. The ‘scoring tile’ keeps track of how many pairs you've uncovered (matched or not), how many turns you've taken (i.e. how many times you've uncovered pairs that were not matches), and how many matches you've found out of the 258 total.

If you click wrongly (e.g. try to uncover a new card when there are two out, or click on the currently uncovered card when there is a single one out), the score tile will give you an error message, and then you can keep playing.

The game page is ‘stateless’, which means it doesn't remember anything: not your best score (for example) nor (most importantly) the current distribution: if you (need to) reload the page for any reason, the game will be reset and you'll find yourself playing a new one.

Duplicates

Beware of duplicate flags! Some regions appear to have the same flag (at least on my system). Examples are the United States of America (RSI US or 🇺🇸) and their Minor Outlying Islands (RSI UM or 🇺🇲), or Norway (RSI NO or 🇳🇴) and Svalbard & Jan Mayen (RSI SJ or 🇸🇯). The tiles will be different because the name of the country is included in the tile, but you'll need to look out for it.

Localization

Currently the little text there is (mostly, the region names) is in English. It could be localized. Ideally, for the region names, I'd like to include both the ‘native’ name (for appropriate definition thereof), and a localized name, with the localization taken from the browser/user preferences.

Multiplayer

Hot-seat multiplayer wouldn't be too hard to do. The only thing needed is a way to choose the number of players, and to include multiple scoring tables.

License

I'm releasing Uniflags under version 2.0 of the Mozilla Public License, even though I haven't found the correct way to include the information in the page itself (HTML metadata is unintuitive and boring).